Title:
Fate
Author:
**Ardespuffy**
Written:
primavera/estate 2006
Disclaimer: tutto appartiene a me, a Joss Whedon, alla Mutant
Enemy & co. Non a scopo di lucro.
Feedback:
sempre graditissimo ^_^
a ericadia@alice.it oppure ardespuffy@hotmail.it
Pairing:
Spuffy 4ever!
Time:
per BtVS, un anno e mezzo dopo “Chosen”. Per
Ats, 6 mesi dopo “Not fade away”.
Spoiler:
grossi spoiler sulla 5^ serie di Ats.
Rating:
R
Subject:
è passato ormai molto tempo dagli eventi che hanno portato alla distruzione di
Sunnyhell. I suoi vecchi abitanti si sono rifatti una vita – una vita
“normale”?? Ma se il Fato ci mette lo zampino… una scoperta può
stravolgerti la vita.
NOTA: Alcuni elementi potranno risultare poco credibili, ma…
siate clementi, è la mia prima FF! JJJ
Cleveland – Com’eravamo
h 11:15 P.M
L’aria calda e secca,
opprimente, le toglieva il fiato. Non un alito di vento scuoteva l’immobile
notte estiva. Il silenzio, poi, l’assordava. Possibile che la quiete avesse il
rumore della tempesta?
L’unico suono che riempiva
l’aria era quello ben noto dei suoi passi, quel calpestio d’erba che sapeva
di antico. Di tempi e luoghi lontani, di ricordi sopiti, ma mai del tutto
cancellati. Ricordi di un’altra vita.
La sua figura snella si aggirava
leggiadra tra le lapidi scure. Certe cose, pensava, stringendo più forte il
paletto nella mano destra, non sarebbero mai cambiate. Altre, invece, erano
mutate per sempre: irrimediabilmente, dolorosamente trasformate.
Sunnydale. Un nome dal sapore
infernale. Quanta rabbia, gioia, paura e dolore erano legati a quella maledetta
città! Quante volte aveva sognato di fuggire. Di scappare da quella vita troppo
dura da vivere, da quella realtà così difficile da credere, eppure
tragicamente vera. Aveva desiderato così ardentemente di non appartenere a quel
luogo… e poi…era finita. Lo scenario di tutta una vita, ad un tratto, era
crollato. Niente più ronda, né armi, né apocalissi, né demoni, mostri o
vampiri…niente più Cacciatrice. Già, adesso non era più l’unica. La
Prescelta non c’era più: era stata rimpiazzata da un vero esercito di
efficienti, quanto inesperte, ammazza-vampiri alle prime armi. Piene di forza e
di entusiasmo, ma ancora del tutto impreparate a ciò che le attendeva. Come
Madison.
Quando il signor Giles le aveva
telefonato, chiedendo il suo aiuto per una cosa, a detta sua, importantissima,
Buffy aveva esitato a lungo prima di accettare. Lei, allenare una Cacciatrice?
Proprio lei che, in passato, si era ribellata con tutta l’anima alle
imposizioni del Consiglio, ora si trovava a lavorare per loro! Paradossale. Ma
il signor Giles aveva bisogno di lei… e poi, la sua vita a Roma non aveva più
molto da offrirle. Così, aveva deciso di riprendere i panni della guerriera
notturna. Bentornata alla Bocca dell’Inferno, Cacciatrice! Ci sei mancata.
Cleveland, dove si era trasferita
per allenare Madison, era molto diversa da Sunnydale. Pur essendo situata su
un’altra Bocca dell’Inferno, era infinitamente più tranquilla della sua
vecchia città. Tanto per cominciare, in quella zona c’era (ovviamente)
un’impressionante concentrazione di giovani Cacciatrici, che ogni notte
uscivano per la ronda; c’era quasi da provar compassione per i demoni e i
vampiri locali… non avevano “vita” facile!
Spesso, Buffy si era chiesta se
ci fosse veramente bisogno di lei. Una volta aveva trovato il coraggio di
chiederlo al signor Giles, e lui le aveva risposto che forse non era più
necessaria come Cacciatrice, ma sicuramente nessuno, meglio di lei, poteva
insegnare qualcosa a quelle giovani ed inesperte guerriere.
Infatti il Consiglio aveva
ritenuto impossibile attivare un osservatore per ogni singola Cacciatrice; così,
era stata chiesta la collaborazione di alcune “vecchie glorie” di Sunnydale
e dintorni. Anche Faith si era lasciata incastrare: era tornata a Boston, la sua
città, dove ora allenava una quindicenne volubile e iperattiva. Robin Wood, che
contro ogni possibile previsione era diventato il suo attuale ragazzo, viveva
con lei.
Dopo aver affrontato l’ultima
Apocalisse insieme, infatti, l’intero gruppetto si era smembrato. Giles era
tornato in Inghilterra, dove attualmente addestrava ben 3 adolescenti
contemporaneamente: nelle numerose telefonate che intercorrevano tra loro,
l’osservatore si era spesso lamentato della sua situazione con Buffy.
“Quelle ragazzine mi faranno diventare matto!” ripeteva in continuazione,
con quel suo tono sempre impeccabilmente inglese.
Willow si era concessa un lungo
viaggio “low coast” in compagnia di Kennedy, dal Brasile a Vancouver. Era
stata una vacanza meravigliosa, ma…dopo mesi di idillio, qualcosa si era
spezzato fra le due. Così Kennedy si era trasferita a Washington, e Willow a
San Francisco, dove si era appena laureata in Scienze delle comunicazioni.
Andrew aveva scelto di vivere con
Buffy e Dawn, a Roma. Ma, quando le due sorelle erano tornate in America, si
erano separati. Il ragazzo aveva preferito restare in Italia.
Xander… Pensare a lui,
inevitabilmente, le faceva riaffiorare alla mente ricordi intrisi di dolore.
Tutti avevano pagato un prezzo. Sette anni di lotta contro il male avevano
lasciato indelebili cicatrici sulla pelle di ognuno. Ma Xander, il suo migliore
amico, quello che si era sempre fatto in quattro per lei… lui, più di tutti
gli altri, n’era uscito sconfitto. Sopravvivere non poteva bastare. Aveva
perso un occhio, certo, ma quello era stato il male minore. Il suo cuore era
morto sotto le macerie, insieme a lei.
Anya. La donna che gli aveva
insegnato ad amare, e che lui aveva impunemente ferito. Si erano fatti del male
a vicenda, in un’infinita altalena di ripicche e vendette… e proprio quando
cominciavano a pensare di avere ancora un futuro, lei se n’era andata. Era
impossibile dimenticare il suo sguardo mentre, parlando con Andrew, lentamente
capiva. Mentre l’atroce consapevolezza di averla persa per sempre si faceva
strada in lui. Tuttavia, aveva cercato di reagire. Di ignorare
quell’opprimente sensazione alla bocca dello stomaco che, giorno dopo giorno,
ogni volta che la cercava con lo sguardo senza trovarla, si impossessava della
sua anima. Ma non era servito. Non l’avrebbe mai dimenticata. E, in fondo, non
voleva. Il suo ricordo, per quanto doloroso che fosse, era una nota di dolcezza
nella sua vita, ormai così vuota. Lo aiutava ad andare avanti.
Di colpo, qualcosa la distolse
dai suoi pensieri, riportandola improvvisamente alla realtà. Qualcosa aveva
attirato la sua attenzione. Buffy si guardò intorno, ferma, concentrata, gli
occhi verdi scrutavano attenti, soffermandosi su ogni piccolo particolare.
E fu allora che la vide.
Un’ immagine così
dolorosamente familiare.
Dannati ricordi.
Ormai stava tremando. Gli occhi
spalancati fissavano, come ipnotizzati, un piccolo edificio di pietra grigia,
con delle strane incisioni - probabilmente in latino -
sullo stipite della porta.
Una cripta.
Possibile che non l’avesse mai
notata prima?
Non che ci fosse qualcosa di
strano… insomma, era normalissimo trovare una cripta in un cimitero, ma…
Avanzò lentamente, con passi
insicuri, come spinta da una forza invisibile. Prima ancora di rendersene conto,
fu davanti la massiccia porta di pietra.
Ricordi.
Dagli occhi verdi, luminosi come
stelle, scivolarono piccole gocce di luce. Le labbra assaporarono quel salato
dolore, quelle lacrime cariche di rimorsi, rimpianti, solitudine, nostalgia.
Così piene di lui.
La mano si sollevò contro la sua
volontà, posandosi delicatamente sulla fredda porta che le stava di fronte. Una
fuggevole carezza destinata a qualcuno che non poteva più riceverne.
Dio, quanto mi manchi.
Per un attimo ebbe l’impulso di
spingere quella porta ed entrare. Ma si fermò.
“Puoi sederti, se vuoi. Sono i tuoi
mobili. Anche di sotto adesso è molto chic…”
Non avrebbe resistito.
Dannati ricordi.
Di colpo, un fruscio alle sue
spalle. Stavolta sapeva di non essersi sbagliata.
Buffy si allontanò di scatto da
quel maledetto blocco di pietra, che aveva saputo risvegliare in lei tante
antiche emozioni, e si voltò.
Non vide nessuno, ma lei sapeva.
Qualcuno
la stava spiando.
Los
Angeles – Una scoperta
h 2:50 P.M
Il telefono squillava senza che
nessuno si preoccupasse di rispondere.
Bè, forse non proprio nessuno.
“Angel! Dannazione…”. Spike
irruppe furioso nell’ufficio in cui si trovava quel dannato apparecchio,
trovandolo vuoto. In quel momento il telefono smise di suonare.
“Alison! Dove diavolo è Angel?”
abbaiò Spike uscendo in corridoio.
Una ragazza alta e slanciata, dai
lunghi capelli neri e ammalianti occhi scuri, vestita di un costoso quanto
succinto tailleur blu cobalto, sopraggiunse senza apparente fretta in cima alle
scale, trovandosi faccia a faccia con Spike.
“Il capo non c’è. Non è
venuto in ufficio.” rispose pacatamente la brunetta.
Spike dovette fare un enorme
sforzo per restare calmo: “Si, Alison, questo lo vedo. Quello che mi
piacerebbe sapere, è dove si trovi
esattamente e, se non ti dispiace, anche perché
non è venuto al lavoro.” disse, scandendo lentamente le parole, come se
parlasse ad una bambina.
“Non lo so dov’è, Spike. Perché non provi a cercartelo da solo,
una volta tanto? Io ho altro da fare” fu la pronta replica della ragazza.
Per Spike, assumere Alison
Summers come nuova segretaria era stato un grandissimo errore. L’aveva odiata
sin dal primo giorno che aveva messo piede in ufficio. Tanto per cominciare, era
una ragazzina (probabilmente era da poco diventata maggiorenne), anche se faceva
di tutto per apparire più adulta e sofisticata. Come tale, era una vera
incompetente, ed era anche di un’insopportabile boria. In più, il modo in cui
continuava a fare gli occhi dolci ad Angel, lusingandolo chiamandolo “capo”,
era a dir poco rivoltante. E la cosa peggiore era l’atteggiamento di Angel,
che la trattava con immotivata indulgenza, senza preoccuparsi della
superficialità con cui svolgeva il suo lavoro.
Ma il vero, inconfessabile motivo
che l’aveva portato a detestare quella ragazza sin dall’inizio, senza averla
mai neanche incontrata…era il suo cognome.
Summers.
Quanto poteva essere crudele il
destino?
Nessuno aveva il diritto di
portare quel nome, nessuno…
Tranne lei.
Dio, quanto fa male.
“Di grazia, perché cerchi il
capo?” la voce insistente della segretaria lo riscosse.
“Avevo bisogno di un file… un
nuovo cliente” tagliò corto Spike “Speravo che me lo desse Angel, così
avrei evitato di mettere piede in quella specie di ripostiglio… Ma non
importa. Lo troverò da solo.”
L’ufficio del “capo” era il
più grande (naturalmente) e il più disordinato. Non si trattava solo di
qualche fascicolo fuori posto, tutt’altro: il caos che regnava nella stanza
era tale da spaventare. Si diceva che, in quell’ufficio, fosse possibile
trovare qualunque cosa.
“Allora, buona fortuna!”
concluse Alison, sarcastica, voltandogli le spalle per andare nel suo ufficio.
“Alison!” Spike sorrise,
dentro di sé. Non poteva rinunciare al piacere di avere sempre l’ultima
parola. “Se squilla il telefono, è compito della segretaria rispondere!”
aggiunse, in tono eloquente.
Alison gli lanciò un’occhiata
carica di astio, e non si prese nemmeno il disturbo di rispondergli. Si voltò
di nuovo e scomparve oltre una porta di legno. Spike sorrise, beffardo,
mordendosi le labbra.
Certe cose non sarebbero mai
cambiate.
Entrato nell’ufficio di Angel,
si chiuse la porta alle spalle e, guardando sconsolato l’enorme pila di fogli
accumulati sulla scrivania di mogano, sospirò. “Cominciamo!” si disse,
avvicinandosi rassegnato.
Iniziò a sfogliare fascicoli su
fascicoli, in quella che sembrava una ricerca disperata. Stava quasi per perdere
la speranza, quando qualcosa attirò la sua attenzione, distogliendolo dalla sua
attività.
Tra le pagine di una vecchia
rivista d’arredamento, c’era…un foglietto.
O quasi.
Aggrottando le sopracciglia,
perplesso, Spike prese il rettangolo di carta azzurrognolo e se lo portò al
viso.
Era un biglietto aereo.
Un biglietto aereo andata e
ritorno, intestato a… Liam Harrison. Il nome che c’era sui documenti falsi
di Angel.
Spike corrugò la fronte,
confuso. “Che diavolo…?” pensò. La sua attenzione corse alla data della
partenza. Ciò che vide lo lasciò interdetto.
Angel sarebbe partito il giorno
dopo.
Cleveland
– Sorpresa
h 11:30 P.M
Le lacrime si erano come
ghiacciate, sul volto abbronzato della Cacciatrice. Non poteva permettersi di
lasciarsi andare. Non durante la ronda.
Non quando qualcuno la stava
seguendo.
Riusciva a percepirlo. Nascosto
da qualche parte, ma molto vicino… un uomo.
Avanzò lentamente, schivando le
lapidi, attenta anche al più piccolo suono rivelatore.
E poi una voce la sorprese alle
spalle.
“Buffy?!!”
La Cacciatrice trasalì e si voltò
di scatto. Non sapeva spiegarsi il perché, ma…sentendosi chiamare, il cuore
le era balzato in gola, battendo così forte da assordarla.
Quante volte aveva già vissuto
una scena simile... Lei, il cimitero, il paletto, un rumore sommesso, lei che si
voltava e poi…
Lui.
Così immensamente lui.
Dio, quanto mi manchi.
Ma non questa volta. Stavolta no.
La voce che aveva sentito aveva
un qualcosa di familiare…qualcosa collegato ad un passato ormai remoto.
E quando si voltò capì perché.
Stesso corpo minuto. Stessa
camicia a quadretti. Stesso cerchietto all’orecchio. Stessa zazzera di capelli
rossi.
Buffy spalancò gli occhi,
incredula.
La persona che le stava davanti
era forse l’ultima che si aspettava di trovare lì.
“Oz??!!”
Los
Angeles - Incancellabile
h 3:10 P.M
Cleveland. Il giorno dopo Angel
sarebbe partito per l’Ohio, e nessuno ne era al corrente.
Perché?
A stupirlo non era tanto la
partenza in sé…quanto la segretezza che avvolgeva l’intera situazione.
E poi, cosa c’era a Cleveland?
Cosa lo spingeva ad andarci… senza peraltro dire niente a nessuno?
C’era qualcosa che non tornava.
Spike esaminò con maggiore
attenzione il biglietto della nota compagnia aerea. Nessun dubbio.
Eppure…
Spike aveva la sensazione che qualcosa
fosse proprio sotto il suo naso, ma non riusciva a vederla.
Come colto da un presentimento,
riprese in mano la rivista in cui aveva trovato il biglietto, alla ricerca di
indizi. Ormai il file di quel nuovo cliente, il motivo per cui entrato nella
stanza, era stato dimenticato.
All’inizio non trovò nulla.
Sfogliava le pagine patinate senza che niente catturasse la sua attenzione.
Poi lo vide. Dopotutto il suo
istinto non poteva sbagliare.
In fondo ad una pagina, lungo il
margine bianco del foglio, c’era una scritta. La grafia era quella di Angel.
Solo poche parole, ma Spike sentì di aver trovato quello che cercava.
Oz
(Clev)
**********
Un semplice nome, seguito da un
numero di telefono. Ma ciò che lo colpì fu quello che era scritto in
parentesi. Cleveland. Chiunque fosse questo Oz, probabilmente c’entrava
qualcosa con la partenza di Angel.
Ehi!
Aspetta un attimo.
Pensa, Spike, pensa.
Oz?
Dov’è che aveva già sentito
quel nome…?
E, in un attimo, fu come se
un’ondata di lava incandescente lo travolgesse, bruciandogli l’anima.
Quell’anima che aveva riavuto
indietro… solo per lei.
Proprio per lei.
Lei, che, prepotente, continuava
a riaffacciarsi nella sua vita, anche se adesso non ne faceva più parte. Anche
se adesso apparteneva ad un altro.
Un altro che, n’era certo, non
l’avrebbe mai, mai amata come faceva lui. Un altro che l’avrebbe guardata
senza veramente apprezzare ogni suo singolo gesto… senza cogliere l’infinita
armonia dei suoi movimenti… senza rispecchiarsi in quella scintilla che le
illuminava il volto quando combatteva. Un altro che non l’avrebbe mai capita.
“Ho visto il meglio e il peggio di
te, e ho capito con totale certezza quello che sei. Sei un diavolo di donna. Sei
l’unica, Buffy”
Senza rendersene conto, si era
ritrovato a stringere i pugni, così forte da farsi male. Tremava.
Quanto si odiava. Perché, perché
diavolo era così debole? Perché gli bastava solo pensarla, per sentirsi
bruciare dentro? Perché non riusciva a reagire, ad andare avanti?
Lo sapeva. Sapeva bene perché.
Perché senza di lei, non valeva
la pena di farlo. Lei era stata la sua spinta, la sua forza, lei lo aveva
portato a cambiare, a vivere, a reagire, a rialzarsi sempre. A suo modo, certo,
ma lei lo aveva aiutato.
Lo aveva salvato.
Aveva visto dentro di lui,
dimenticando il mostro, il Sanguinario; ed era rimasto solo William.
Lei aveva creduto in lui, ma
soprattutto, gli aveva insegnato a credere, per primo, in se stesso; lei gli
aveva dato la sua fiducia, incondizionatamente, senza riserve.
“Sei il mio campione, Spike”
Lui, che non aveva mai creduto di
poter diventare un uomo, aveva ottenuto la stima, la comprensione, l’…
No.
Non l’amore.
Era ridicolo anche solo pensarlo.
Lei non poteva amarlo, l’aveva detto chiaro e tondo, in moltissime occasioni,
ogni volta stracciandogli il cuore.
“Ti sto usando. Non posso amarti.
Sono… debole, sono egoista…” “Mi
sono mai lamentato?!” “…e
mi fa male! Ma purtroppo sono così. Mi dispiace… William”
Quelle parole lo avevano segnato
per sempre. Era la fine di quello che, per lui, era stato un sogno, per lei un
incubo. La Cacciatrice che, rammollita dopo la resurrezione, cercava conforto
tra le braccia di un animale… un demone… un mostro.
“Non hai un cuore, non hai
un’anima, non hai coscienza! Sei…arido dentro!”
“Tu non sei un uomo. Sei una cosa.
Una cosa disgustosa e cattiva!”
Hai ragione, tesoro. Sono solo un
mostro. Un…morto. Niente di più!
Ma allora perché provo…questi
sentimenti…per te? Perché riesco ad amare, a gioire, a soffrire…a piangere!
Ti rendi conto di cosa significhi tu per me?!
No, Buffy. Tu non capisci. Per
lungo tempo non mi hai nemmeno creduto, quando dicevo di amarti. Anzi, la sola
idea ti disgustava.
“Spike…l’unica possibilità che
hai avuto con me è stato quando ero priva di sensi!”
Eppure…
Qualcosa era cambiato. Lui aveva
riavuto indietro la sua anima e lei…non era più stata la stessa. All’inizio
era stata dura. Dopo quello che le aveva fatto… tentato di fare… era stato
difficile recuperare i rapporti. Ma, quando aveva rischiato di impazzire a causa
del Primo, lei gli era stata vicina, lo aveva difeso contro tutto e tutti. Aveva
lasciato che gli venisse rimosso il chip dalla testa, proprio perché si fidava
di lui, credeva nella sua redenzione. Si era schierata persino contro il suo
Osservatore, l’uomo che più rispettava, per salvare quel vampiro con
l’anima afflitto dal dolore. E Spike avrebbe fatto qualunque cosa pur di non
deluderla.
Anche sacrificare la sua stessa
vita.
Non avrebbe mai dimenticato
quegli ultimi istanti… lei, i suoi magnifici occhi pieni di lacrime, la sua
mano…le sue parole.
Le sue parole.
“Ti amo”
Quella frase aveva continuato a
tormentarlo, dopo la sua resurrezione. Non aveva mai osato sperare che fosse la
verità…perché sarebbe stato terribile crederlo, e poi ritrovarla, dopo mesi
e mesi, tra le braccia di un altro.
Già.
Un altro.
Quella volta, in Italia…
Cleveland – Vecchi amici
h 11:40 P.M
Buffy ed Oz sedevano insieme su
una scomoda panchina di ferro battuto, lungo il vialetto principale del
cimitero. Dopo lo stupore inziale, si erano ritrovati a chiacchierare come se
non si fossero mai allontanati. Avevano così tante cose da dirsi!
Oz aveva spiegato che si trovava
lì a Cleveland con la sua nuova band, i Bloody Kids. Quando Buffy gli aveva
chiesto cosa ci facesse in un cimitero, a quell’ora per giunta, lui aveva
spiegato che sua nonna era sepolta lì, e lui, essendosi trovato in città,
aveva pensato di farle visita.
Buffy non aveva fatto commenti,
ma aveva capito subito che si trattava di una bugia. Non era certo l’orario
per una visita, e comunque il cimitero era chiuso, di notte. In quanto
Cacciatrice, era più che abituata a scavalcare cancelli e mura di cinta: ma
dubitava che Oz fosse altrettanto allenato.
Angel. Era stato lui a mandare Oz
a Cleveland, e in particolare al cimitero, affinché incontrasse Buffy e le
parlasse, se non altro per assicurarsi che stesse bene.
Non sapeva cosa pensare. Da un
lato, lo trovava molto dolce; ma dall’altro, era quasi maniacale. Insomma, lei
ed Angel non stavano più insieme, e da moltissimo tempo, ormai. Ma lui
continuava ad…intromettersi, era quello il termine giusto, nella sua vita. Da
quando aveva saputo del suo ritorno in America, le sue telefonate erano
diventate sempre più frequenti; addirittura, parlava di andarla a trovare, per
“vedere come ti sei sistemata, sai com’è”. Era incredibile. In passato,
c’era stato sempre un motivo preciso per le sue visite: ma adesso sembrava
semplicemente intenzionato ad una… gita fuori porta. Buffy era rimasta davvero
spiazzata. Ed ora, Oz si trovava “casualmente” di notte in un cimitero… Oz,
che, negli ultimi tempi, sembrava essere diventato grande amico di Angel… Era
una coincidenza troppo strana.
“Ci sono due cose a cui non credo:
le coincidenze e i folletti!” pensava, scettica come sempre.
“Così…tu e Dawn vi siete
trasferite in Italia” commentò Oz, distogliendola dai suoi pensieri.
“Già. Credo che avessimo
entrambe bisogno di…sai, cambiare ambiente” spiegò Buffy con un lieve
sorriso.
“E allora come mai siete
tornate? Voglio dire, la Bocca dell’Inferno, la ronda, e tutto il resto…”
obiettò Oz, indicando con il mento le lapidi intorno a loro.
Buffy ci pensò su un istante.
Perché era tornata? Per fare un favore a Giles, per allenare Madison? Forse. O
almeno, questa era le versione che aveva dato a tutti, compresi Angel e Dawn. Ma
qual era la verità?
“Il signor Giles aveva bisogno
del mio aiuto” rispose, in tono poco convinto “Il Consiglio mi ha chiesto di
occuparmi di una Cacciatrice che vive qui, ed io ho accettato. E poi…bè, a
dir il vero, non credo che Roma fosse la città adatta a me. Troppo sole e
nessun demone millenario!” aggiunse, ironica.
Oz le sorrise, ma poi decise di
azzardare: “Tranne il tuo ragazzo…”
Buffy si irrigidì
impercettibilmente. Aveva appena avuto la conferma dei suoi sospetti: Angel
aveva raccontato ad Oz anche i più piccoli particolari della sua vita in
Europa, e la cosa la infastidiva. Tanto più che non sapeva come rispondere.
“La mia storia con…l’Immortale – credo che lo chiamino così… non era
destinata a durare. Eravamo troppo diversi. Voglio dire, ho imparato a mie spese
cosa succede quando si ci innamora di una creatura infernale, e francamente,
visto come sono andate le cose in passato, ho preferito chiudere prima di farmi
coinvolgere troppo” spiegò, senza nascondere un certo imbarazzo. Era la prima
volta che si decideva ad ammetterlo: per quanto cercasse di negarlo, sembrava
aver un’ incredibile predilezione per le “creature infernali”, demoni o
vampiri che fossero. Era una sorta di…perversa ossessione, di cui si
vergognava profondamente. Perché non poteva anche lei innamorarsi di una
persona normale? Persino Riley, l’unico ragazzo umano che aveva avuto negli
ultimi anni, era in qualche modo invischiato nella lotta contro il male: per non
parlare di quando si era fatto mordere da una vampira, in quell’orrendo
bordello.
Oz annuì comprensivo, e decise
di cambiare argomento: “E Dawn? Come ha reagito alla notizia del
trasferimento?”
Buffy sorrise, sarcastica:
“Direi che l’espressione “felice come una pasqua” non renda molto bene
l’idea, ma… credo si sia rassegnata. La sua nuova scuola le piace, è molto
più tranquilla di quella che frequentava in California… ma, bè anche una
gabbia di leoni lo sarebbe!” commentò, inarcando le sopracciglia.
Oz ridacchiò, ripensando con
affetto agli anni del liceo. Si perché, nonostante tutti i problemi che aveva
dovuto affrontare (non ultimo, l’essersi scoperto licantropo!), quello era
stato il periodo più bello di tutta la sua vita. Non importava rischiare la
vita ogni giorno, perché, qualunque cosa succedesse, non era mai solo. C’era
sempre lei con lui… Willow. Timida, dolce, piccola Willow. Quanto l’aveva
amata. Se solo le cose fossero andate diversamente, tra loro…
“Dimmi degli altri” chiese a
Buffy “Che fine hanno fatto gli Scoobies?”
La Cacciatrice sorrise nel
risentire quella parola. Era stato Xander a mettere quel soprannome alla loro
gang… non l’avevano poi usato molto, riflettè, ma era divertente sapere di
averne uno.
“Stanno tutti bene…bè…”
si corresse subito, inorridita da quello che aveva appena detto. Era inutile
fingere che niente fosse accaduto. Tara ed Anya erano morte, così come…
“Immagino che tu abbia saputo... di Anya e Tara” aggiunse a voce più bassa.
Oz si maledì mentalmente per non
aver posto quella domanda con maggior tatto. Angel gli aveva già detto che
l’ultima Apocalisse aveva mietuto delle vittime. “Si, io… l’ho saputo.
Mi dispiace tanto” mormorò, sentendosi a disagio. Guardò Buffy, e si rese
conto, ancora una volta, che qualcosa la turbava. La Cacciatrice aveva lo
sguardo perso nel vuoto, una strana malinconia dipinta sul viso. Oz pensò che
si stesse semplicemente rammaricando della scomparsa delle due ragazze… ma non
era così. C’era qualcosa di più. Qualcosa che aveva giurato di non
confessare mai a nessuno.
“Come stanno Xander e… Willow?”
domandò timidamente Oz, temendo di sentire qualcosa che non avrebbe voluto
sapere. Il solo pensiero che Willow soffrisse ancora per la perdita, ormai non
più recente, di Tara, lo faceva star male.
Buffy soppesò le parole:
“Willow sta bene. Adesso vive a San Francisco, si è laureata. Dopo la morte
di Tara… certo, all’inizio ha sofferto moltissimo. Il dolore l’ha quasi
portata a distruggere il mondo! Ma il tempo è riuscito a guarirla. Ha avuto
addirittura un’ altra storia, con… una Cacciatrice. Solo che poi non ha
funzionato.” spiegò, sapendo quanto quell’argomento fosse importante per il
suo interlocutore.
Oz appariva sereno. Quelle parole
lo avevano rassicurato. Insomma, sapeva bene che Willow… era cambiata. Che non
sarebbero mai più tornati insieme. Quindi, era contento di sapere che si era
rifatta una vita. Lui c’era riuscito, ed era più che giusto che ci riuscisse
anche lei.
“Quanto a Xander… bè, va
avanti. Ma credo che non l’abbia ancora superato… non del tutto, almeno”
sospirò Buffy, triste per l’amico.
“Mi dispiace” ripetè Oz, non
sapendo cos’altro dire.
Ma sapeva che Buffy aveva omesso
qualcosa.
Angel gli aveva raccontato di
Spike: la sua morte, la sua “ricomparsa” ad L.A, il fatto che adesso
lavorassero insieme. Avevano perfino affrontato un’ Apocalisse, fianco a
fianco, improbabili alleati. Angel, però, gli aveva fatto promettere una cosa:
per nessuna ragione al mondo avrebbe dovuto rivelare a Buffy tutto questo. Lui
aveva accettato, senza pensarci, sicuro che alla Cacciatrice non importasse poi
molto della morte del vampiro. Forse era per questo che Buffy non vi aveva
neppure accennato. Tuttavia, dal momento che Angel glielo aveva espressamente
chiesto, decise di indagare.
“E Spike?”
Se soltanto Oz avesse potuto
immaginare quale rezione avrebbe provocato quella semplice domanda, forse si
sarebbe trattenuto dal farla.
Deglutì, e sentì la gola andare
a fuoco. Gli occhi si erano istintivamente spalancati, a quel nome, per poi
richiudersi, già caldi di lacrime. Lentamente, chinò il capo e si coprì il
volto con le mani, nel disperato tentativo di nascondere quell’assurdo segno
di debolezza, di cui profondamente si vergognava.
Piangere… per lui!
Per quell’insopportabile,
spietato vampiro, ossessionato da lei al punto da…
Smettila! gridò a se stessa. Sei patetica.
Fà un respiro profondo…
un respiro profondo…
… Spike… dove sei?
Mi hai mentito. Avevi giurato che saresti rimasto al mio fianco fino
alla fine del mondo… e così non è stato. Il mondo è ancora intatto, mentre
tu non ci sei più, ed io…
“Ehi, ho sempre saputo che sarei
morto combattendo!”
Per un attimo l’era quasi parso
di sentire la sua voce.
In fondo era quello il suo
destino, e lui lo sapeva. Ma… Dio, era così ingiusto! Lui non meritava di
morire in quel modo, non dopo tutto quello che aveva fatto… per lei, per loro,
per essere migliore, per… per ottenere il suo amore.
“Così tutti guarderanno, e
perdoneranno… E lui sarà amato!”
Spike, io ti ho perdonato! Non
era necessario che… non avresti dovuto…
“Spike, hai fatto abbastanza, puoi
ancora…” “No! Tu li hai battuti, ora tocca a me fare pulizia!”
… Ricordi…
Buffy tremava. Non osava alzare
la testa, per paura di incrociare lo sguardo di Oz che, ne era certa, non
avrebbe capito. Nessuno avrebbe capito. Ecco perché aveva scelto di soffrire in
silenzio, nascondendo agli altri il suo dolore, i suoi sensi di colpa… perché
per tutti, tranne forse per Dawn, lui era solo… un mostro. Nient’altro.
Già, un mostro! Un mostro che
aveva saputo ascoltarla, confortarla, aiutarla meglio di chiunque altro… che
era lì, solo, quando tutti gli altri l’avevano abbandonata… che aveva
asciugato le sue lacrime fucile alla mano, dopo essere stato trattato come
spazzatura… che si era lasciato colpire senza reagire, anche quando avrebbe
potuto, pur di salvarla dalla prigione… che, dopo aver cercato di violentarla,
si era ripreso la sua anima, pur sapendo che i sensi di colpa lo avrebbero
tormentato in eterno…
Un mostro?!
Buffy si impose di riprendere il
controllo. Si asciugò le guance rigate di mascara, e sospirò, l’aria calda e
secca le invase i polmoni.
Timorosa di quello che avrebbe
visto, aprì lentamente gli occhi e si voltò.
Oz aveva visto gli occhi della
Cacciatrice riempirsi inesorabilmente di lacrime, il suo capo abbassarsi,
umiliato, le sue piccole spalle tremare, ed era rimasto, incredulo, a domandarsi
il perché di quella reazione. Poi aveva capito.
Spike.
Buffy e Spike!
Non c’aveva mai pensato prima,
ma, effettivamente, doveva esserci un motivo per cui Angel sembrasse così
interessato a ciò che Buffy pensava di Spike. Solo ora aveva compreso la vera
causa che aveva spinto Angel a chiamarlo, per chiedergli, dal momento che si
trovava a passare da Cleveland con la band, di cercare Buffy… e chiederle di
Spike. Angel si sentiva minacciato, aveva paura che, dopo aver riconquistato la
sua anima, Spike potesse farsi spazio nel cuore della Cacciatrice. Così, aveva
pregato Oz di tastare il terreno.
Bè, lui l’aveva fatto. E il
terreno si era sbriciolato, crollando, annegando fra le lacrime.
Troppo tardi, Angel.
Los
Angeles – La decisione
h 3:15 P.M
Quella volta, in Italia, quando
lui ed Angel…
Erano in Europa per recuperare la
testa di un importante Capo di famiglia; ma poi avevano scoperto che Buffy si
trovava a Roma, e che si era fatta ammaliare da quel demone, l’Immortale o
come diavolo si chiamava, proprio come era già successo a Darla e Dru. Così la
loro priorità era diventata salvare la ragazza: erano rimasti comprensibilmente
sconvolti quando, parlando con Andrew (il nanerottolo dalla lingua troppo
lunga), avevano scoperto che Buffy si diceva innamorata dell’Immortale!
Era stato un duro colpo per entrambi: ma Angel aveva ormai la sua vita, la sua
ragazza (anche se non era proprio una tipa normale…), il suo lavoro. Spike,
invece, che cos’aveva? Niente. Niente che gli appartenesse davvero. Quella
nuova vita sembrava solo una grande finzione, una bugia che era costretto a
sostenere ogni giorno, nell’illusione che, se si fosse mostrato felice, lo
sarebbe diventato sul serio.
Ma non aveva funzionato. Lei era
ancora lì, dannatamente presente, nella sua testa, nel suo cuore, nella sua
maledettissima anima.
E quel giorno, con quella
fortuita scoperta, aveva avuto la conferma che tanto temeva: non sarebbe stato
tanto facile cancellarla dalla sua vita.
Quanto poteva essere crudele il
destino?
Non bastava che la nuova
segretaria portasse il *suo* stesso cognome, no, ora saltava fuori che Angel
sarebbe andato a trovare un *suo* amico in Ohio!
Era veramente troppo.
Spike dovette appoggiarsi allo
stipite della porta per sostenersi, quella maledetta rivista ancora in mano.
Aveva il respiro affannoso, e non sapeva perché.
Smettila! gridò a se stesso. Sei patetico.
Si impose di riprendere il
controllo. Prese il biglietto aereo incriminato ed uscì a grandi passi
dall’ufficio. Diretto verso le scale, passò davanti ad una porta aperta e si
sentì chiamare.
“Spike!”
Si fermò. Alison si affacciò
all’uscio del suo ufficio, guardando incuriosita ciò che Spike aveva in mano:
“Allora, hai trovato… e questo cos’è?” domandò, rendendosi ben presto
conto che non si trattava della scheda di un nuovo cliente. Sembrava
piuttosto… una rivista. Una rivista d’arredamento! Alison lo guardò,
sorniona: “Cos’è, stai ristrutturando casa? O forse ti dai al
giardinaggio?! Era ora che liberassi la tua parte femminile, Spikey, forse in
questo modo…” ma Spike interruppe, spazientito, le sue illazioni:
“Indovina che cosa ho scoperto? Pare che il “capo” non sia venuto al
lavoro perché troppo occupato ad organizzare il suo bel viaggetto…” commentò,
porgendole il giornale e il biglietto aereo.
Alison aggrottò le sopracciglia,
perplessa, e li prese. Ad un tratto la sua espressione mutò. Era impallidita.
“Oh, mio Dio… Cleveland…” mormorò, guardando turbata Spike.
“Già, Cleveland. Pare proprio
che il lavoro di super-capo-tirannico-e-sfruttatore renda bene, dal momento che
può permettersi queste vacanze in piena alta stagione…” cominciò Spike,
con il consueto sarcasmo, ma gli bastò un’occhiata alla segretaria per capire
che qualcosa non andava.
“Spike, non capisci?
Cleveland… la Bocca dell’Inferno… devo farti la divisone in sillabe???”
lo apostrofò Alison, insopportabile come al solito.
Spike corrugò la fronte: “Che
c’entra Cleveland con Sunnydale? Insomma, a parte il fatto che si trovano
nello stesso emisfero, non…”
“SPIKE! Chi ha mai parlato di
Sunnydale? Credi forse che Cleveland sia meno pericolosa, come Bocca
dell’Inferno?” lo aggredì Alison, irritata dalla sua ottusità.
Spike si accigliò, mentre una
strana, sicuramente sbagliata, idea si faceva largo nella sua mente: “Ehi,
aspetta un momento, hai detto: “Bocca dell’Inferno”?
La segretaria era ormai
esasperata: “Sai una cosa, non capisco perché spreco il mio tempo a parlare
con un celenterato, mentre Angel vuole partire e rischiare la vita per…”
Spike era sempre più stordito:
“Cleveland… è una Bocca dell’Inferno?”
Alison sbuffò: “Bè, mio caro
mister “so-tutto-io”, sono lieta di comunicarti che, non solo Cleveland è
una Bocca dell’Inferno, ma sembra anche essere in fermento, negli ultimi
tempi! E ora Angel vuole andarci, e gli toccherà combattere, e morirà, e tutto
questo sai perché? Perché quella pappamolle della Cacciatrice non è in grado
di gestire da sola le Apocalissi…”
Spike era confuso, e il continuo
chiacchiericcio della ragazza non lo aiutava di certo; riuscì a distinguere
solo una parola fra tutte, ma bastò.
La Cacciatrice.
Sapeva che adesso, grazie
all’incantesimo di Willow, non c’era più una sola Prescelta: ma quel nome,
per lui, significava ancora una persona sola.
Il lampo di un sospetto lo folgorò
quasi. Insomma, non era possibile… Angel non gli avrebbe mai fatto una cosa
del genere… Certo, loro due non erano mai stati grandi amici, ma… Ripensò
al suo comportamento durante il loro viaggio in Italia e, di nuovo, il dubbio lo
assalì. Doveva sapere.
“Alison, tu credi che…
insomma, se la Bocca dell’Inferno è tornata attiva, significa…” gli mancò
la voce. Il suo sguardo, però, diceva tutto.
Alison era nuova del posto: ma
Angel le aveva raccontato la strana storia di William il Sanguinario, il vampiro
con l’anima, ossessionato dalla Cacciatrice… com’è che si chiamava? …
Buffy qualche cosa. Quindi comprese subito quello che Spike stava cercando di
dire.
“Vuoi sapere se ci sarà anche
Buffy?”
Spike trasalì visibilmente a
quella parola. Da tanto tempo, ormai, quel nome era considerato un tabù da
quelle parti: né lui, né Angel avevano più parlato di Buffy dopo il famoso
viaggio europeo, che aveva lasciato entrambi con l’amaro in bocca.
Alison non attese una risposta:
“Bè, mettiamola così: se tu fossi un pompiere, il migliore tra tutti, e
fosse scoppiato un grosso incendio, tu cosa faresti? Lasceresti la cosa in mano
ai tuoi colleghi, pur sapendo che potresti fare meglio di loro, oppure ti
butteresti nella mischia?”
Spike comprese la ragionevolezza
di quelle parole e si stupì che provenissero da quella ragazzina. Bè, in fondo
era pur sempre una Summers!
Alison vide la sua espressione
disorientata e sorrise: “Tu vuoi andare da lei, non è così, Spike?”
Spike abbassò lo sguardo.
Rivedere Buffy. Era il suo chiodo fisso, ciò che più temeva e più desiderava.
Sapeva che, comunque fossero andate le cose, dopo aver incrociato i suoi occhi
verdi anche solo per un secondo, niente sarebbe più stato come prima.
Alison non poteva fare a meno di
continuare a sorridere, vedendo quel borioso di Spike chinare la testa, schiavo
di un amore impossibile. Eppure, nonostante fossero tutt’altro che amici…
stranamente non aveva intenzione di schernire il suo dolore. In fondo lo capiva.
Dopotutto anche lei si trovava in una situazione simile... “E allora vacci!”
esclamò, sull’orlo dell’esasperazione “Provaci, che ti costa! Se non
altro, adesso sai dove cercarla.”
Spike alzò la testa, spiazzato
da quel comportamento. Guardò con sorpresa la ragazzetta che gli stava di
fronte, e improvvisamente la vide sotto una nuova luce.
“Tu… credi che dovrei
farlo?” chiese, la voce tremante d’emozione.
Alison scrollò le spalle: “Non
ha importanza quello che credo io. Devi fare quello che pensi sia giusto per te.
Ma, detto tra di noi…” Alison gli sorrise, complice “Penso che tu sappia
già cosa devi fare… Non è così… William?”
Quella fu la spinta decisiva.
Nessuno lo chiamava mai in quel modo, solo…
Improvvisamente, la rivide. I
suoi lunghi, folti capelli biondi, i suoi grandi ed imperscrutabili occhi color
smeraldo, la sua bocca rosata, capace di eccitarlo o di distruggerlo, le sue
mani, così dolci e così violente, il suo corpo, caldo e meravigliosamente…
Sentì un brivido attraversarlo,
e decise, mentre un sorriso si dipingeva lentamente sulle sue labbra.
Ora sapeva cosa fare.
Cleveland
- Ospitalità
h 00:05 A.M
Gli occhi di Oz sembravano
sorriderle con simpatia, mentre lentamente riprendeva il controllo. Non era
quella la reazione che si aspettava. Possibile che… che avesse capito? Sperava
vivamente che fosse così, almeno non avrebbe dovuto dare spiegazioni sullo
stupido, umiliante sfogo emotivo di un attimo prima. Inghiottì e cercò di
ricambiare quel sorriso, ma il meglio che riuscì a fare fu una buffa smorfia.
Oz la fissò per un attimo… e ridacchiò. Buffy lo imitò, sollevata.
Oz si morse le labbra, pensando a
quello che gli aveva raccomandato Angel; poi si riscosse. “Al
diavolo!” pensò. Buffy era una sua amica e, se non aveva voglia di
toccare quel tasto, lui non l’avrebbe certo spinta a farlo. Che Angel
indagasse pure di persona, se per lui era tanto importante! Proprio quando stava
per proporre di cambiare argomento, Buffy lo battè sul tempo: “Scusami. Devo
sembrarti una stupida…” mormorò, sforzandosi di sorridere.
Oz si accigliò e scosse
violentemente la testa: “Ehi! Non c’è niente di stupido nel dolore” disse
in tono carezzevole.
Buffy abbassò lo sguardo e restò
in silenzio per qualche istante. Quando parlò di nuovo, aveva la voe incrinata:
“E’ che… lui mi manca così tanto!”
Oz sentì una fitta al cuore. Era
incredibile vederla in quel modo. Lei, l’indomita e impavida Cacciatrice, in
lacrime, a discapito del suo orgoglio, per la morte di un…
Di colpo, Oz fu folgorato da
un’idea. Spike era vivo, ma Buffy non lo sapeva! Certo, Angel gli aveva
proibito di riverlarglielo, ma… lei stava soffrendo per la morte di qualcuno
che in realtà era vivo e vegeto, ed era ingiusto che non potesse neanche
saperlo.
Il problema adesso era… doveva
dirglielo?
Sapeva che Angel sarebbe andato
su tutte le furie, ma, in fondo, che diritto aveva di nascondere alla sua ex una
cosa che sicuramente avrebbe voluto sapere? Era un atteggiamento molto
egoistico, da parte sua. Eppure, riflettè, lo stesso Spike non aveva fatto
assolutamente nulla per svelare quella menzogna. Forse i sentimenti che provava
per Buffy non erano più quelli di una volta, quindi…
La voce ormai roca della
Cacciatrice interruppe il corso dei suoi pensieri: “Tu non lo conoscevi, non
sai come… quello che ha fatto… per me, per il mondo. Io avrei dovuto
salvarlo. Ma no, certo, questo non sarebbe stato da me! Perché è questo quello
che faccio, ogni volta. Salvo il mondo, ma non le persone che amo! E’ già
successo in passato, e non mi riferisco soltanto ad Angel. Tara. Anya. E Chloe,
e Amanda... Persino mia madre!” il suo tono di voce suonava ormai isterico.
A quelle parole Oz non potè fare
a meno di intervenire: “Questo non è vero. Tua madre non è morta per cause
sovrannaturali. Sai bene che non avresti potuto salvarla. E per quanto riguarda
gli altri, pensi davvero che sia stata colpa tua?”
Buffy non rispose, ma dentro di sé
conosceva già la risposta. Di chi altri poteva essere la colpa? Lei era la
Cacciatrice, lei aveva il dovere, il compito di proteggerli… Con Spike, poi…
Se solo l’avesse fermato! Se solo gli avesse strappato via quel dannato
amuleto dal collo… Sarebbe bastato così poco! Solo un piccolo, rapido gesto,
e lui sarebbe stato ancora lì con lei. Ma non l’aveva fatto. Era la storia
della sua vita! Un vortice di errori, sempre gli stessi, che si ripetevano, e
ripetevano, e ripetevano all’infinito. Credeva che con l’Immortale le cose
sarebbero andate diversamente… invece le sue storie sembravano destinate a
naufragare.
“Sono consapevole della mia…
stellare fortuna con i ragazzi…”
La storia del biscotto poco cotto
non era stato solo un diversivo per non parlare ad Angel dei suoi sentimenti per
Spike: era la verità. Si sentiva proprio così. Ma… quando era con lui,
dimenticava ogni suo fallimento. Tutto il dolore provato, prima per Angel, poi
per Riley, perdeva significato quando quegli immensi occhi azzurri la fissavano.
Se solo le circostanze fossero state diverse… insomma, si era innamorata di
Angel prima di scoprire la sua vera natura, mentre sapeva fin troppo bene che
Spike era un vampiro; per questo le riusciva così difficile lasciarsi andare
come aveva fatto in passato. Troppe paure, troppi preconcetti le avevano
impedito di vivere serenamente il periodo della loro storia. E adesso, --adesso
che lui non c’era più, che non si appostava più sotto casa sua nella
speranza di vederla, che non le appariva più alle spalle durante la ronda, che
non l’attirava più nella sua cripta con qualche battutina al vetriolo--…
adesso, più che mai, Buffy avvertiva tutto il peso dei rimpianti.
In quel momento, una lieve
pressione sulla schiena la fece trasalire. Oz ritrase immediatamente la mano,
temendo di averla spaventata; in realtà, quel gesto aveva risvegliato in lei
ulteriori...
“Posso aiutarti in qualche modo?”
…dannati ricordi…
Buffy si voltò verso Oz, che le
sorrise teneramente. Provò di nuovo a ricambiarlo, e questa volta le riuscì
meglio. “Dove hai intenzione di passare la notte? Dopo aver pregato per tua
nonna tutto il tempo necessario, s’intende!” aggiunse la Cacciatrice con un
sorrisetto eloquente, e Oz intuì che la sua copertura era saltata.
“Dormirò nel furgone,
suppongo. E’ abbastanza confortevole per passarci una notte, ed è dotato di
un ottimo impianto stereo, che è tutto ciò che cerco in una casa!” sorrise,
nient’affatto ironico. Per lui la musica era tutto.
A quelle parole Buffy aggrottò
la fronte, contrariata: “Stai scherzando? Vuoi davvero dormire in quella
specie di bugigattolo?” chiese, guardando il vecchio furgone bianco a disegni
psichedelici, parcheggiato proprio di fornte al cimitero, visibile attraverso le
sbarre della cancellata.
“Cosa c’è che non va nel mio
Suzuki?” protestò l’amico, fintamente offeso.
“Vuoi dire, a parte il fatto
che cade a pezzi? Niente!” ribattè Buffy, sardonica.
“Ha l’aria vissuta…”
borbottò Oz, fingendo il broncio.
“Si, da un branco di
barbari!” commentò allegramente la Cacciatrice.
“E comunque, non ho altro posto
dove andare. Non posso permettermi un…” cominciò Oz, ma Buffy lo interruppe
subito: “Puoi stare da me! Scommetto che la mia stanza degli ospiti è molto
meglio del tuo quattroruote! E poi Dawn ha un fantastico impianto hi-fi!”
Oz era sorpreso, non si aspettava
un simile invito; ma ne comprese tutta la ragionevolezza, e decise di accettare.
Lanciò uno sguardo di scusa al suo Suzuki, poi sorrise riconoscente alla
Cacciatrice: “Bè, se la metti in questi termini, allora… come posso dirti
di no?!”
Los
Angeles – A perdifiato
h 00:00 A.M
Era stata una vera e propria
corsa contro il tempo. Doveva assolutamente fare in modo di partire prima di
Angel. Con grande sollievo, dopo aver telefonato alla compagnia aerea, aveva
saputo che il prossimo treno per l’Ohio sarebbe partito proprio quel giorno:
il decollo era previsto per la tarda serata. Così, utilizzando il nome di
William Atwood, aveva prenotato un posto in classe turistica – avrebbe pagato
direttamente in aeroporto, anche se si trattava di una procedura estremamente
anomala. Si era ritrovato a dover letteralmente supplicare Alison (Dio, che
umiliazione!) di tenere la bocca chiusa riguardo l’intera faccenda; dopodichè
aveva chiesto un permesso al lavoro (o meglio, visto che il “capo” non
c’era, si era preso arbitrariamente il permesso, firmando al posto di Liam
Harrison/Angel) ed era corso a casa a preparare i bagagli. Poi, consultando lo
stradario, si era reso conto che l’aeroporto era più lontano di quanto
immaginasse: gli sarebbe toccato prendere un taxi, anche se non sopportava
l’idea di abbandonare ad L.A. la sua amata Volkswagen nera – l’auto che,
negli ultimi mesi, si era succhiata gran parte dei suoi stipendi.
Proprio quando pensava di essere
pronto, era rimasto folgorato da un pensiero: non aveva la minima idea di dove
abitasse Buffy, né di dove si trovasse l’aeroporto di Cleveland… anzi, non
sapeva neanche se Buffy fosse davvero
lì, né tantomeno se a Cleveland ci fosse davvero
un aeroporto. Così, preso dal panico, aveva effettuato una ricerca su Internet
e aveva scoperto che, si, a Cleveland c’era un aeroporto, ma era molto lontano
dalle zone abitate. Questo significava che avrebbe dovuto prendere un altro taxi
(quel viaggio diventava sempre più costoso, pensava)… ma per andare dove? Non
poteva certo chiedere ad un autista di scarrozzarlo avanti e indietro per i
quartieri residenziali, nella speranza di incontrare una persona che forse non
si trovava nemmeno lì! Un tempo, grazie al suo infallibile olfatto vampiresco,
non avrebbe avuto alcun problema a trovarla… ma adesso le cose erano cambiate.
Certo, possedeva ancora alcune caratteristiche da vampiro (era più forte di un
comune essere umano, aveva una vista particolarmente acuta, e provava una certa
attrazione per il sangue…), ma non bastavano.
Se solo avesse avuto il suo
indirizzo… bè, probabilmente Angel ce l’aveva, ma chiederglielo significava
svelare il suo proposito… e poi Angel non era neanche in circolazione…
avrebbe dovuto servirsi da solo, anche se il pensiero di ritornare nel
ripostiglio (ops… nell’ufficio) del “capo” non lo entusiasmava di
certo…
Improvvisamente, si era ricordato
della rivista che aveva trovato qualche ora prima. Forse, con un po’ di
fortuna, quell’ Oz era ancora in contatto con Buffy. “Ma certo!” aveva
pensato, euforico e furioso allo stesso tempo. Era da Buffy che Angel voleva
andare, non da Oz! Se aveva il numero del ragazzo, doveva essere per un solo
motivo: lui era il suo contatto, il suo gancio, ciò che lo avrebbe portato alla
Cacciatrice. In quel caso c’era una sola cosa da fare. Aveva preso il numero e
provato a chiamare Oz sul cellulare: ma non c’era campo. Aveva deciso che
avrebbe ritentato più tardi.
E così, dopo un lungo tragitto
in taxi, adesso Spike si trovava all’aeroporto di L.A., in attesa che venisse
annunciato il suo volo. Era stato fortunato: non si era vista l’ombra di Angel
per tutto il giorno. Se gli fosse capitato tra i piedi, non sapeva proprio come
avrebbe fatto a giustificarsi.
“Che significa che se n’è
andato?” abbaiò Angel stringendo la cornetta così forte da farsi male.
Dall’altro capo del telefono
risuonò la voce intimidita di Alison, la segretaria: “E’ uscito prima dal
lavoro, ha detto che aveva un impegno… non ha voluto dirmi dove andava”.
Alison si sentiva un verme a mentire in qul modo all’unica persona che, da
quando aveva iniziato a lavorare a Los Angeles, si era mostrata gentile con lei.
E per cosa, poi? Per salvare il culo di Spike?
Quell’essere insopportabile che l’accoglieva ogni mattina con un rimbrotto
diverso, e che non perdeva mai l’occcasione di umiliarla? Cominciava a
dubitare che ne valesse la pena.
“Non posso crederci, è
impossibile!” mormorò Angel avvampando, sconvolto al solo pensiero che Spike
avesse scoperto…
Era stato fuori tutto il giorno
perché aveva degli appuntamenti, e quando era tornato la sua agenzia era ormai
chiusa. Ma aveva lasciato il biglietto aereo nella scrivania del suo ufficio, e
ne aveva bisogno. Inoltre, doveva redigere un comunicato ufficiale per tutti i
dipendenti, per avvisarli della sua partenza, e delegare uno di loro (di certo
NON Spike) a svolgere le mansioni di capo durante la sua assenza. Così era
entrato ed era salito al suo ufficio. Aveva cominciato a cercare il biglietto
aereo e il numero di Oz; ma dopo minuti e minuti di ricerca infruttuosa, era
stato colto da un orribile presentimento. Aveva continuato a cercare, fin quando
il sospetto non era diventato un’atroce certezza: qualcuno si era intrufolato
nel suo ufficio e aveva rubato proprio quei due oggetti così importanti per
lui… e, anche se non sapeva spiegarsi il perché, aveva la terribile
sensazione che fosse stato proprio chi, meno di tutti, doveva trovare quelle
carte. Spike.
In preda ad una febbrile
agitazione, aveva telefonato a casa di Spike e non aveva ottenuto risposta. Così
si era precipitato sul posto. Ma, una volta arrivato, aveva avuto la conferma di
quello che pensava: in casa non c’era nessuno. Lottando per non perdere
l’ultimo barlume di lucidità, era andato a casa sua e aveva telefonato ad
Alison, nella speranza che la segretaria potesse far luce sulla questione. Ma la
risposta che aveva ottenuto era stata a dir poco scoraggiante: Spike sembrava
sparito nel nulla.
“Dannazione… sai per caso se
è entrato nel mio ufficio, stamattina?” chiese, passandosi le dita fra i
capelli con aria esasperata.
Alison esitò. Non avrebbe voluto
tradire Spike (anche se non riusciva a capire perché provasse tanta solidarietà
nei confronti di quella carogna), ma Angel era… era Angel! Colui che le aveva
rubato il cuore sin dal primo momento, sin dal primissimo sguardo, lui, così
bello, buono, brillante, così speciale! Non poteva continuare a mentirgli. Non
voleva. “Si, mi ha detto che cercava il fascicolo di un nuovo cliente, o
qualcosa di simile” ammise, sperando inconsciamente di non aver causato troppi
guai a Spike solo con quell’affermazione.
Angel imprecò sottovoce e chiuse
gli occhi, nel vano tentativo di restare calmo. Ma tutto quello che vide fu
Spike che volava a Cleveland tra le braccia di…
Spalancò gli occhi e quasi gridò:
“Ti prego, se sai qualcos’altro devi dirmelo, Al…”
Alison deglutì. Era giunto il
momento di fare una scelta. Con Angel, o contro di lui. Semplice.
…
“Credo che sia all’aeroporto,
adesso” disse tutto d’un fiato, infastidita da quell’inspiegabile senso di
colpa che l’aveva appena assalita.
Angel tremò a quella frase.
Proprio come temeva. Gemette. “… Alison… grazie” fu tutto ciò che riuscì
a dire, prima di interrompere la comunicazione.
Ora aveva un unico pensiero.
Non poteva permettere che Spike
raggiungesse Cleveland…
Doveva fermarlo.
Cleveland
– Richiesta d’aiuto
h 00:20 A.M
“Ritiro tutto quello che ho
detto: questo trabiccolo è davvero fantastico!”
L’ironico commento della
Cacciatrice si perse nel rumore di ferraglia causato dal paraurti del Suzuki
che, dopo essersi parzialmente staccato dalla sua sede originaria, tra i due
fanali anteriori, faceva attrito, stridendo rumorosamente, contro l’asfalto.
Oz sbuffò, seccato, ingranò la
marcia con violenza e accelerò appena. Il paraurti, in precario equilibrio,
premette contro la strada, generando scintille. L’autista imprecò sottovoce,
inchiodando. Buffy sorrise tra sé, ma si sforzò di mantenere un’espressione
imperturbabile. Il furgone si fermò bruscamente, mentre il paraurti
appendicolare crepitava un’ultima volta, prima di separarsi definitivamente
dal veicolo. Oz spalancò la portiera dell’autista e balzò giù dal furgone,
portandosi di fronte al mezzo per controllare i danni. Si chinò a raccogliere
il pezzo di metallo arrugginito abbandonato sull’asfalto, e lo guardò con
l’espressione tragicomica di chi sta effettuando un preventivo mentale. “Questo
dannato rottame mi costa una cifra!” pensò, scagliando via lontano, in un
impeto di stizza, il vecchio paraurti. Buffy non potè trattenere l’ilarità
nel vedere quel gesto.
“Sono contento che almeno tu ti
diverta!” sospirò Oz, risalendo a bordo.
“Scusami… è che…” Buffy
soffocò una risatina. L’amico la guardò per un attimo, poi scrollò
leggermente la testa. Se non altro, pensava, Buffy sembrava essersi ripresa. Lo
sfogo di poco prima le aveva fatto bene.
“Quanto manca a casa tua?” le
chiese, girando la chiave nel cruscotto per riavviare il motore.
“Tranquillo, è la prossima traversa a sinistra”
“Bene” sospirò Oz
Partirono. Dopo poche centinaia
di metri svoltarono a sinistra, imboccando una stradina silenziosa, solo
fiocamente illuminata da una serie di lampioni gialli.
“Ecco, è questa!”
Buffy indicò una graziosa
villetta dal tetto a spiovente, posta alla loro destra, targata numero 147.
Buffy odiava quell’indirizzo. Non aveva nulla contro la casa in sé, che,
anzi, era molto accogliente: ma quel dannato numero civico, nella sua mente
ormai patologicamente nostalgica, significava solo una cosa…
“Ieri erano 147 giorni. Oggi 148.
Ma oggi non conta, vero?”
Perché il ricordo di lui
continuava a tormentarla, rivivendo in tutto ciò che la circondava?
“Ok… dove posso
parcheggiare?” domandò Oz, rallentando per guardare quella che sarebbe stata
la sua dimora, quella notte.
“Puoi lasciarlo nel vialetto,
così avrai la sicurezza che nessuno riesca a rubarti questo pezzo da museo!”
sorrise Buffy, promettendo a se stessa che quella sarebbe stata l’ultima
battutina del genere, almeno per quella notte “Fammi scendere, così ti apro
il cancello”
Poco dopo Oz e Buffy erano in
piedi sotto il portico, aspettando che Dawn andasse ad aprirgli.
“Cosa… Oz??!” appena aperta
la porta, Dawn restò attonita a fissare il ragazzo che, nei suoi fittizi
ricordi, era un vecchio amico di sua sorella.
“Dawnie… mio Dio, come sei
cresciuta!” esclamò Oz abbracciando la ragazzina che, pochi anni prima,
l’aveva colpito con un paletto credendo che non ci fosse grande differenza tra
vampiri e licantropi.
Buffy restò a guardare la
scenetta, sorridendo, mentre sua sorella travolgeva Oz in un fiume di domande,
dirottandolo verso la cucina. La Cacciatrice si chiuse la porta alle spalle e li
raggiunse.
“E’ incredibile che tu sia
qui!” stava dicendo Dawn che, intenta a fare gli onori di casa, aveva fatto
accomodare l’ospite e si apprestava a preparargli uno dei suoi malfamati caffè.
“Non ci sarà ancora per molto,
se lo avveleni con uno dei tuoi caffè al cianuro!” esclamò Buffy, togliendo
prontamente la caffettiera dalle mani della sorella. “Fidati, Ozzy, lo faccio
per te!” aggiunse sorridendo al suo amico, che guardava il siparietto
divertito.
Non potendo sfoggiare le sue
capacità di cuoca, Dawn si accontentò di sedere accanto ad Oz, intrattenendolo
come meglio poteva.
Proprio in quel momento, squillò
un cellulare. La suoneria dei Clash ne rivelò immediatamente il proprietario.
Oz fissò il display, su cui
lampeggiava un numero sconosciuto: “Scusatemi…” disse, alzandosi ed
uscendo dalla stanza.
“Pronto?”
Dall’altro capo del telefono si
sentì solo un confuso frastuono.
“Pronto?!” esclamò Oz,
spostandosi per cercare un punto dove ci fosse maggiore campo. La linea era
terribilmente disturbata. Stava per riagganciare, ma improvvisamente una voce
emerse distintamente nella baraonda: “Pronto… Oz, giusto?”
Non conosceva quella voce.
“Si… chi è?”
Chiunque fosse, la persona
dall’altra parte esitò a lungo, tanto da spingerlo a ripetere la domanda.
“Diciamo che… sono un amico… di Buffy”
Oz aggrottò la fronte. Perché
un amico della Cacciatrice gli telefonava, senza peraltro conoscerlo? “Buffy?
Ma…” chiese, senza capire, ma la voce lo interruppe:
“D’accordo, vado dritto al
punto. Sei lì con lei, adesso? Sei a Cleveland?”
Oz sgranò gli occhi, che razza
di…? “Si può sapere chi sei?!” sbottò, turbato.
“… Bè, mettiamola così…
sono uno che ha terribilmente bisogno del tuo aiuto” la voce sembrava nervosa,
tesa: “Ma prima devi dirmi di Buffy”
Oz lanciò istintivamente
un’occhiata alla cucina, dove le sorelle Summers stavano chiacchierando
animatamente, giocando a rimbeccarsi e ridendo, come al solito: “Non ti dirò
proprio niente se prima…”
“Ti sarebbe di qualche aiuto se
ti dicessi che sono Spike?”
Quelle parole lo lasciarono di
sasso. Come… non poteva essere! Insomma, sapeva che Spike era vivo, ma
dubitava che avesse il suo numero… e poi perché gli stava chiedendo aiuto?
“Cosa… Sp…” si bloccò
immediatamente, guardando la porta aperta della cucina, e intimò a se stesso di
abbassare la voce.
“Adesso ascoltami, per favore,
ho bisogno di aiuto. Ti prego, dimmi che sei a Cleveland, ora, e che sai come
raggiungere Buffy.” Non poteva giurarci, ma gli parve di cogliere una sorta
di… disperazione in quelle parole.
“Sono a casa sua, adesso”
rispose, chiedendosi se fosse davvero il caso di raccontare quelle cose a…
ripensò alla scena di poco prima, al cimitero. “Si, è sicuramente il caso” decise.
Dall’altra parte si udì un
rumore soffocato, poi: “Dio, grazie!”. Oz pensò che fosse alquanto comico
sentire un vampiro ringraziare Dio, ma preferì non farlo notare.
“D’accordo, amico, devo
chiederti un grosso favore” la voce di Spike crepitava per l’ansia “Sono
all’aeroporto di L.A, sto aspettando il volo che mi porterà lì, sarà qui a
minuti… Dovrei atterrare tra una mezz’ora, se non ci sono intoppi. Ma io non
so dove abiti Buffy, non conosco la città, e ho bisogno di qualcuno che possa
aiutarmi a… bè, sai, trovarla”
Oz si augurò di tutto cuore di
aver capito male: “Cioè, tu stai
venendo qui?!” Non era possibile.
Era impensabile che Angel avesse permesso… “Oh
– oh” si disse “Probabilmente
Angel non ha permesso…”
“Si, è quello che ho detto”
replicò Spike, leggermente seccato per l’incredulità del suo interlocutore
“Ora, mi chiedevo, dal momento che…” ma Oz non lo lasciò finire:
“Angel lo sa?”
Silenzio. Silenzio assoluto. Poi,
carica di rabbia, la voce: “Dubito che siano affari che lo riguardino; lui non
ha alcun potere decisionale, né sulla mia vita, né su quella di Buffy”
Oz sospirò, mentre una terribile
consapevolezza si faceva strada in lui: “Se
lo aiutassi farei probabilmente la cosa migliore per Buffy… ma Angel non me lo
perdonerebbe mai. A questo punto si tratta di fare una scelta: o con Angel, o
contro di lui”
Spike parlò di nuovo, stavolta
più pacato: “Io lo so che Buffy… che a Buffy farebbe piacere rivedermi,
dopo tutto questo tempo… e Dio solo sa quanto farebbe piacere a me… ma,
perché sia possibile, ho bisogno di te, amico”
Oz chiuse per un attimo gli
occhi, desiderando ardentemente di non essere mai stato coinvolto. Ma purtroppo
adesso c’era dentro, c’era dentro fino al collo, e sapeva che dalla sua
decisione sarebbe dipeso il futuro di ben due persone… bè, ammesso che Spike
potese essere chiamato così…
“Oz?” la voce del vampiro
risuonò speranzosa al suo orecchio.
“E va bene… ti aiuterò”
Aeroporto di Los Angeles - Contrattempo
h 00:45 A.M
Spike
non riusciva a credere a tanta fortuna. Era finalmente riuscito a mettersi in
contatto con Oz… che non solo si trovava a Cleveland… non solo era a casa di
Buffy (e quel pensiero gli provocò un inatteso moto di gelosia)… ma aveva
anche accettato di aiutarlo! Era la prova che, se davvero esisteva un destino
prefissato per tutti, allora il suo era quello di raggiungere Buffy, quella
stessa notte. Buffo come il fato avesse deciso di aiutarlo, quel giorno! Se
Jordan Mayers ( il famoso “nuovo cliente”) non avesse deciso di rivolgersi
alla loro agenzia, costringendolo a cercare un fascicolo nell’ufficio di Angel,
probabilmente Spike non avrebbe mai saputo come trovare la Cacciatrice.
Era
così emozionato che quasi dimenticò di essere ancora al telefono: “Ok…
si… Oz, grazie…” farfugliò istericamente, poi s’impose di riprendere il
controllo. Respirò profondamente, l’aria calda gli entrò nei polmoni…
sorridendo, ripensò a quando, da vampiro, non aveva alcun bisogno di respirare.
Ma adesso le cose erano cambite… eccome se lo erano! “Non so come
ringraziarti, amico, davvero, mi hai dato la possibilità di…” “Datti
una calmata!” “… il mio aereo parte tra poco e… ehm dovresti venire
a prendermi all’arrivo, perché francamente non saprei neanche
uscire dall’ aeroporto…” Spike pregò ardentemente che la sua buona
stella non decidesse di abbandonarlo proprio allora.
“Ma
come faccio… sono ospite di Buffy, non posso mica mollarla così! E’ stata
così carina ad invitarmi per la notte, e…”
“Ehi!”
la voce di Spike era un ringhio “Sia ben chiaro che non prendo un aereo per
arrivare lì, e scoprire che il mio complice se la fa col motivo della mia
partenza! Mi, anzi, ti auguro che fra
te e Buffy non ci sia niente, altrimenti…”
La
voce di Oz lo interruppe: “Siamo solo amici, mi ha invitato a dormire da lei
perché l’alternativa sarebbe stata il mio furgone, e francamente, quando lo
vedrai, ti renderai conto della situazione…” Oz esitò per un attimo, poi
decise di aggiungere: “Inoltre, abbiamo entrambi qualcun altro per la testa,
al momento…”
Negli
occhi di Spike si accese un barlume di speranza: “Davvero? E tu sai anche
chi… insomma, lei… ti ha parlato di…” “Perché
diavolo non riesci a finire la frase, brutto imbecille!”
Oz
si rese conto di essere stato messo alle strette, e optò per la fuga: “Adesso
non posso parlare, dimmi solo a che ora posso venire”
Spike
si morse leggermente le labbra, l’attesa lo stava uccidendo. Lanciò
un’occhiata speranzosa all’orologio a muro, che segnava le 00:48 A.M, poi controllò l’indicatore arrivi-partenze che pendeva
dal soffitto. “Parto fra cinque minuti, dovrei atterrare all’una e venti…
per sicurezza fatti trovare al terminal fra mezz’ora, d’accordo?”
Oz
guardò il suo Seiko da polso, chiedendosi che scusa avrebbe inventato per
levare le tende così presto da casa Summers: “D’accordo… credo di
farcela.”
“Che significa che credi di farcela? Non hai scelta, non puoi mica mollarmi!”
pensò Spike, terrorizzato al pensiero di ritrovarsi completamente solo in una
città sconosciuta. Cercò di mettere a fuoco l’immagine del suo
interlocutore, ma si accorse con sorpresa di non riuscirci: “Grazie… ehm…
forse ti sembrerà strano, ma non potresti percaso indossare qualcosa… che so,
una sciarpa, un cappello…”
“Sciarpa
e cappello… in piena estate?” obiettò Oz, perplesso.
“Era
un esempio… insomma, il tuo nome mi dice qualcosa, e credo di averti già
incontrato da qualche parte, ma non ricordo che faccia hai, quindi pensavo ad un
segno distintivo… per riconoscerci, capito? Sai, come si fa agli appuntamenti
al buio…”
Solo
allora Oz ricordò di aver già incontrato il vampiro. Angel gliene aveva
parlato così spesso – e sempre in termini molto coloriti – che quasi gli
sembrava di conoscere già quello Spike… adesso capiva perché! Con orrore,
ricordò quello strano amuleto, il viaggio per Los Angeles, e il ruolo del
vampiro biondo in tutta la faccenda… “Ora ricordo, ci siamo conosciuti
qualche anno fa… tu eri… uh… alla ricerca di… qualcosa, un talismano,
una pietra…”
Di
colpo, qualcosa scattò nella memoria di Spike, che, imbarazzato, esclamò:
“La Gemma di Amara! Certo, io la cercavo e Buffy chiese ad un suo amico di
portarla ad Angel… e quell’amico eri tu… adesso capisco” “Cazzo, proprio
quello che ha salvato Mister Depressione dalle mie torture dovevo
acchiappare?” “Bè, Oz, stà
tranquillo, sono del tutto cambiato da allora. Dico sul serio”
“Ti
credo” rispose Oz “Buffy non starebbe così male per un feroce vampiro omicida”
Spike
sentì una stretta al cuore a quelle parole. Nel corso della sua lunga
esistenza, non gli era capitato spesso di sentirsele dire, tranne con…
“Posso
solo dire che sono cambiato, Buffy”
“Ti credo”
“Io
credo in te, Spike”
Si
riscosse, stava perdendo tempo: tempo prezioso per progettare il suo incontro
con lei…
“Allora,
grazie ancora, amico… ci vediamo dopo!”
“Ok…
a dopo!” “E adesso cosa mi invento con Buffy?”
Spike
riattaccò e sospirò, emozionato, guardando per l’ennesima volta l’orologio
a parete. Ancora pochi minuti. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario, e
che non ci fossero intoppi di alcun genere.
Non
sapeva quanto stava sbagliando.
Angel
entrò a passo svelto nell’aeroporto, scrutando forsennatamente le persone in
attesa del loro volo. Era tardi, e non erano certo in molti a prendere un aereo
a quell’ora di notte… pensava, avanzando a zig-zag e voltandosi di continuo
per controllare.
Poi
lo vide. Seduto, anzi, quasi sprofondato, in una scomoda sedia di plastica rossa
accanto alla vetrata che dava sulla pista d’atterraggio. I vistosi capelli
ossigenati spiccavano nel grigiume circostante. Fra le gambe, una grossa borsa
nera che, pensò Angel, probabilmente costituiva tutto il suo bagaglio. Anche a
quella distanza lo vedeva battere ritmicamente un piede per terra, impaziente. “Povero
Spikey!” si disse Angel, senza riuscire a reprimere un sorriso “Sei
davvero un illuso se pensi che ti lasci andare così!”
Ormai
era vicino. Decise di palesare la sua presenza prima che Spike l’avvertisse.
Anche se non era più un vampiro, conservava alcune caratteristiche del suo
precedente stato, come quella di avere sensi eccezionalmente sviluppati.
“Non
si saluta, William?”
Accadde
tutto in una frazione di secondo. Riuscì a percepirne l’odore e l’essenza,
e subito dopo, la voce. Sentì il sangue gelare nelle vene, per la prima volta,
dopo tanto tempo. Alzò la testa di scatto e si voltò, anche se non ne aveva
bisogno. Sapeva perfettamente cosa si sarebbe trovato davanti. “Merda!”
gridava dentro di sé, mentre scattava in piedi, già sulla difensiva: “Angel!”
Il
bruno gli sorrise con aria melliflua e chiese dolcemente: “Vai da qualche
parte, Spikey?”
Spike
tentò di reprimere un urlo, mentre il sangue pulsava nelle vene, compromettendo
la sua lucidità: “Che diavolo ci fai qui?”
Angel
lo fissò con aria sorpresa: “Cosa ci faccio io
qui? Bè, io ho un aereo da prendere,
cosa che temo non si possa dire di te”
Spike sorrise, sardonico:
“Allora mi sa che sei male informato, amico, perché si dia il caso che i
ruoli si siano invertiti” Ormai si era ripreso dallo shock, e aveva recuperato
il suo brillante controbattere. Continuò: “E non mi riferisco solo a questo
viaggio, lo sai? Il fatto è che – anche se non sei disposto ad ammetterlo –
io ho preso il tuo posto in tutto, piccolo Sad! Mi manca solo di sedermi dietro
la tua scrivania, o di farmi la tua segretaria, e di entrambe le cose ne faccio
a meno!”
Angel non cedette alla
provocazione. Non aveva tempo da perdere. L’aereo – il suo aereo – sarebbe arrivato a minuti, e per quanto una parte di
lui adorasse i pungenti diverbi con Spike, stavolta non aveva intenzione di
farsi distrarre: “Resterei volentieri qui ad illustrarti i mille motivi per
cui mi sei inferiore, Willy, ma non voglio rischiare di perdere il volo. Buffy
mi aspetta, e non voglio tardare, considerando che programmiamo questo incontro
da mesi!” sottolineò, apposta per lasciar intendere il grado di confidenza
che ancora sussisteva tra lui e la Cacciatrice.
Quelle parole colpirono Spike più
di quanto non desse a vedere: “Forse non ci siamo capiti, Sad. Non so cosa tu
ti sia ficcato in quella testaccia bacata e capelluta che ti ritrovi, ma, di
qualunque cosa si tratti, sappi che non servirà. Non mi fermerai!” sorrise
beffardo.
Angel gli restituì il sorriso,
poi la sua espressione cambiò, e prima che Spike potesse rendersene conto, portò
indietro un braccio e lo colpì al viso con forza. L’urto fu tale da far
barcollare il biondo all’indietro. “Lo credi davvero?” ringhiò Angelus,
gli occhi gialli illuminavano il volto divenuto grinzoso.
Spike si portò istintivamente
una mano alla guancia, scoprendola calda e leggermente gonfia. “Brutto figlio
di…” ansimò e, in un impeto di puro odio, si scagliò contro il suo
avversario con tutta la forza - che non era più quella di Spike, ma neanche
quella di William.
Angel schivò prontamente un
colpo alto, ma non riuscì a parare un diretto in pieno stomaco. Si piegò su se
stesso e Spike lo colpì alla nuca. Solo allora il biondo si rese conto del
panico che la trasformazione di Angelus aveva scatenato: grida e persone in
fuga. Maledizione, non aveva intenzione di combinare quel disastro… accidenti
a quell’impiccione! Arretrò di qualche passo, leggermente imbarazzato,
tentando di estraniarsi il più possibile dalla scena.
Angel si raddrizzò, il volto
tornato normale, ma sofferente: “Ringrazia che siamo in un luogo pubblico,
razza di miserabile, altrimenti non te la saresti cavata così facilmente!”
ringhiò, sottovoce, ma furioso.
Spike guardò di sfuggita
l’orologio a parete, e rimase folgorato. “Oh, merda…!” sbottò,
afferrando la borsa da viaggio e dirigendosi in fretta verso la pista
d’atterraggio, dove un gross jet attendeva i suoi passeggeri.
“Dove credi di andare?!” lo
apostrofò Angel, afferrandolo per un braccio e costringendolo a voltarsi.
“E’ stato un piacere, Rocky,
ma adesso devo proprio lasciarti!” rispose Spike, divincolandosi con fermezza.
Angel pensò di adottare
un’altra tecnica: “Cosa pensi di ottenere andando fin lì?”. A quelle
parole, Spike si arrestò di scatto. Angel continuò: “Pensavo avessi deciso
di non dirle mai la verità, perché il tuo sacrificio non perdesse di valore ai
suoi occhi… ma a quanto pare hai già cambiato l’unica buona idea della tua
intera esistenza!”
Spike era fermo, a testa bassa,
stringeva il manico della borsa così forte che le nocche delle mani divennero
bianche. Le parole del vampiro gli bruciavano nella mente. Non poteva neanche
pensare… che avesse ragione. “Che stia
solo facendo una delle mie proverbiali cazzate?”
“Non lo so. Non lo so. Non è
escluso che tu abbia ragione, e credimi, odio doverlo ammettere. Forse sto solo
perdendo il mio tempo, forse sono solo un illuso, ma so che se non lo faccio, se
non prendo questo maledettissimo aereo, passerò il resto della mia lunga
esistenza a chiedermi cosa sarebbe successo se non mi fossi tirato indietro. Ci
sono molte cose, nel mio passato, di cui mi pento, e tu meglio di tutti dovresti
saperlo; ma posso convivere con i rimorsi, anche se mi dilaniano giorno dopo
giorno. Quello che davvero non potrei sopportare… i rimpianti. Non sono il
tipo che si piange addosso guardando al passato… non lo sono mai stato… ma
con Buffy…”
Spike si girò lentamente, gli
occhi colmi di palese dolore, l’espressione mortalmente seria: “Devo andare,
Angel. Devo andare, e tu sai perché. Perché, nonostante tutto questo tempo, io
l’amo ancora! Amo Buffy, l’amerò sempre, e il solo pensiero di non
rivederla mi uccide! Non m’importa… se riceverò un rifiuto, una porta
sbattuta, un… pugno, non lo so! Ma devo sapere. Devo sapere… se c’è
ancora… qualche possibilità per noi… di essere felici”
La voce bassa e tremante di Spike
risuonava ancora nell’aria. Angel non sapeva più cosa fare. Spike gli aveva
aperto il suo cuore, come non aveva mai fatto in più di 100 anni di vita, e
adesso non se la sentiva di pugnalarlo, approfittando della sua debolezza. “So
già che me ne pentirò, ma…”
“E va bene! Vai, se proprio ci
tieni! Ma quando tornerai in lacrime, non dirmi che non ti avevo avvertito!”
disse in tono severo, ma con un leggero sorriso sul volto.
Gli occhi blu di Spike si
illuminarono di speranza… speranza e gratitudine. Si era mai sentito così nei
confronti di Angel? Non lo ricordava. Ma adesso il passato non aveva importanza.
Non potè a meno di sorridere a sua volta, comprendendo lo sforzo che il vampiro
stava compiendo per mettersi da parte. Quando si trattava di Buffy, nessuno dei
due era disposto a cedere tanto facilmente. Ma stavolta aveva vinto lui.
“Immagino che non ci sia la minima speranza… che questo sia un addio,
vero?” chiese sorridendo.
Angel ricambiò: “Non ci
pensare nemmeno!”
Spike lo fissò a lungo negli
occhi, sperando di riuscire a comunicargli così tutto ciò che il suo orgoglio
gli impediva di dire a parole: “Allora, arrivederci, Liam!”
“Vattene, prima che me ne penta!”
“Arrivederci, William!”
Angel rimase a guardare la sagoma
nera che si allontanava in fretta, diventando sempre più piccola, sempre più
piccola, fino a sparire oltre la vetrata che portava alla pista.
“Fà buon viaggio, Spike… ma stà sicuro che ci rivedremo… prima
di quanto ti aspetti…”
Cleveland – Fuga misteriosa
h 00:50 A.M
Oz interruppe la comunicazione e
sospirò, fissando il display del telefono. “In
che razza di pasticci mi sono cacciato? Angel sarà qui tra pochi giorni, mi
chiede di tenere d’occhio Buffy prima del suo arrivo, e io cosa faccio? Aiuto
il suo più acerrimo nemico a bruciarlo sul tempo!”
Esitando, rientrò in cucina. Se
voleva arrivare in tempo all’aeroporto, considerate anche le condizioni del
suo furgone, doveva uscire subito. Ma con che scusa?
“Il caffè è pronto! E, per
tua fortuna, non è opera di Dawnie!” esclamò Buffy posando sul tavolo tre
tazze fumanti e sorridendo al suo ospite.
“E adesso che le dico… mi ha fatto pure il caffè!”
“Ehm…Buffy… mi dispiace molto, sei stata davvero
gentile, ma non posso restare”
Le due sorelle alzarono
simultaneamente lo sguardo, la stessa espressione stupita sul viso: “Cosa…
perché?” esclamò Dawn, in tono vagamente accusatorio.
“E’ successo qualcosa?”
chiese Buffy, preoccupata. Aveva una strana sensazione.
“No, no… cioè… niente di
grave… è che devo fare un favore a un amico… uno del gruppo. Dormiremo
insieme nel Suzuki, almeno credo. Mi ha chiesto di andarlo a prendere
all’aeroporto”
Le facce dubbiose che
continuavano a fissarlo lo mettevano in ansia: “Non era previsto, altrimenti
non ti avrei mai disturbata, però…”
Buffy si riscosse e lo
interruppe: “Oh, smettila, figurati! Mi sono offerta io di ospitarti!
Piuttosto, mi dispiace solo che tu debba andare via così presto… ma, certo,
se c’è un’emergenza…”
Oz sorrise leggermente,
sollevato: “Grazie. E grazie anche a te, Dawn. Scusate ancora, ragazze”
Dawn abbozzò un
“figurati…” poco convinto. Era delusa. Dopo l’ultima Apocalisse,
avevano tagliato i ponti con la maggior parte dei loro amici… salvo qualche
sporadica telefonata di Willow e Xander. E adesso, avere Oz in casa era un po’
come tornare ai “bei” vecchi tempi di Sunnyhell…
“Allora, quando devi andare?”
chiese Buffy, un po’ incerta. Non voleva assolutamente dargli l’impressione
che lo stesse cacciando.
Oz guardò l’orologio. h
00: 48 A.M. “Subito. Devo essere lì tra mezz’ora”
“Almeno prendi il caffè!”
protestò Dawn, ma la sorella l’ammonì: “Dawn, basta così!”
Oz guardò con tenerezza la
piccola che chinava il capo, umiliata, e le sorrise: “Invece hai ragione
Dawnie. Il caffè lo prendo volentieri!”
Oz si sedette, tra gli sguardi
affettuosi delle Summers, e cominciò a sorseggiare la bevanda, ormai solo
vagamente tiepida. Dovette fare uno sforzo sovraumano per non sputare sulla
tovaglia. Aveva trascorso gli ultimi quattro mesi in Costa Azzurra, dove il caffè
era denso, scuro, bollente, e adesso riabituarsi alle sciacquature americane si
stava rivelando più difficile del previsto.
“Cosa c’è? Non ti piace?”
chiese Buffy notando la sua espressione disgustata.
“No, non è questo… è che,
lo sai, in Europa c’è una concezione alquanto diversa del caffè…” tentò
di giustificarsi, impacciato.
“A quanto pare, la sorellona
non sa fare un caffè decente…” commentò Dawn, innegabilmente compiaciuta.
Non le aveva ancora perdonato l’affronto di averle tolto la caffettiera di
mano.
“Piantala… sempre meglio del
tuo!” sbottò Buffy, immusonita.
Oz si alzò in fretta da tavola,
ansioso di allontanarsi il più possibile dallo strano liquido marroncino che lo
attendeva nella tazza (quella degli ospiti, con la scritta: “God bless the
guest”). “Adesso devo proprio andare, ragazze. Ancora grazie!”
Salutò Dawn, e Buffy lo
accompagnò alla porta. La Caciatrice era ansiosa. Sin dal momento in cui Oz era
rientrato in cucina, parlando di un amico all’aeroporto, il suo pensiero era
immediatamente corso ad Angel. E chi altri? Insomma, era amico di Oz e gli aveva
chiesto – ne era convinta – di tenerla d’occhio. La conseguenza più
logica sarebbe stata una sua visita. Non sapeva se esserne felice o meno, ma non
sopportava tutti questi sotterfugi.
“Oz…”
“Si?”
“E’ Angel, vero?”
Oz restò per un attimo
interdetto da quella domanda. Dopo una breve pausa, scosse la testa: “No. Ma,
se Angel volesse mettersi in contatto con te, non avrebbe bisogno del mio
aiuto!”
Buffy annuì leggermente,
pensierosa. Oz aveva ragione. Aprì la porta e abbracciò l’amico, sorridendo
al ricrordo della bizzarra Sunnydale High, e degli anni lì trascorsi. Oz sembrò
pensare la stessa cosa, perché quando si staccarono le disse: “Sei sempre la
solita, Buffy… hai rischiato di stritolarmi!”
La Cacciatrice ridacchiò:
“Scusa… deformazione professionale!”
Si salutarono un’ultima volta;
poi Oz raggiunse il Suzuki parcheggiato nel vialetto, vi salì, mise in moto,
anche se a fatica, ed uscì in retromarcia dla giardino.
Volo A16L Los Angeles/Cleveland -
Vincitore h
1:00 A.M
Spike si abbandonò contro lo
schienale della poltroncina amaranto e sospirò, vittorioso. Ce l’aveva fatta!
Ora più nessuno poteva fermarlo.
Ripensò con soddisfazione alla
breve colluttazione con Angel, orgoglioso di aver avuto la meglio nonostante il
suo attuale stato di semplice umano. Poi, pian piano, il compiacimento lasciò
spazio alla preoccupazione. C’era qualcosa di strano nel modo in cui si erano
svolte le cose. Non era da Angel mostrarsi tanto compassionevole e, soprattutto,
arrendevole, quando si trattava di Buffy. Era probabile che avesse in mente
qualcosa… qualche tiro mancino da giocargli…
Ma adesso non voleva pensarci. Non voleva pensare a niente che
non fosse Buffy. La sua incantevole Buffy.
Guardò il medaglione luccicante
che teneva in grembo e sorrise, con un velo di malinconia, ripensando a quel
giorno ormai lontano in cui il prezioso gingillo gli era stato donato. Ricordava
ancora la dolcezza con cui lei gli aveva accarezzato la guancia – ora
tumefatta a causa di Angel…
Riusciva ancora a sentire il
profumo di quei capelli dorati, di quella pelle calda e vellutata… quel
respiro calmo e regolare contro il suo petto, mentre lei dormiva tra le sue
braccia… Buffy. Meravigliosa, magica Buffy.
“Cosa mi hai fatto, piccola
strega?”
Prese a giocherellare con
l’amuleto, incantato dal modo in cui la luce si rifletteva tra le mille
sfaccettature brillanti. E, improvvisamente, specchiandosi nei cristalli
iridescenti, una domanda si fece largo nella sua mente, fino ad oscurare
prepotente tutte le altre.
Se Buffy si trovava a
Cleveland… che fine aveva fatto l’Immortale?
Il pensiero che quel mostro
l’avesse seguita in America, e che adesso facesse ancora parte della sua vita,
gli dava la nausea e lo straziava allo stesso tempo. Non avrebbe mai sopportato
di ritrovarla, dopo tutto quel tempo, tra le braccia di un altro. Si sarebbe
ammazzato, piuttosto.
L’aereo oscillò
pericolosamente, e Spike si attaccò con più forza al sedile. “Ok!”
decise “Come non detto! Non ho poi
questa gran voglia di morire!”
Era la terza, forse la quarta
volta che prendeva un aereo, ma ne aveva ancora paura. Poche cose lo
angosciavano come il pensiero di galleggiare nell’aria, a km e km da terra,
senza alcun sostegno… Rabbrividì e strinse più forte l’amuleto. Buffo
come, considerato ciò che rappresentava, quel medaglione fosse ormai diventato
un portafortuna, per lui. Non se ne separava mai, perché ne traeva coraggio. In
fondo, riflettè, era l’unico ricordo che aveva di Sunnydale… e di Buffy. Un
tempo aveva decine di foto che la ritraevano… ma il suo grazioso altarino era
stato smantellato dalla stessa Cacciatrice, più di tre anni prima, quando le
aveva detto per la prima volta di amarla. Strano modo di reagire ad una
dichiarazione… decisamente la ragazza non aveva un carattere facile!
Guardò per l’ennesima volta
l’orologio e trasse un sospiro di sollievo. Ancora quindici minuti e poi
sarebbe atterrato.
Los
Angeles -Vinto
h 1:00 A.M
Angel
gettò le chiavi del suo appartamento sulla poltrona del soggiorno, e sospirò.
Si sentiva frustrato, sconfitto. Non importava il fatto che, tra meno di
ventiquattro ore, avrebbe raggiunto Cleveland a sua volta… ciò che lo
irritava era che quell’inetto di Spike l’avesse fregato.
“Mi sono fatto incantare dal suo essere
patetico… scommetto che l’ha fatto apposta” rimuginò, seccato. “Poco
importa… non riuscirà neanche ad uscire dall’aeroporto, quando atterrerà…
pensa davvero di trovare Buffy?”
In
fondo Spike gli faceva un po’ pena… dopotutto, che cos’aveva? Cosa aveva
costruito di buono, nella sua vita? Non era nemmeno riuscito a trovarsi una
donna…
“A proposito” si disse Angel,
dirigendosi verso il telefono “Sarebbe
il caso che ringraziassi Alison per la sua lealtà… sono sicuro che quel
rammollito le aveva raccomandato di non dirmi niente… tsze… magari l’ha
anche minacciata…”. Sollevò la cornetta e fece per comporre il
numero… ma in quel momento fu folgorato da un pensiero.
Riagganciò
immediatamente e iniziò a frugare qua e là, alla ricerca di quella rivista
d’arredamento che non aveva mai letto, ma che sembrava una copertura perfetta.
Non
la trovò. E i sospetti divennero tristi certezze.
Cleveland – Ammissioni di colpa
h
1:00 A.M
Oz
correva per le strade di Cleveland a bordo del suo mirabolante Suzuki, pregando
di arrivare all’aeroporto senza ulteriori incidenti. Ad un tratto “I fought
the law” dei Clash risuonò con la forza di un tornado nel trabiccolo,
facendone trasalire l’autista. Oz sterzò bruscamente e frenò di colpo.
Estrasse il cellulare squillante da una delle tasche e fissò il display.
Si
sentì gelare.
Angel.
“E ora… che cavolo gli dico??”
“… Pronto?”
“Oz?!
Sono io, Angel”
“Ehi…
Angel… ciao” “Aiuto!”
“Ascolta,
devo chiederti una cosa, e ti prego di rispondermi con la massima sincerità.”
“Eeeccolo…”
“Dimmi”
“Ecco…forse
potrà sembrarti da pazzi, ma… hai per caso ricevuto qualche strana
telefonata, oggi?”
“Strana…
in che senso?” “Quella di uno pseudo
vampiro parzialmente defunto è abbastanza strana?”
“Strana
del tipo… Spike!”
Oz
finse un goffo colpo di tosse, nel tentativo di prendere tempo, ma Angel: “Oz,
dì la verità!”
“Al diavolo…”
“E va bene, si… mi ha chiamato poco fa. Non sapevo
neanche chi fosse… più o meno… e comunque non avevo idea che avesse il mio
numero!”
“Infatti
lui non l’aveva… l’ha preso da me… fortunatamente l’avevo imparato a
memoria…”
“Che fortuna…”
“Uh… bene!”
“Oz,
Spike ti ha chiesto… insomma… che
cosa ti ha chiesto Spike?”
“Tanto vale…” “Mi ha chiesto di aiutarlo. Ha detto che stava
venendo qui… per Buffy, e…”
“Buffy!
Lei… lei lo sa?”
“No,
non ancora… ma credo che lo scoprirà presto…”
“E
tu hai accettato?”
Oz
pregò che, per un eccezionale colpo di fortuna, cadesse la linea. Ma non fu così:
“Io..si”
Silenzio.
Silenzio di tomba.
Oz
si sentiva terribilmente in colpa, adesso: “Angel, cosa potevo fare? Voglio
dire, se tu l’avessi sentito! Sembrava così… triste… non so… ho pensato
che… potesse essere la cosa migliore da fare. Non solo per lui… per Buffy”
Quelle
parole gelarono Angel. Solo nei suoi più terribili incubi - oppure nei momenti
in cui si sentiva davvero a terra – aveva preso in considerazione l’idea che
Buffy… potesse essere contenta di rivedere Spike. Era inammissibile…
inaccettabile…
Impossibile?
“…
è nel mio cuore”
Quei
pensieri non gli piacevano affatto. Meglio riprendere il controllo: “Sono
sicuro che Buffy non ha bisogno che lui torni a tormentarla… ma se ne accorgerà
da solo. Ho cercato di farlo ragionare, ma quando mai Spike fa quello che
dovrebbe?! Alla fine l’ho lasciato andare… mi ha fatto pena… non ti
biasimo per averlo aiutato, nelle sue condizioni si farebbe compatire da un
senzatetto!”
Oz
non si lasciò ingannare dal tono di voce – rabbioso e carico di arroganza –
dell’amico. Riusciva distintamente a percepirne la paura… l’irrazionale
timore di non occupare più il posto d’onore nel cuore della Cacciatrice. La
vergogna di aver perso l’eterna battaglia con il suo peggior nemico. La rabbia
di chi si sente messo da parte. “Non è
lui che mi fa pena, Angel…” “Si,
forse hai ragione” disse semplicemente Oz, ritenendo più opportuno
assecondarlo “Ti ringrazio per aver capito la mia situazione… temevo che ti
saresti infuriato”
“Non
sono così infantile… dopotutto, ho una certa età!” scherzò Angel, ma
l’ironia nella sua voce era impastata d’amarezza.
“Già…
allora… cos’hai intenzione di fare, adesso?” azzardò Oz, seguendo la
freccia segnaletica che indicava l’aeroporto.
Angel
parve quasi indignato: “Se ti riferisci alle mie intenzioni di raggiungere
Cleveland domani, non vedo proprio perché dovrei modificare i miei piani!”
“E darla vinta a lui?
Mai!”
Oz
cominciava a non sapere più cosa dire: “Bene, allora… ci vediamo domani!”
“Certo,
a domani! Ciao… ah… salutami Buffy!”
Aeroporto di Cleveland – Casa dolce casa
h 1:15 A.M
Era
arrivato.
La
Bocca dell’Inferno gridava la sua energia.
E
lui la sentiva.
La
percepiva… i vampiri… le Cacciatrici…
E
fra loro…
La Cacciatrice.
Oz
guardò l’orologio e allungò il passo. Stava attraversando il parcheggio
dell’aeroporto, dove aveva posteggiato il Suzuki. Le parole di Angel gli
eccheggiavano ancora nella mente: “Sono sicuro che Buffy non ha bisogno che
lui torni a tormentarla…”
E,
a queste, si aggiungevano e sovrapponevano, in netto contrasto, quelle di Buffy:
“E’ che… lui mi manca così tanto!”
“Ho fatto la cosa giusta”
si disse Oz, oltrepassando le grandi porte a vetri dell’aeroporto.
Spike
uscì dal cancello d’imbarco e si guardò intorno. Poche persone. Del resto,
era notte fonda. Non sarebbe stato diffcile individuare… chi? Non aveva
neanche una faccia, per lui…
Studiò
le persone al cancello d’imbarco, in attesa dei propri amici e parenti. Donne.
Scartare. Uomini di mezza età, o comunque sopra i trenta. Scartare. Una o due
famiglie. Scartare.
“Dove diavolo sei?!”
Oz
si avvicinò alla fila di passeggeri appena atterrati, che scemavano in ogni
direzione. Si guardò intorno. Ricordava vagamente uno strano tizio vestito di
nero, dai capelli vistosamente decolorati. Si chiese quanti potessero rispondere
alla descrizione. Perlustrò l’ambiente.
E
lo vide.
“E’ lui! Deve
essere lui!”
Spike
guardò il mingherlino dalla camicia a scacchi e i capelli rossi che era appena
apparso all’orizzonte. Era l’unico che potesse in qualche modo corrispondere
all’immagine che si era fatto...
Gli
andò in contro trascinando senza fatica il borsone nero. “Mi sta guardando. E’ lui!”
“Oz?!”
esclamò, con un certo tono interrogativo nella voce.
“Spike?!”
ribattè l’altro, sollevato.
Si
erano trovati.
“Dimmi
di Buffy” furono le prime parole pronunciate da Spike appena furono fuori
dall’aeroporto.
Oz
esitò prima di formulare una risposta: “Bè, l’ho incontrata al cimitero e
mi ha invitato a dormire da lei e Dawn” specificò, per chiarire ogni
possibile dubbio sul suo rapporto con Buffy “Poi mi è arrivata la tua
telefonata, le ho detto che dovevo fare un favore ad un amico e… eccomi qui”
Spike
annuì, ma non era ancora soddisfatto: “E, dimmi, lei… si, insomma, come
sta? E anche Briciola… stanno bene?”
Oz
era quasi impressionato dalla dolcezza con cui il vampiro aveva pronunciato
quelle parole: “Bene… credo” Non potè a meno di ripensare al colloquio
nel cimitero con la Cacciatrice.
Nel
cervello di Spike scattò un campanello d’allarme: “Come… che vuoi
dire?”. Il benessere di Buffy e Dawn era sempre stato al primo posto, per lui.
Oz
si chiese fin dove potesse spingersi con la narrazione, dal momento che Buffy
avrebbe sicuramente preferito che il suo sfogo restasse segreto: “Bè, Dawn mi
è sembrata in ottima forma, ma… Buffy…”
Spike
gli si parò davanti: “Buffy…?!”
Oz
sospirò: “Ecco, vedi… quando ci siamo incontrati, al cimitero, lei…”
Spike pendeva letteralmente dalle sue labbra “…mi è sembrata molto
triste”
Spike
sentì il cuore stringersi in una morsa. Il solo pensiero che la sua Buffy
soffrisse lo faceva impazzire: “Triste… perché?!”
“E’ proprio questo il bello”
“Per… te”
Sconvolto
com’era, Spike quasi non si accorse che si erano fermati davanti ad un vecchio
furgone bianco coperto di disegni psichedelici. “Eccoci… sali” gli dsse Oz
aprendo la portiera e sedendosi al posto di guida. Come un automa, Spike fece il
giro del veicolo e salì dall’altro lato, accanto ad Oz. Non aveva la minima
intenzione di abbandonare la conversazione, però: “Che significa che è
triste per me?!”
“Sarà pure un tenerone, ma quanto ad
intuito…” “Bè, lei non sa che tu sei…
tornato. Ti crede ancora morto, e… ne soffre”
“No, non è possibile… qui c’è qualcosa che
mi sfugge…” “Ma… io credevo… voglio dire, dopo tutto questo
tempo…” “No… è un sogno… un incubo… un sogno…”
Oz
sterzò per uscire dal parcheggio e si voltò verso Spike: “Non spetta a me
parlarne… presto sarai da Buffy, e chiarirete tra voi” tagliò corto.
Spike
si sentiva terribilmente svuotato. Si rilassò contro lo schienale del sedile,
sospirando. Cercò di immaginarla… la sua Buffy che piangeva… che fissava il
vuoto con gli occhi spenti, fingendo di stare bene… come aveva sempre fatto,
del resto.
Fingere…
e tutto perché…
“Essere
la Cacciatrice mi ha reso diversa”
Ma
lui non amava la Cacciatrice. Non solo quello, almeno. Lui amava Buffy, quella
piccola e fragile che solo davanti a lui si era sfogata davvero… e amava
l’incantevole dea della guerra, quella che combatteva sempre, contro demoni,
mostri, vampiri, ma soprattutto contro sé stessa.
E
adesso… l’avrebbe rivista. Il pensiero gli diede un brivido. Non aveva idea
di quale sarebbe stata la reazione, ma quasi non gli importava. Tutto ciò che
contava era rivederla, incrociare quel suo sguardo magnetico ancora una volta,
sentirla, avvertire la sua essenza, il suo calore, il suo profumo…
“Ti voglio, amore. Ti voglio
adesso”
Casa Summers – Una notte agitata
h 1:15 A.M
Buffy
si rigirò nel letto, cullata dal fruscio delle lenzuola di raso contro la sua
pelle accaldata. Guardò la sveglia sul comodino e sbuffò. Non era più
abituata ad andare a dormire così presto. Generalmente la ronda la teneva
impegnata per buona parte della notte, ma a Cleveland era tutto diverso.
Dopo
aver salutato Oz, Dawn, ancora imbronciata, era andata a letto, e Buffy aveva
fatto lo stesso, più per noia che per altro. Ma adesso non riusciva a prendere
sonno, e il caldo la tormentava. Da bambina, quando non riusciva ad
addormentarsi, correva a rifugiarsi tra le braccia della mamma, che le
permetteva di dormire nel letto con lei e il papà.
“Oh mamma… dove sei?”
Girò
il cuscino nel tentativo di rinfrescarsi, ma inspiegabilmente entrambi i lati
del guanciale sembravano bollenti. Piccole gocce di sudore le imperlvano ormai
la fronte. L’oscurità della stanza, rischiarata solo dalla fioca luce lunare
che filtrava tra le imposte, era opprimente. Non aveva mai avuto paura del buio
– una Cacciatrice non poteva averne – ma da qualche mese la notte
l’angosciava, e le tenebre portavano tristi ricordi.
“Tu
appartieni alle tenebre, come me. Vieni nel mio mondo… può darsi che ti
piaccia”
Lo
sentiva, lo sentiva ancora. Sentiva la sua voce suadente sussurrare parole
profetiche, sentiva il suo profumo, forte e muschiato, sentiva l’immenso
calore che quelle braccia tanto fredde riuscivano a darle. Lo vedeva. Vedeva i
suoi occhi blu scavarle nell’anima, la sua sagoma cupa e sottile stagliarsi
contro la luce della luna, i suoi vistosi capelli biondi dalle acconciature
improbabili…
Era
un calvario. E la notte tutto era più difficile, amplificato.
Soprattutto
da quando era tornata. Dopo aver vissuto per quasi un anno da ragazza normale,
senza incombenze come la ronda e gli allenamenti, trasferirsi a Cleveland era
stato come un brusco catapultarsi nel passato. Con tutto ciò che questo
comportava.
A
Roma non c’era stato modo per rimuginare, per ricordare la sua vecchia vita.
Il lavoro in palestra – date le sue notevoli abilità nel campo, aveva cercato
e ottenuto un posto da istruttrice in un centro estetico – e, si, anche la
storia con “l’Immortale”, avevano contribuito a tenere lontani, almeno un
po’, pensieri e recriminazioni. Ma con il trasferimento, la situazione era
precipitata.
Si
girò liberandosi delle lenzuola divenute roventi. La cosa peggiore, pensava,
era il non poterne parlare. Troppo tempo era passato, troppe cose erano
accadute, perché qualcuno potese ancora serbare il ricordo di quello strano
vampiro buono. La morte di Spike – Spike… da quanto tempo non pronunciava
quel nome – era stata un gran brutto colpo per Dawn. Quante volte l’aveva
vista piangere e l’aveva consolata, resistendo al feroce impulso di far
compagnia al suo dolore. Ma il tempo, il trasloco a Roma e Giulio (il suo
ragazzo italiano) avevano guarito le ferite della piccola Chiave, che dopo
qualche mese aveva ripreso il controllo della sua vita. In questo aveva
dimostrato una grande forza, forza che sua sorella, la Cacciatrice, non riusciva
a trovare. Certo, Dawn non era mai stata vicina a Spike quanto lo era stata
lei… ma…
“Oh,
per favore… noi non siamo mai stati vicini!”
Di
nuovo lo sguardo corse alla sveglia. Esasperata, Buffy si tirò su di scatto, si
alzò e raggiunse la finestra. Tirò le tende per far filtrare più luce. Sbirciò
la strada attraverso le fessure. Deserta e tranquilla, come del resto l’intera
città. Cominciava ad odiare quel posto, che la rendeva così claustrofobica.
Arrendendosi
alla mancanza di sonno, si avvicinò ad un cassettone, dov’erano posati una
spazzola e una piccola radio con cuffie. Ultimamente la musica era la sua
valvola di sfogo, la sua ancora di salvezza, la sua distrazione. Peccato che
ogni dannata canzone sembrasse parlare della sua vita… Prese la radio e tornò
a letto. Indossò le cuffie, accese l’apparecchio e lo sintonizzò sulle
frequenze dell’emittente locale. Il ritornello di una vecchia canzone la colpì
come un pugno alla bocca dello stomaco.
… Goodbye to you
Goodbye to everything I thought I knew
You were the one I loved
The one thing that I tried to hold on to…
Le
sfuggì un gemito. Il cervello girdò al resto del corpo di fare qualcosa,
qualunque cosa per interrompere quella tortura, ma ogni muscolo sembrava
paralizzato. Imperterrita, implacabile, incurante del suo dolore, Michelle
Branch proseguì.
…And it hurts to want
Everything and nothing at the same time
I want what’s yours and
I want what’s mine
I want you
but I’m not giving in this time…
Finalmente
un dito si ribellò e premette con forza inaudita un pulsante rosso. Scese la
quiete.
“E’ vero… ti voglio. Ti voglio
disperatamente”
Immersa
in quell’oscurità che le apparteneva, sola con i ricordi di un passato
agrodolce, la Cacciatrice pianse in silenzio.
Cleveland
– In viaggio
h
1:30 A.M
Il
Suzuki arrancava gemendo lungo la strada di ciottoli. Spike tamburellava con le
dita sul finestrino, a ritmo di una delle sue canzoni preferite (“The KKK took
my baby away” dei Ramones). Così facendo scaricava la tensione. Lanciò
un’occhiata all’orologio sul cruscotto. Gli sembrava di essere in viaggio da
ore. Guardò fuori dal finestrino semiaperto. Poche case buie si stagliavano
contro il cielo stellato, la luna visibile per metà rischiarava i dintorni. La
notte era calda e secca, come piaceva a lui. Da vampiro non aveva preferenze –
il suo sangue freddo non gliene dava motivo - ma adesso riassaporava il gusto
dell’estate.
Si
voltò verso il suo compagno di viaggio. Una mano reggeva il volante, l’altra
sventolava una rivista per farsi aria. Fischiettava tranquillo e guardava dritto
davanti a sé. Spike si sorprese ad invidiarlo. Era così rilassato! Si sforzò
di concentrarsi sulla musica. Joey Ramone meritava un po’ più d’attenzione,
dopotutto.
…
She went away for the holidays
Said
she’s going to L.A…
Ascoltando
i versi della canzone non potè fare a meno di ripensare a Los Angeles. Se
l’era lasciata alle spalle senza pensarci due volte, spinto dallo smodato
desiderio di rivedere la sua Buffy… ma, doveva ammetterlo, gli sarebbe mancata
quella città, nel caso… nel caso non avesse avuto bisogno di tornarci. Se le
cose con Buffy fossero andate in un certo modo, non avrebbe più lasciato
Cleveland. Il pensiero di tornare a vivere a pochi passi da lei lo esaltava.
Erano stati così lontani…
… The KKK took my baby away
They took my girl
They took my baby away…
Casa Summers – Spuntino notturno
h 1:40 A.M
Buffy
scese le scale tenendosi al corrimano. Con la mano libera si ravviò i capelli e
asciugò la fronte madida. Quella camera buia era diventata un insopportabile
antro di tortura, così aveva deciso di aventurarsi di sotto. Ma quando arrivò
davanti la porta chiusa della cucina, vide con sorpresa che la luce era accesa.
Senza pensarci troppo abbassò la maniglia e spinse contro il legno,
rivelando… Dawn. Le dava le spalle, e sembrava intenta a combinare qualcosa.
“Ehi!”
esclamò Buffy, stupita. La ragazzina si voltò di scatto, trasalendo.
“Oh,
Buffy” Dawn sospirò sollevata “Mi hai fatto prendere un colpo”
“Cosa
combini? Credevo che stessi dormendo” obiettò la Cacciatrice, insospettita
dall’aria furtiva dell’altra.
“Ci
ho provato, ma mi è venuta una fame! Quasi quasi rimpiango i vecchi hamburger
del Doublemeat…” scherzò Dawn, posando sul tavolo una vaschetta di gelato
al cioccolato appena presa dal freezer.
“Uhm,
proprio uno spuntino sano, non c’è che dire!” commentò severamente Buffy,
ma poi sorrise e si sedette accanto alla sorella, che le porse compassionevole
un cucchiaino.
“Prego,
serviti!” Si avventarono entrambe sulla vaschetta.
“Tu,
piuttosto, come mai ancora sveglia?” chiese Dawn, lottando contro il
cucchiaino della sorella per accaparrarsi una porzione di gelato più grande.
Buffy
optò per la risposta più semplice e breve: “Non ho sonno. Una Cacciatrice è
abituata a ben altri orari, lo sai. E poi, con questo caldo…”
Dawn
annuì comprensiva, ma qualcosa nell’espressione della sorella la insospettì.
La guardò con maggiore attenzione, ma tutto ciò che vide fu indifferenza.
Rinunciò.
Buffy
decise di cambiare argomento: “Allora, come sta Giulio?”
Dawn
fece una smorfia, infastidita dal tono di ironica malizia con cui Buffy soleva
rivolgersi quando si parlava di ragazzi: “Bene” rispose seccamente, ma poi
decise di essere più loquace “Le solite cose… dice che gli manco, che non
può vivere senza di me… bla, bla, bla” Dawn si sforzò di apparire
annoiata, ma dalla sua voce trapelava un immenso compiacimento.
Buffy
ironizzò: “Certo, e vedo che la cosa ti dà molto fastidio…”
Dawn
sorrise, e Buffy si scoprì ad invidiarla, invidiarla maledettamente. Per sua
sorella l’amore era un bellissimo dono, una scoperta ogni giorno più dolce,
mentre per lei… L’amore l’aveva ferita, dilaniato il suo povero cuore
stanco, l’amore l’aveva solo resa più debole e sola. Ancora una volta i
ricordi le punsero il cuore sanguinanate. Angel… Dio, lo amava così tanto.
Lui era la sua vita. E naturalmente, com’era andata a finire? Prima lei
l’aveva ucciso, poi lui l’aveva lasciata!
E
Riley… quello per Riley era stato un amore diverso, così rassicurante, in
confronto al precedente… ma poi, si chiese, l’aveva mai amato davvero? Anche
lui, come Angel, l’aveva abbandonata, e lei ne aveva sofferto, si… ma per
quanto? Qualche settimana al massimo. No, decisamente Riley non poteva figurare
tra gli amori più importanti della sua vita…
E
poi c’era Spike. Il suo sbaglio più grande. Il dolore della sua perdita era
ancora così nitido, vivo, pungente…
Aveva
sbagliato tutto con lui, sin dal principio. E adesso si vergognava, si
vergognava profondamente, e non per averlo amato, ma per non averglielo mai
saputo dimostrare. Si vergognava per avergli inferto tutto quel dolore gratuito,
salvo poi rifugiarsi tra le sue braccia quando più le faceva comodo. Ma, più
di ogni altra cosa, Spike era il suo rimpianto… rimpianto di non aver vissuto
quell’amore così bello, così puro, così perfetto. Ed era il suo rimorso…
rimorso per aver soffocato quel sentimento, per averlo negato con tutte le
forze, fin quasi alla fine.
Già…
la Fine…
Le
fiamme distruttrici avevano portato via tutto: lui, e una parte di lei con lui.
Ma,
certo, lo spettacolo doveva andare avanti! Bisognava dare al mondo ciò che
voleva. Una Cacciatrice senza macchia e senza peccato, senza dolore nè paura,
magari senza un passato. Ma lei un passato l’aveva, e continuava ad
immergervisi, incapace di andare avanti.
“Buffy?!”
La
voce di Dawn la richiamò alla realtà: “Si?”
Sua
sorella la stava guardando come se cercasse di analizzarla, e questo la
irritava: “Va tutto bene? Mi eri sembrata un po’… assente”
Buffy
sorrise tra sé; sempre le solite domande, e mai nessuno che capisse davvero:
“Certo, stavo solo pensando. Ad Oz” aggiunse subito, prevenendo la prossima,
inevitabile domanda.
Dawn
assunse un’aria pensierosa, poi si portò lentamente il cucchiaino sporco alle
labbra: “Effettivamente, c’è qualcosa di strano nella storia che ha
raccontato. Insomma, un amico all’aeroporto? Uhmm…” mugugnò, rivolgendo
le sue attenzioni alla vaschetta che aveva davanti.
Buffy
ripensò alla conversazione avuta con Oz sotto il portico: “Sai, credo
anch’io che qualcosa non quadri. Ma forse, semplicemente, non sono affari
nostri. Insomma, se la cosa ci avesse riguardate, Oz ce l’avrebbe detto,
no?”
Cleveland
– The final countdown
h 1:45 A.M
“Ma
questo trabiccolo non può andare più veloce?!” sbottò Spike guardando con
disapprovazione il contakilometri. Era stufo. La strada era del tutto sgombra,
ma quel nanerottolo pel di carota avanzava alla velocità di una tartaruga
morente. Forse ci godeva a veder crescere la sua ansia?
“Si,
un altro po’ e si disintegra!” sbuffò Oz, seccato dai continui insulti al
suo furgone “E comunque non ce n’è bisogno. Siamo arrivati”
Spike
fu come attraversato da una scossa elettrica. Mentre il furgone imboccava una
tranquilla e silenziosa stradina alla loro sinistra, si sporse dal finestrino
per prendere visione del posto.
Sembrava
un normalissimo quartiere residenziale di periferia: una stradina asfaltata
delimitata da due file di villette tutte uguali, seminascoste da recinti di
legno chiaro alti circa un metro. Non così diverso da Sunnydale, riflettè,
solo miniaturizzato.
“Eccoci”.
Oz rallentò ed indicò con un fugace cenno del braccio un cancello alla loro
destra. Spike si voltò in quella direzione. 147. La targa di ceramica bianca con il numero civico gli balzò
immediatamente all’occhio.
“Spiacente
di non poter terminare il mio servizio da chauffeur perfetto, amico! Temo che
dovrai andare da solo. Non so dove parcheggiare, e non posso farlo nel vialetto
se Buffy non mi apre il cancello”. Vedendo l’espressione scossa sul volto
dell’altro, Oz aggiunse: “Bè, se vuoi, si potrebbe sempre chiedere a Buffy
di uscire per…”, ma Spike lo bloccò all’istante: “No!”
Oz
esitò, lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore, e spense il motore.
Si voltò lentamente. Spike trasse un respiro profondo e guardò la casa. Casa
Summers. Buffy. Briciola. Buffy. Per un attimo, breve ma terribile, si lasciò
prendere dal panico e deglutì. Aveva desiderato così ardentemente di vederla,
e adesso sentiva tutto il coraggio venirgli meno. Ma non poteva tirarsi
indietro. Non poteva, e non l’avrebbe fatto. Il destino l’aveva condotto lì,
e il destino avrebbe in qualche modo provveduto a tutto. Certo, era fin troppo
comodo pensarla in quel modo, ma così facendo s’illudeva che sarebbe andato
tutto bene.
Sospirando,
si voltò verso Oz: “D’accordo… vado”. Gli lanciò un’ultima occhiata
e abbozzò un sorriso. In fondo se lo meritava, era stato molto più che uno
chauffeur perfetto. “Che dire, allora… grazie di tutto!”
Oz
gli restituì il sorriso: “Figurati”. Stava per aggiungere che sarebbe
sempre stato a disposizione, se qualche altro ex di Buffy fosse arrivato
dall’estero chiedendo il suo aiuto, ma pensò ad Angel e si trattenne. “In
bocca al lupo…”
Spike
annuì con un sorriso teso sul volto. Dopodichè, un po’ impacciato, gli diede
una lieve pacca su una spalla e scese dal furgone.
Il
vialetto sembrava lungo kilometri.
Spike
avanzava a passi lenti e cadenzati, il più silenziosamente possibile. Se avesse
fatto anche solo un minimo rumore, i sensi super sviluppati della Cacciatrice lo
avrebbero captato, e allora sarebbe stata la fine. Riusciva solo vagamente ad
immaginare cosa sarebbe successo, se Buffy si fosse affacciata alla finestra e
l’avesse visto sfilare come un cretino nel suo giardino… ah e poi, certo,
c’era anche il piccolo particolare che lei lo credeva morto e sepolto…
“Allora, qual è il piano?”
chiese a se stesso. Si rispose: “Non
c’è un piano. Non hai nemmeno uno straccio di piano, William! Ma insomma,
cosa ti aspettavi? Che ci sei venuto a fare qui?? Tornatene a Los Angeles, tra i
tuoi simili… gli ex vampiri infelici e frustrati con le borse sotto gli
occhi!” L’altro se stesso replicò: “Io
non ho le borse sotto gli occhi!” “Non riesci ad accettare la realtà?
Eppure adesso non hai più la scusa che non puoi vederti allo specchio!”
“Chiudi il becco!”
L’intima
lotta tra le due parti di lui – quella cinico/realistica e quella speranzoso/narcisa
– lo stava esasperando. Istintivamente si portò una mano allo zigomo, in
parte per controllare se fosse ancora visibile il segno dello scontro con Angel,
e in parte per appurare la veridicità delle parole della sua parte
cinico/realistica. Dopo essersi assicurato di non risultare troppo
“ammaccato”, allungò il passo.
Troppo.
In
un attimo si ritrovò sotto il portico di Casa Summers, con la terribile voglia
di tornare indietro.
Ma
non poteva… no…
Si
ritirò nell’ombra, per non essere visibile dalla casa, e sbirciò
discretamente attraverso una finestra del pianterreno. Intravedeva un soggiorno
immerso nel buio – riconosceva il profilo dei divani - e nient’altro. Si
portò davanti ad un’altra finestra. Da lì la vista era già più
interessante. Vide una sala illuminata, con un frigorifero e… era la cucina.
Ma un pilastro di legno gli impediva una visuale completa. Se non altro,
pensava, almeno adesso aveva la certezza che qualcuno fosse ancora sveglio,
all’interno.
In
quel momento sentì una voce e rizzò le orecchie. Non riusciva a distinguere le
parole ma… era sicuramente una voce femminile. Buffy? Non poteva esserne
certo.
In
ogni caso, servì a dargli coraggio. Oltre quella porta poteva esserci la sua
salvezza… o la sua condanna… ma, qualunque cosa fosse, doveva scoprirlo.
Risalì
i gradini del portico e sfiorò il campanello accanto lo stipite, senza il
coraggio di premerlo. Sospirò un’ultima volta e si maledì per
l’intollerabile mancanza di stoicismo che l’aveva assalito.
“O
la va…” pensò, e premette il bottone bianco.
Casa Summers – Il ritorno
1:50 A.M
“Direi
che sia il caso di farla finita, con questa roba!” esclamò Buffy chiudendo la
vaschetta di gelato con un colpo secco.
Dawn
sbuffò, contrariata: “Non capisco perché sei sempre tu che decidi quando si
può fare una cosa e quando…”
La
risposta dell’altra arrivò fulminea: “Perché sono io la sorella maggiore!
E Cacciatrice, per di più!” aggiunse con un sorriso eloquente.
Dawn
arricciò il naso: “Guarda che, tecnicamente, io sono molto più anziana di
te! Uff, mi chiedo proprio quali siano i vantaggi di essere la Chiave…”
Buffy
sorrise, condiscendente: “Che ci vuoi fare sorellina…” le passò accanto e
le posò un bacio sulla fronte, mentre riponeva il gelato nel freezer “Sarà
meglio che tu vada a letto, adesso.”
Dawn
sospirò: “D’accordo… tu che fai?”
Buffy
esitò per un attimo. Il pensiero di tornare nella sua stanza l’angosciava,
ed, egoisticamente, desiderò che Dawn non riuscisse a prendere sonno per poter
passare la notte con lei e sentirsi un po’ meno sola. “Non lo so…
probabilmente tra poco vado anch’io” fu l’incerta risposta.
Dawn
annuì e si avvicinò alla sorella per il bacio della buonanotte… ma
l’inatteso suono del campanello le interruppe.
Entrambe
trasalirono.
“Chi
può essere a quest’ora?!” chiese Buffy accigliandosi.
Dawn
fece spallucce: “Sarà Oz che ha cambiato idea e ha deciso di dormire qui!”
Buffy
non sembrava convinta: “Tu dici?”
Dawn
si avviò alla porta, ma la sorella restò a guardarle le spalle, pronta ad
intervenire. Sulla Bocca dell’Inferno, la prudenza non era mai troppa…
Dawn
aprì la porta.
Fu
come se tutto andasse al rallentatore…
Sulla
soglia c’era Spike.
Dawn
sgranò istintivamente gli occhi e si appoggiò allo stipite, avvampando.
Davanti
a lei, Spike sorrideva teneramente, gli occhi blu che brillavano d’emozione.
La sua Briciola era così cresciuta… “Cavolo,
sembro un vecchio zio!” si rimproverò mentalmente.
Fece
per dire qualcosa, ma una voce che proveniva dall’interno della casa lo bloccò.
Buffy
vide sua sorella immobile sulla soglia, quasi accasciata contro la porta, e si
spaventò: “Dawn, che succede?”
Spike
riconobbe la voce e trasalì. Dawn fece lo stesso.
Buffy
fece per raggiungere l’ingresso, ma la sorella tentò di bloccarla: “Buffy,
non…”
Fu
inutile.
Buffy
apparve alle spalle di Dawn per guardare in faccia l’ospite.
In
un attimo furono occhi negli occhi. Blu oceano e verde smeraldo annegarono
l’uno nell’altro in un caleidoscopio di emozioni, pensieri, ricordi.
Buffy
cercò di deglutire, ma aveva la salivazione azzerata.
Spike
non batteva le palpebre per non privarsi, nemmeno per un istante, di quella
dolce visione.
Ma
non durò. La voce tremante di Dawn infranse il silenzio: “…Dio… Spike!?
Sei…?”
Spike
spostò lo sguardo da Buffy a Briciola e sorrise, incapace di fare altro.
Dawn
aveva gli occhi che le brillavano di gioia. Fece per gettare le braccia al collo
del vampiro… ma un grido secco la bloccò.
“No!” abbaiò Buffy, voltandosi di
scatto verso la sorella.
Dawn
si immobilizzò all’istante, guardandola come se fosse un’aliena: “Ma
Buffy… cosa…?”
Anche
Spike sembrava confuso. La sua mente era assediata da pensieri, e non tutti
piacevoli.
Gli
occhi gelidi della Cacciatrice scrutarono la figura in piedi sulla soglia con un
odio sempre crescente.
Per
un attimo… era stato bellissimo.
Pensare
che lui fosse tornato… che fosse di nuovo lì… sarebbe stato così bello
poterci credere!
Ma
naturalmente, lo sapeva benissimo, quello
lì non poteva essere lui.
E
non perché non gli somigliasse – era così identico da far male – ma perché,
semplicemente…
Non
era lui.
Qualunque
cosa fosse, comunque, meritava un’esemplare punizione… per essere riuscito a
colpirla lì dove faceva più male.
Così,
in un lampo di secondo, Buffy colpì quel viso orrendamente bello con un pugno
tale da farne volare il proprietario.
Dawn
trasalì mentre Spike ricadeva al suolo, qualche metro più in là, nel
giardino.
“Buffy!
Che diavolo..?!” esclamò Dawn sconvolta, guardando la sorella come se neanche
la riconoscesse.
Gli
occhi della Cacciatrice erano due inquietanti fessure di morte: “Và in camera
tua, Dawn” mormorò, fissando il corpo di Spike accasciato nell’erba.
Dawn
era inorridita: “Cosa… perché l’hai fatto?!”
“Và
in camera tua e restaci!” gridò Buffy volgendo lo sguardo alla sorella. Sul
volto della prima era impressa una furia inaudita. Quello della seconda era
praticamente in lacrime.
Dawn
lanciò un’ultima occhiata a Spike, che si stava risedendo nell’erba, e se
ne andò, senza alcun rumore e senza uno sguardo alla sorella.
“A noi due” pensò Buffy, raggiungendo a
passo svelto la figura scura seduta nel prato.
Spike
non ebbe neanche il tempo di pensare.
Una
morsa d’acciaio gli strinse il collo costringendolo a rialzarsi, e un secondo
pugno lo colpì all’occhio destro. Si ritrovò di nuovo per terra ed emise un
gemito soffocato.
“E
così, sei tornato, eh?” ringhiò la Cacciatrice.
Spike
cercò di formulare qualcosa di sensato da dire, ma Buffy lo sollevò di nuovo
tenendolo sospeso davanti a sé, e guardandolo con più disprezzo di quanto non
avesse mai fatto.
Quegli
occhi ora verdi di rabbia gelarono Spike: “Non era esattamente questa
l’accoglienza che mi aspettavo…” si sentì dire, senza essersi veramente
accorto di aver parlato.
Buffy
digrignò i denti e lo schiaffeggiò: “Oh, scusami tanto! Se avessi saputo del
tuo arrivo, ti avrei preparato una torta!” sbottò, mordendosi subito dopo il
labbro inferiore. Quello che lei stessa aveva detto l’aveva turbata
terribilmente, gettato sale sulla sua ferita, ora più aperta che mai. Quelle
parole che si era sentita dire proprio da lui…
Spike
sgranò gli occhi, incredulo. Che fine aveva fatto la sua Buffy? Chi era quel
mostro, quella macchina della distruzione che gli stava davanti? Quella creatura
che si prendeva addirittura gioco di lui, a distanza di tutto quel tempo…
Buffy
lo colpì ancora e lo lasciò cadere per terra, mentre una strana consapevolezza
si faceva strada in lei.
Poteva
toccarlo.
Poteva
colpirlo, aveva una consistenza…
C’era
qualcosa di terribilmente sbagliato in tutta quella storia.
Possibile
che il Primo si fosse potenziato fino a quel punto?
“D’accordo.
Posso toccarti, il che significa che, evidentemente, l’aria di Cleveland ti ha
fatto bene… Adesso sei addirittura corporeo! I miei compliementi, così adesso
i tuoi trucchetti risulteranno ancora più realistici!”
Quelle
parole, pronunciate con tanta rabbiosa ironia, furono una rivelazione per Spike.
“Oh merda…” pensò, mentre tutto,
improvvisamente, cominciava ad avere un senso.
Il
Primo!
Buffy
pensava che… che lui fosse il Primo!
L’ironia
della situazione fu tale da farlo ridacchiare, ma fu un grave errore.
Appena
notò quella risatina, la Cacciatrice sentì la rabbia divampare in tutto il
corpo, bruciando come fuoco. Con tutte le sue forze, sferrò un poderoso calcio
nel fianco di Spike, che rantolò e sputò del sangue per terra. L’erba lì
accanto si tinse di un sinistro color ruggine.
“Per
tua sfortuna, però, io non sono così ingenua da cadere nei tuoi sporchi
tranelli!” esclamò Buffy. Un altro calcio. Spike boccheggiò e cercò di
ribellarsi, ma la furia della Cacciatrice era incontrollabile.
“Io
non so cosa tu voglia ancora da me…” Calcio di Buffy e gemito di Spike.
“Evidentemente
non ti è bastato distruggere la mia vita, la mia città e le persone che
amavo!” Fece per colpire di nuovo, ma Spike stavolta fu più veloce e rotolò
di lato, per poi rimettersi frettolosamente in piedi. Doveva assolutamente
reagire, spiegarle, altrimenti l’avrebbe massacrato.
“Buffy!”
La
sua voce…
La
Cacciatrice sentì il cuore balzarle in gola. Sapeva che era stupido, che era
sbagliato, che si stava solo aggrapando ad un’illusione, eppure…
La
sua voce…
Sembrava
così maledettamente reale!
Con
orrore, si rese conto che gli occhi le si stavano riempiendo di lacrime, e li
asciugò con un gesto rabbioso. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era
mostrare a… quell’essere – ormai non era più nemmeno sicura che si
trattasse del Primo – quanto il suo piano stesse funzionando.
Spike
la vide asciugarsi le lacrime con un atto di stizza e si sentì morire. Stava…
stava piangendo. E non c’erano dubbi sul motivo…
“Buffy!”
chiamò di nuovo, con voce dolce. “Sono io!”
Poche
parole, pronunciate con la sua
voce, e con quel tono, fecero crollare ogni sua certezza.
“E se… e se davvero…”
pensò Buffy, mentre lentamente la Cacciatrice scivolava via, lasciando il posto
ad una giovane donna in lacrime con un disperato bisogno di credere.
Credere
in lui… nelle sue parole… nella bontà del destino… in qualunque cosa, ma
voleva credere!
Spike
provò l’irresistibile impulso di abbracciarla, mentre la vedeva lì, davanti
a lui, così piccola e fragile, ma si trattenne. Non voleva rischiare di
distruggere quel momento.
“Provalo!”
Buffy
aveva parlato con la voce incrinata dall’isteria, troppo scossa al pensiero di
quello che stava accadendo. Non riusciva a pensare a cosa sarebbe successo se…
Spike
fece schioccare la lingua, perplesso. Era in difficoltà. Insomma, lui era
Spike, eppure… come diavolo fare per provarlo??!
Poi,
ad un tratto, sul suo volto si dipinse un sorriso malizioso: “Bè, al momento
mi viene in mente solo un modo per presentarmi, Cacciatrice, ma non so se sia il
caso…”
Buffy
cercò di interpretare quelle parole, ma non ci riuscì: “Fallo e basta!”
esplose.
Spike,
che aveva segretamente pregato per quella risposta, non aspettò oltre.
Braccia
forti e delicate attirarono la Cacciatrice per i fianchi, stringendola con
dolcezza, mentre le labbra sottili di Spike cercarono le sue per un bacio lieve,
ma così pieno d’amore che nessuno avrebbe potuto fraintendere.
Fu
un attimo di pura estasi.
Spike
allontanò leggermente le sue labbra da quelle di Buffy, ma continuò a tenerla
fra le braccia. “Allora, adesso mi credi?” le sussurrò, sfiorandole appena
la bocca mentre parlava.
Buffy
era senza fiato, gli occhi verdi luccicavano di lacrime e meraviglia. Guardò
Spike negli occhi, e in quel momento seppe.
Quella
bocca non poteva ingannarla in alcun modo.
Spike
la guardò e lesse sul suo volto una gioia che andava al di là delle parole;
inspiegabile, indefinibile, ma meravigliosamente certa.
Prima
che avesse il tempo di dire qualsiasi cosa, Buffy gli prese il viso tra le mani
e lo attirò a sé per un bacio colmo di passione e bisogno. Spike ricambiò il
bacio, giocando dolcemente con la sua lingua, stringendola più forte. Buffy
affondò le dita nei suoi capelli per sentirlo il più vicino possibile.
Si
divisero lentamente, a malincuore, e restarono a contemplarsi per un tempo che
sembrò loro interminabile. “Ecco, è pressappoco questa l’accoglienza che
mi aspettavo…” mormorò Spike con un luccichio malizioso negli occhi.
Buffy
sfiorò appena, con mani ancora tremanti d’emozione, l’ematoma che si andava
lentamente formando sotto l’occhio destro di Spike, mordendosi la lingua al
pensiero di esserne la responsabile. “Entriamo in casa” gli sussurrò
“E… mi dispiace per l’occhio!”
Casa Summers – Confessioni e chiarimenti
2:10 A.M
Buffy
precedette Spike lungo il vialetto ed oltrepassò la soglia, la porta ancora
aperta dopo la sfuriata di poco prima.
Senza
voltarsi, si rivolse a Spike: “Visto che siamo in una nuova casa, immagino di
doverti…”
Ma
appena si girò, le parole le morirono in gola: “… invitare” concluse,
guardando Spike che era già entrato, chiudendosi la porta alle spalle.
Spike
sorrise dell’espressione confusa sul volto della Cacciatrice: “Credo non ce
ne sia bisogno, dolcezza!”
Buffy
cercò di nascondere il brivido che le aveva provocato quel nomignolo, e si
concentrò su quello che era appena accaduto: “Come...?”
Il
sorriso di Spike divenne più deciso. Il momento che più bramava era arrivato.
Il momento della verità: “Bè, diciamo che, dopo la mia ennesima dipartita,
è… successo qualcosa.”
Buffy
lo fissò senza capire, e Spike cercò di spiegarsi meglio: “Sono tornato…
cambiato, ecco. Non ho più bisogno di un invito, per esempio!”
La
Cacciatrice sembrava ancora stranita: “Si, di questo mi ero già accorta,
ma…” Lo guardò attentamente. C’era qualcosa che le sfuggiva. Insomma, era
sempre il solito Spike! Pallido, vestito di nero, capelli impossibili… “Non
credevo che, per un vampiro, la resurrezione fosse una sorta di passe-par-tout
universale!” concluse, inarcando le sopracciglia con aria eloquente.
Spike
rise tra sé dell’ingenuità della ragazza, e decise di uscire allo scoperto.
Le si avvicinò, guardandola dritto negli occhi: “Buffy, toccami” mormorò,
sorridendo sensualmente.
Buffy
sgranò gli occhi, divisa tra stupore, imbarazzo e desiderio: “Cosa…”
balbettò quasi.
Spike
si morse il labbro per non perdere il controllo; quegli innocenti occhioni verdi
lo stavano facendo impazzire. Le prese con delicatezza una mano, mentre Buffy
sussultava, e se la portò al petto.
Bum bum. Bum bum.
La
melodia più dolce del mondo, specie per chi non era abituato a sentirla.
Spaventata,
Buffy ritirò istintivamente la mano, gli occhi spalancati per quello che era
stato un vero e proprio shock. Guardò Spike senza riuscire a formulare un
pensiero logico.
“E
non è tutto” aggiunse lui, più raggiante che mai. Le prese nuovamente la
mano e la usò per accarezzarsi il viso.
Calore.
Una sensazione che non era mai stata collegata al vampiro biondo.
Buffy
boccheggiò, ancora sconvolta, mentre lentamente capiva. “Com’è possibile che non me ne sia accorta prima?” si chiese,
annegando nei ridenti occhi blu che le stavano di fronte, sentendosi quasi
svenire. “Spike…” fu tutto ciò che riuscì a mormorare.
Ormai
c’era solo bisogno di una conferma: “Si, Buffy. Sono… vivo!”
Non
riuscì a controllare la gioia che l’aveva invasa, e del resto non ce n’era
motivo. Raggiante, Buffy gli gettò le braccia al collo, godendo del calore che
finalmente emanava anche lui, mentre Spike le affondò il viso nei capelli,
inebriandosi del suo profumo.
Quando
si staccarono, gli occhi della Cacciatrice brillavano: “E’ così… ma…
com’è potuto succedere?”
“Vedi,
c’è un’antica profezia secondo la quale un vampiro con l’anima che muore
per salvare il mondo, espia automaticamente i propri peccati e ritorna umano”
riassunse Spike. Sarebbe stato inutile spiegare tutta la faccenda della Coppa
del Tormento, dato che poi si era rivelata una bufala…
Buffy
aveva la sensazione di aver già sentito parlare di qualcosa di simile:
“Quindi, è per questo che sei tornato? Cioè, ti sei sacrificato per salvare
il mondo, e per premio sei risorto umano?” chiese.
Spike
esitò un attimo. Da dove cominciare? “Non esattamente. All’inizio non ero
nemmeno corporeo, apparivo e scomparivo come un fantasma. Poi è arrivato un
pacco, n’è uscita una strana luce, e ho ripreso la mia consistenza”
concluse, notando l’espressione confusa sul volto di Buffy.
“Un…
pacco?” chiese la Cacciatrice, accigliata.
Spike
sospirò: “So che sembra assurdo, ma…”
Buffy
sorrise: “Ehi, devo ricordarti con chi stai parlando? Andiamo, con la vita che
faccio, credi forse che mi lasci impressionare tanto facilmente?! Sto solo
cercando di capire… come hai avuto quel pacco?”
“Ci siamo…”
“Per… posta!”
Buffy
assunse un’espressione indecifrabile. “Per posta? Ma…”
“Non posso continuare con le mezze verità. Devo
dirle tutto” “Mi
è arrivato alla Wolfram & Hart… ero lì. E’ lì che sono tornato.”
Sul
volto della Cacciatrice era ora disegnato il più totale stupore. Spike proseguì:
“Ricordi il caro amuleto assassino? Era proprietà della W&H. Non so come
sia successo, ma dopo l’Apocalisse quel capellone del tuo ex se l’è
ritrovato sulla scrivania dell’ufficio… e ne sono spuntato io! C’è voluto
un po’ di tempo prima che tornassi corporeo. E poi… bè, quello dello
Shanshu è tutto un altro discorso… Angel vi aveva rinunciato e io…”
Buffy
faticava a star dietro al racconto. Nella sua mente si affollavano le parole di
Spike: “C’è voluto un po’di tempo… un po’ di tempo… un po’ di
tempo…”
Già,
ma… quanto tempo?
Non
voleva più sapere nulla… non le interessavano più tutti i dettagli del
ritorno di Spike. Riusciva a pensare solo ad una cosa, e aveva il terrore di
chiedere spiegazioni in merito: “Spike… quando
sei tornato?”
Spike
s’interruppe immediatamente. Eccola. La domanda che aveva più temuto era
arrivata. E sapeva che Buffy non avrebbe gradito la risposta: “Un anno e mezzo
fa” mormorò a testa bassa.
Non
riusciva a crederci. Non voleva crederci. Era troppo… orribile per essere
vero.
“Tu…
cosa?” ansimò, poggiandosi alla parete alle sue spalle in cerca di sostegno
“Mio Dio…” sussurrò, fissandolo gelida e incredula. Il silenzio di Spike
e la sua aria colpevole la fecero infuriare ancora di più: “Tutto questo
tempo… e non hai mai pensato di dirmelo??!” gli gridò in faccia, in una
pura espolosione di odio.
Spike
si sentiva malissimo. Neppure nelle sue più tetre fantasie Buffy lo guardava in
quel
modo... con quel disprezzo sempre crescente: “Lo so, mi dispia…”
Ma
la furia della Cacciatrice lo travolse senza lasciarlo parlare: “Ti dispiace?
Ti DISPIACE?? Dannazione, Spike…” era così furente da non riuscire a
trovare le parole “Te ne sei andato sapendo quello… e quando sei tornato…
la prima cosa che avresti dovuto fare era… oh, Dio!” ringhiò Buffy
dirigendosi verso il soggiorno. Tutto ciò che voleva era mettere quanta più
distanza possibile tra lei e quello schifoso, bugiardo, faccia di bronzo…
Spike
le corse dietro, superandola e sbarrandole il passo: “Buffy, ti prego credimi,
mi dispiace! Avrei voluto dirtelo, ma…”
La
cosa più difficile era ignorare le lacrime di rabbia che ormai le pungevano gli
occhi, mentre si scagliava nuovamente contro di lui: “Ma, cosa? Non ne avevi
il coraggio? Non sapevi che parole usare? Smettila, sei patetico! Non ci sono
scuse per il tuo comportamento!” Buffy si accorse con orrore che le tremava la
voce “Spike… io ti credevo morto, capisci? Credi forse che non me ne
importasse nulla?” concluse flebilmente, mentre una lacrima dispettosa le
rigava il viso.
Spike
sentiva il cuore battergli in petto con la foga di un tamburo. Non poteva fare a
meno di pensare a quanto gli aveva detto Oz sul furgone: “Ti crede ancora
morto, e ne soffre”
E
adesso ne aveva la dimostrazione, ed era terribile. Sapere di essere la causa di
quella pena che le leggeva in volto era straziante. Aveva giurato a se stesso di
non farle mai più del male, mai più… dopo quello che aveva tentato di farle.
E invece… “Hai ragione. Hai ragione Buffy, ho sbagliato, lo so, ma non ho
potuto fare altrimenti! Non potevo certo dirtelo per telefono!” Spike fece una
pausa, specchiandosi in quegli incantevoli occhi lucidi, e fu colto da
un’improvvisa rabbia: “Ti ho cercata, lo sai? Angel ed io siamo stati a
Roma, volevamo parlarti. E abbiamo scoperto che te la facevi con quella specie
di demone senza nome…”
Buffy
era allibita. Erano venuti in Italia? E quando? E perché lei non li aveva
visti?
Spike
continuò, la voce più dura: “Come credi che mi sia sentito io a quel punto,
eh? Insomma, dopo quello che mi avevi detto… quando stavo per morire, tu…”
ma gli mancò il fiato. Meglio lasciar perdere, si disse. Avrebbe potuto
scoprire qualcosa che non gli sarebbe piaciuto, e in quel momento non si sentiva
pronto ad affrontarlo. “… Angel continuava con la storia del biscotto, o
quello che diavolo è, e… e alla fine cosa avremmo dovuto fare, eh Buffy?
Stare lì a struggerci come due idioti perché la nostra ex si era rifatta una
vita?! Così siamo tornati ad L.A per tentare di seguire il tuo esempio… ed
Angel se l’è rifatta una vita, o almeno credo. E’ andato avanti. Ma io…
io non ci sono risucito. Non potevo rassegnarmi al fatto che… che tu fossi di
un altro. Per questo, quando ho scoperto che eri tornata, mi sono detto che
dovevo vederti. Che era la mia occasione, che era un… fottutissimo segno del
destino, non lo so! Buffy…” la voce gli si affievolì “… io non ti ho
dimenticata” concluse flebilmente.
Buffy
deglutì, la vista ancora appannata dalle lacrime. Si sentiva come schiacciata
dal peso di tutto quello che le era stato rivelato. Non riusciva neanche a
pensare con coerenza. Strizzò gli occhi per asciugarli e abbassò la testa,
incapace di parlare con lo sguardo di Spike puntato addosso: “Io… non credo
che questo sia il momento migliore per… parlare di certe cose, Spike. Sarà
meglio farci una bella dormita e riprendere il discorso con più calma,
domattina”
Spike
sospirò e annuì, cercando di non dare a vedere quanto fosse contrariato. Lei
non era cambiata. Continuava a tirarsi indietro appena le cose si facevano
troppo difficili. Continuava a razionalizzare ogni dannata cosa!
Con
un gesto rabbioso, Spike afferrò il borsone nero e si diresse verso la porta
d’ingresso. Si era illuso… si, insomma, di poter passare la notte lì, con
lei. Ma quanto pareva Buffy era di un altro avviso.
O
forse no.
“Dove
stai andando?!” chiese sorpresa la Cacciatrice, seguendolo con lo sguardo. “Dio,
non può andarsene! Non di nuovo! E’ appena arrivato!”
Spike
si voltò a guardarla, negli occhi una muta richiesta:“Chiedimi di restare!” “Bè,
mi sembra evidente. Vado a dormire”
Buffy
inarcò un sopracciglio: “Nel mio giardino?”
Spike
alzò gli occhi al cielo: “No, a meno che nel tuo prato non ci siano un letto,
un mini frigo e la TV via cavo…”
Buffy
corrugò la fronte: “Hai preso una stanza da qualche parte?”
Spike
si morse il labbro: “Non proprio, ma non importa… troverò qualcosa”
“Oh,
non essere stupido!” le parole le erano uscite di bocca prima che se ne
rendesse conto “Puoi restare qui.”
Spike
restò a guardarla con un sopracciglio inarcato, intimamente compiaciuto.
Buffy
si sentì terribilmente in imbarazzo e si affrettò a precisare: “Insomma,
Dawn sarebbe contenta di averti come ospite… prima non vi siete neanche
salutati”
Spike
sorrise: “Tutta colpa della tua irruenza, Cacciatrice! Se non fossi stata
tanto ansiosa di avermi tutto per te…” non poteva giurarci, ma ebbe la
sensazione che lei fosse arrossita.
Buffy
distolse lo sguardo e si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio,
imbarazzata.
Spike
inclinò impercettibilmente la testa di lato e sorrise,deliziato dal gesto di
lei. Sempre la stessa.
“Allora,
dove mi sistemo? Se non hai cambiato idea, intendo…” aggiunse subito.
Per
un attimo Buffy parve esitare. Ma fu solo un attimo: “Puoi dormire di sopra,
nella camera degli ospiti, oppure… bè, qui!” esclamò, indicando con un
gesto del braccio il salotto buio alle sue spalle.
Spike
ci pensò per un istante: “Non voglio disturbare, non vale la pena allestire
un’intera stanza per me. Il divano del soggiorno andrà benissimo, grazie”
Buffy
assentì e non si mosse. Calò un imbarazzante silenzio. Spike sorrise
nervosamente e portò il suo unico bagaglio in salotto, mentre Buffy accendeva
la luce.
“Bene.
Allora…” Spike la guardò con aria leggermente interrogativa.
Buffy
pensò che spettasse a lei prendere in mano la situazione: “Buonanotte, Spike”
Lui
annuì e le rivolse un goffo gesto della mano: “Notte, Buffy”
La
Cacciatrice gli sorrise un’ultima volta, ed uscì, chiudendosi la porta della
stanza alle spalle.
h 2:25 A.M – Bramosia
Buffy
si lasciò cadere sul letto, psicologicamente stremata. Fissò il soffitto, lo
stesso soffitto che aveva guardato, appena un’ora prima, ascoltando quella
melensa canzone d’amore…
Quanto
poteva essere lunga una notte?
Solo
fino a mezz’ora prima piagnucolava per Spike… e adesso lui dormiva nel suo
soggiorno!
Si
rigirò tra le lenzuola e cercò di fare il punto della situazione.
Rivederlo
le aveva tolto quasi del tutto la capacità di ragionare, ma adesso aveva
bisogno di tutta la sua lucidità.
Spike
era tornato. Aveva vissuto a Los Angeles per un anno e mezzo, senza dirglielo. E
se si trovava alla W&H, quando gli era stato recapitato quel pacco,
significava solo una cosa.
Angel
sapeva tutto. Sapeva della resurrezione di Spike, e glielo aveva tenuto
nascosto.
Perché?
Difficile
che fosse stato Spike stesso a chiedergli di mantenere il segreto… non era mai
corso buon sangue, tra quei due. Ma allora perché? A che scopo? Non poteva
accettare l’ipotesi, per quanto probabile che fosse, che Angel le avesse
mentito per pura gelosia… non lo faceva capace di tanto infantile egoismo.
Eppure…
Cercò
di scacciare quel pensiero dalla testa, e si concentrò su qualcosa di più
semplice. Come aveva fatto Spike a trovare casa sua, ora che non aveva più i
suoi super poteri da vampiro? Facile: Oz! Adesso si che tutto si spiegava.
Certo, era sorprendente pensare che quei due fossero “amici”, o meglio, era
incredibile pensare che Oz avesse accettato di aiutare Spike nonostante il suo
rapporto con Angel.
Si
girò su di un fianco. Angel e Spike erano stati a Roma. Questa era un’altra
cosa di cui Angel non le aveva mai parlato. A questo punto, cominciava a credere
seriamente all’ipotesi della gelosia…
Lì
avevano scoperto della sua storia con l’Immortale… ma come? Avevano forse
parlato con qualcuno? L’avevano spiata? E perché, dannazione, lei non li
aveva visti?
Le
riusciva incredibile accettare che proprio loro due, i più grandi amori della
sua vita, l’avessero ingannata in quel modo. Spike tacendo sulla resurrezione,
ed Angel sul viaggio a Roma. Si sentiva tradita.
Supina,
incrociò le mani dietro la nuca e, suo malgrado, sorrise. Un altro pensiero
l’era venuto alla mente, e questo era infinitamente più piacevole degli
altri.
Il
bacio di Spike l’aveva incendiata. Poteva ancora sentire il sapore della sua
bocca, della sua lingua, la pressione delle sue mani intorno alla vita, il suo
calore…
Il
suo calore. Adesso era un umano. Adesso era come lei aveva sempre desiderato che
fosse.
Eppure,
non era cambiato. Per niente. Spike era fatto così, poteva trasformarsi in
continuazione, restando sempre uguale. Lui era il suo punto fermo, la sua Stella
Polare.
Pensare
a lui come una stella le rammentò di un vecchio sogno, fatto poche settimane
dopo la sua morte. Non ricordava i dettagli, ma aveva sognato Spike che la
prendeva per mano e la portava su, su, su, verso il cielo stellato… verso il
Paradiso.
Il
Paradiso.
Chissà
dove era stato, lui, subito dopo la morte.
Che
Spike subisse atroci torture all’Inferno, dopo essere morto per lei, era
profondamente ingiusto. Sperava
che, ovunque fosse stato, non avesse sofferto troppo.
Sospirò
e si voltò nuovamente su un fianco. Basta, doveva smetterla di pensare. Sentiva
la testa scoppiarle. Aveva bisogno di una bella dormita.
Chiuse
gli occhi, ma ciò che vide la lasciò di stucco. Era durata solo qualche
secondo, ma era ancora nitida, nella sua mente, l’immagine di lei e Spike…
completamente nudi, avvinghiati in una selvaggia danza d’amore. Si ritrovò
seduta fra le lenzuola, il respiro divenuto improvvisamente affannoso. Dio,
questa non ci voleva.
Non
si era resa conto di desiderarlo così tanto.
No,
decisamente così non poteva andare. Non sarebbe mai riuscita a prendere sonno,
se la sua mente perversa era occupata da pensieri tanto esplicitamente
erotici… ed indirizzati alla persona che, in quel momento, dormiva sotto il
suo stesso tetto, al piano di sotto. Sarebbe bastato così poco per…
Tra
loro si era sempre frapposto qualcosa. Prima li aveva divisi il sole. Poi
l’oceano. Infine, la morte.
Mentre
adesso, tutto ciò che li separava era… una rampa di scale. Era un ostacolo
così ridicolo, in confronto a quelli che avevano già dovuto superare!
“Non fare la stupida. Sai benissimo che non si
tratta di questo. C’è molto più di qualche gradino a dividervi. Ci sono la
dignità… l’orgoglio… il pudore… Dawn…” obiettò quella piccola parte di lei che ancora conservava un
minimo di raziocinio. Ma il desiderio la stava uccidendo.
Si
sforzò di non pensare a cosa sarebbe successo se fossa scesa di sotto e lo
avesse attratto nella sua stanza…
Non
poteva, lo sapeva benissimo. Non era giusto per nessuno dei due. Non potevano
semplicemente ignorare quei diciotto mesi di lontananza, e… saltarsi addosso
l’un l’altra come se niente fosse. E poi, lui l’aveva ingannata. Le aveva
mentito, si era tenuto alla larga da lei con ogni mezzo.
Eppure…
Non
era così che dovevano andare le cose, lo sapeva. Ma voleva Spike, lo desiderava
terribilmente, e lui era a portata di mano. Era stata davvero una stupida a
relegarlo in quel soggiorno… Dopo il
bacio che si erano scambiati, dopo tutto quello che avevano condiviso – letto
compreso – era ridicolo che dormissero in stanze separate…
“E sia!” decise, sgusciando fuori dal
letto.
Non
sapeva cosa avrebbe fatto. O come l’avrebbe fatto. Sapeva solo che aveva
bisogno di lui… un bisogno folle e disperato, come sempre.
h 2:40 A.M – L’empatia degli amanti
“I may be a love’s bitch…”
Le
parole che lui le aveva rivolto una volta le rieccheggiavano nella mente. Era
proprio così che si sentiva, mentre si apprestava a scendere le scale. Una
puttana dell’amore, ecco cos’era. Una puttana in calore che rincorreva il
suo miglior cliente.
Forse
ci stava ricascando… forse lo stava solo usando come giocattolo. Di nuovo. Ma
non poteva farne a meno. Era stata troppo tempo senza di lui, senza il suo
tocco, e adesso che era così meravigliosamente vicino voleva sfruttare ogni
istante.
Scese
le scale in fretta. Non poteva correre il rischio di fermarsi a pensare. In un
attimo si trovò davanti la porta chiusa del piccolo salotto. “E
se lui stesse già dormendo? No, è impossibile, l’ho lasciato solo pochi
minuti fa…”
Dischiuse
lentamente la porta.
Spike
era sdraiato sul divano, completamente vestito (cosa insolita per lui!), il
corpo orientato verso la porta, gli occhi chiusi.
…
Delusione? No.
Buffy
ebbe la sensazione che qualcosa si allentasse in lei. La morsa della libidine,
ecco cosa. Guardare Spike dormire era un’esperienza d’impagabile dolcezza.
Le era già capitato, in passato, e ogni volta si era stupita di quanto
riuscisse a sembrare angelico e sereno il suo volto mentre riposava. Il suo
cuore parve allargarsi, rimependosi di una tenerezza quasi materna, mentre gli
si avvicinava silenziosamente.
Si
chinò su di lui. Sentire il suo respiro la emozionò. Spike… quante volte
aveva desiderato di riaverlo lì, al suo fianco, per colmare quell’opprimente
vuoto nel suo cuore, e nella sua vita. S’inginocchiò senza far rumore accanto
al divano e tese timidamente una mano verso il suo viso. Lo accarezzò con
delicatezza, tracciandone i contorni, seguendo ogni singola linea
dell’epidermide chiara. Un pensiero buffo le attraversò la mente. Chissà
come sarebbe stato uno Spike abbronzato! Proprio non riusciva ad immaginarselo.
Eppure, adesso c’era questa possibilità. Adesso lui era un umano, una persona
normale, proprio come lei.
Solo
in quel momento notò qualcosa che la stupì. Spike si era addormentato col suo
inseparabile spolverino addosso, nonostante fosse piena estate. Sorrise. No, lui
non sarebbe mai stata una “persona normale”. E nemmeno lei. Forse era per
questo che stavano così bene insieme.
Quell’idea
la spiazzò. Lei e Spike non erano mai
stati bene insieme! Con tutte le volte che si erano picchiati, e insultati, e
feriti a vicenda… e tutte le volte che avevano dormito l’uno nelle braccia
dell’altro, che avevano fatto l’amore, che si erano aiutati e sorretti
reciprocamente… Sorrise di nuovo, lasciando scorrere le dita tra i capelli
biondi e leggermente arruffati di lui. Doveva ammetterlo, c’erano stati anche
dei bei momenti. Dei momenti unici, preziosi, irripetibili, che poco avevano a
che fare con la passione o col sesso. Momenti in cui le loro anime si erano
incontrate, anche quando lui non aveva la sua, e i loro cuori avevano battuto
all’unisono, nonostante uno dei due non potesse battere.
Ormai
non ricordava neanche più perché fosse in quella stanza. Ah, già… il suo
attacco di pura depravazione. Imbarazzata come se lui potesse leggerle nel
pensiero, ritrasse la mano e fece per alzarsi, ma qualcosa la bloccò.
Spike
aprì gli occhi e alzò lo sguardo, per incontrare quello della sua piccola
preda. “Dove credi di andare,
passerotto?”
Buffy
trasalì, fissando il suo braccio trattenuto dalla mano di Spike. Si era
svegliato. O forse, era sempre stato sveglio. Il suo sguardo corse al volto di
lui. I suoi occhi blu sembravano illuminati da fitte pagliuzze d’argento.
Spike
allentò appena la presa sul braccio di Buffy, e lo accarezzò languidamente con
il pollice. Quando parlò, la sua voce era poco più di un sussurro: “Non
andartene”
Buffy
restò immobile. Poi si chinò leggermente su di lui.
Spike
chiuse gli occhi, mentre le labbra della Cacciatrice si posavano sulle sue per
un bacio tenero e lieve.
Quando
si allontanarono furono occhi negli occhi.
Non
ci fu bisogno di parlare.
Buffy
si tirò su e gli tese una mano. Spike la prese e si alzò.
Uscirono
insieme dalla stanza. Buffy lo precedette su per le scale, attenta a non fare
rumore per non svegliare Dawn. Non sapeva cosa stava facendo, o cosa sarebbe
successo. Non lo sapeva, e non voleva saperlo. Voleva solo godersi quei momenti,
godersi Spike, senza temere nulla, al contrario di come aveva sempre fatto in
passato.
Spike
seguiva la sua dea bionda come ipnotizzato. C’era un posto dove non sarebbe
andato insieme a lei? C’era qualcosa che non avrebbe fatto per farle piacere?
Buffy
arrivò sul pianerottolo e aprì silenziosamente la porta della sua camera.
L’aria era carica di tensione, di attesa.
Spike
la raggiunse e la seguì all’interno della stanza in penombra. Si chiuse la
porta alle spalle.
Eccoli
lì, uno di fronte l’altro. Fiocamente illuminati dalla luce lunare che
filtrava dalle imposte. Lei, bionda, minuta, grandi occhi verdi, l’aria da
bambina innocente, l’abbigliamente da provocante donna vissuta.
Lui,
dalla figura sottile ma muscolosa, dai pentranti occhi color oceano, la bocca
sottile e ben delineata.
Erano
perfetti.
Perfetti
l’uno per l’altra, perfetti per stare insieme.
Perfetti
senza parlare.
Buffy
si appoggiò appena sul letto, senza distogliere lo sguardo da lui, anzi,
attirandolo con gli occhi.
Spike
si sfilò lentamente lo spolverino, lasciandolo cadere su una poltrona lì
accanto, e come sotto l’effetto di un messaggio subliminale, si sdraiò
dall’altro lato del letto, sistemandosi accanto a lei.
Buffy
si lasciò avvolgere dalle calde e forti braccia di Spike, raggomitolandosi
contro il suo petto. Restarono così per lunghi istanti. Poi Buffy ruppe il
silenzio: “Sento il tuo cuore…” mormorò, chiudendo gli occhi “… è
bellissimo”
Spike
accarezzò la testolina bionda posata sul suo torace: “Tu hai rubato il mio
cuore molto tempo fa, piccola. E se adesso batte, è solo grazie a te” le
sussurrò piano.
Quelle
parole accesero qualcosa di sopito in lei. Buffy si tirò su per guardarlo in
viso. Lui sostenne il suo sguardo. E ancora una volta non ci fu bisogno di
parlare.
Le
loro labbra si incontrarono in un bacio immenso, puro, vero, selvaggio. Le loro
lingue sembravano lottare per la supremazia, le loro bocche si prendevano e
lasciavano di continuo, ma senza mai interrompere davvero la loro danza.
Con
un’abile mossa, Buffy si sistemò a cavalcioni su di lui, continuando a
baciarlo con forza. Le piccole dita affusolate accarezzavano il volto di Spike,
si tuffavano tra i suoi riccioli ossigenati e, ben presto, scivolarono esigenti
lungo la T-shirt nera, giù fino al bordo inferiore, fin quasi all’apertura
dei jeans.
Quello
fu il segnale definitivo per Spike. Se fino a quel momento era rimasto un po’
passivo, per paura di ferirla in qualche modo, di spingersi più in là di
quanto le non volesse, bè, adesso era il momento di darsi da fare. Di far
emergere il selvaggio demone che era ancora in lui.
Così,
con una mano l’attirò maggiormente a sé, mentre l’altra scivolava
avidamente su per le sue cosce, insinuandosi nella corta camicia da notte color
glicine che la ragazza indossava. Spike raggiunse il bordo ricamato degli slip e
iniziò a giocarci, allentando l’elastico con le dita, lasciando scorrere la
mano lungo un fianco.
Buffy
mugolò di piacere quando Spike scese a baciarle il collo, le spalle, il petto,
lottando dolcemente per spingere la lingua nella sua scollatura. Buffy lo fermò
un attimo, gentilmente, per sollevargli la T-shirt e lasciarla scivolare via
dalle braccia muscolose. L’indumento cadde a terra, mentre Spike premeva il
suo torace nudo contro i seni sporgenti della Cacciatrice, facendola ansimare
lievemente.
Spike
la baciò con foga, premendola istintivamente contro le proprie cosce,
attirandola per i glutei levigati. Buffy ricambiò il suo bacio gemendo, mentre
le mani di Spike risalivano lungo tutto il suo corpo fino a spogliarla del
baby-doll.
Quando
furono finalmente pelle contro pelle, Spike rischiò di perdere il controllo. La
desiderava così tanto, e lei era così dannatamente bella, vestita solo delle
mutandine, che accarezzò l’idea di sbottonarsi i jeans e prenderla subito, in
quel preciso momento. Ma il galantuomo ottocentesco insito in lui gli impose di
andare per gradi. Ricominciò a baciarla, accarezzandole i fianchi e risalendo
verso il seno, impossessandosi dei suoi capezzoli e torturandoli dolcemente con
le dita.
Buffy
si sentì svenire. Era dannatamente eccitata. Lo voleva, voleva sentirlo dentro
di sè, voleva sentirlo ansimare e mormorare deliziato il suo nome.
Imperterrita, lasciò correre entrambe le mani giù per il petto scolpito di
Spike, diretta verso un punto preciso: il piccolo bottone di bronzo che chiudeva
i Levi’s scuri. Sfidando la stoffa spessa e rigida, iniziò ad estrarre il
bottone dall’asola, ma Spike le bloccò la mano e la disarcionò di colpo,
lasciandola cadere distesa al suo fianco.
Prima
che avesse il tempo di dire qualsiasi cosa, lui si gettò su di lei, chinandosi
sul suo viso affinché le loro labbra si sfiorassero mentre le parlava: “Stai
giocando con il fuoco, Cacciatrice!” l’avvertì in un mormorio minaccioso,
la voce roca per l’eccitazione. Buffy rimase per un attimo interdetta: tutto
quello a cui riusciva a pensare era l’erezione di Spike che premeva contro il
suo ventre, mandandola in tilt. Dawn era nella stanza accanto, e sicuramente non
era una buona idea lasciarsi andare in quel modo… ma non riusciva a fermarsi.
Spike
la baciò prepotentemente sulle labbra, poi scese lungo il collo e il seno.
Prese a succhiarle con vigore un capezzolo, mentre con la mano proseguiva il suo
cammino lungo il corpo di Buffy, diretto verso le sue gambe. Le pallide dita
tracciarono i contorni dei fianchi e delle anche, accarezzando soavemente il
lato esterno delle cosce, per poi correre impazienti verso l’interno.
Buffy
divaricò istintivamente le gambe, per consentire a quelle magiche dita maggior
libertà di manovra, mentre affondava una mano nei capelli di Spike, premendo la
sua testa – e la sua bocca – contro i propri capezzoli turgidi di desiderio.
Spike
sfuggì gentilmente alla sua presa e risalì verso il volto di Buffy, baciandola
con passione spasmodica, mentre la sua mano destra si stanziava tra le cosce di
lei.
Buffy
soffocò nel bacio un gemito di godimento, quando Spike affondò un dito in lei,
nella sua femminilità bagnata, cogliendola di sorpresa.
Spike
interruppe il bacio e si scostò quel tanto che bastava per guardare la sua
amante in faccia. Buffy aveva il respiro affannoso e un’espressione
inequivocabilmente compiaciuta: doveva piacerle parecchio quello che stava
accadendo tra le sue gambe… “Tra poco
ti piacerà ancora di più, vedrai!” pensò Spike, percorrendo con la
bocca tutto il corpo di lei: scivolò dal collo all’addome, passando per le
spalle e il seno, soffermandosi appena un attimo in più sul dolce profilo
arrotondato del petto. Quando arrivò al basso ventre, sentì Buffy irrigidirsi
istintivamente. Così decise di non andare subito al sodo, e iniziò a posarle
piccoli, teneri baci sulla pancia e le anche, fino a farla rilassare
completamente.
Buffy
aveva gli occhi chiusi per l’estasi, e la testa totalmente abbandonata sul
cuscino. Le labbra morbide di Spike, le sue dita delicate, la sensibilità
dimostrata nel non voler accorciare i tempi le stavano regalando una beatitudine
indescrivibile. Ciò che rendeva Spike diverso da tutti gli amanti che aveva
avuto, era la sua eclettica, sorprendente capacità di passare dalla passionalità
più selvaggia alla più soave dolcezza, nell’arco di pochi istanti. Buffy
tese un braccio verso di lui e gli passò una mano tra i piccoli ricci biondi,
accarezzandolo per incitarlo a continuare.
Spike
alzò lo sguardo per incontrare ancora un volta quello di Buffy. Il tenero
sorriso che le vide dipinto in volto lo colpì. Lei non l’aveva mai guardato
in quel modo. Non gli aveva mai sorriso con un simile… affetto. Sembrava così
serena… e non era mai stata più bella.
Sarebbe
rimasto a contemplarla per secoli, ma Buffy emise un lamento insoddisfatto e
inarcò appena la schiena, avvicinando il proprio corpo a quello di Spike, in
una movenza così sfacciatamente sensuale che l’ex vampiro perse il controllo.
Senza più esitare, scese ad accarezzare con le labbra gli umidi slip bianchi,
scostandoli gentilmente con i polpastrelli, per avere completa libertà. Buffy
trattenne il fiato, mentre la bocca di Spike si posava morbida sul suo
clitoride, catturandolo con le labbra, succhiandolo a tratti, sempre con maggior
intensità, fino a farla sospirare di piacere.
Spike
si tirò su per un attimo, con gran disapprovazione di Buffy. Risalì fino al
bordo degli slip e glieli sfilò con studiata lentezza, depositando piccoli baci
lungo le sue gambe tornite, man mano che le mutandine scivolavano via. Quando
riprese il suo posto, tra le cosce della Cacciatrice, la sentì gemere con
impazienza. Spike sorrise impercettibilmente. Sapeva cosa voleva, cosa gli stava
chiedendo. Così si chinò nuovamente su di lei e la penetrò con la lingua.
Buffy
sobbalzò all’indietro, senza riuscire a trattenere un roco mugolio
d’estasi. La lingua di Spike cominciò a muoversi sempre più veloce, sempre
più forte dentro di lei. Aprì per un attimo gli occhi, e la visione della
testolina platinata che si muoveva tra le sue gambe le diede un brivido. Tremò
leggermente e richiuse gli occhi, mentre Spike intensificava il ritmo,
inebriandosi del suo sapore, del suo profumo. Buffy era al limite:
“Spike…” ansimò, assecondando i movimenti di lui con il bacino. Spike si
rese conto che, così facendo, lei sarebbe venuta, e lui non voleva. Non così
presto…
Così
si rialzò di colpo, lasciando Buffy prossima all’amplesso, e risalì fino a
raggiungere il suo viso, baciandola per farle sentire il suo stesso sapore sulle
labbra. Buffy ricambiò il bacio, ma poi lo allontanò fissandolo con eloquenza.
Sembrava contrariata. Spike sorrise con malizia e le parlò all’orecchio:
“Non avere fretta, tesoro… voglio farlo durare molto a lungo…”
Quello
che accadde subito dopo lo spiazzò. Con tutta la sua forza da Cacciatrice,
Buffy lo spinse via e si sdraiò su di lui, premendo i capezzoli sodi contro il
suo torace: “Vediamo se adesso cambi
idea…” pensò, determinata a ripagarlo con la stessa moneta.
Ignorando
l’inguine che fremeva insoddisfatto per il mancato orgasmo, s’impossessò
della bocca di Spike, avvertendo ancora su di essa l’aroma della propria
femminilità, mentre le mani di lui le circondavano la vita, scivolando verso i
glutei. Conscia della posizione vulnerabile, Buffy si liberò dalla presa e si
sedette a cavalcioni su di lui, decisa a ristabilire i ruoli.
Spike
la guardò incantato. Era divina, lì, seduta sui suoi fianchi, in tutta la sua
nudità, senza vergogna, né paura, né reticenze. Sembrava Ishtar, splendida
dea babilonese della fertilità e della guerra: da un lato, benevola protettrice
degli innamorati, dall’altro, terrificante demone della lotta. Era sempre
stata così, la sua Cacciatrice. Dio, l’amava così tanto!
Era
terribilmente erotica la sensazione di essere del tutto inerme, completamente in
suo potere; per questo, quando Buffy iniziò a sbottonargli i jeans, la lasciò
fare, rilassandosi contro il cuscino.
Le
mani di lei liberarono il bottone dall’asola e corsero alla zip, tirandola
lentamente giù. Voleva tenerlo sulle spine. Voleva spingerlo al limite e poi
tirarsi indietro, come aveva fatto lui con lei.
Mai
mettersi contro Buffy Anne Summers.
Senza
pensarci due volte, lasciò scivolare la mano nei pantaloni di lui, constatando
con una certa soddisfazione quanto fosse eccitato. Sfilò senza fretta i jeans,
lasciandoglieli correre lungo le gambe. Spike si lasciò sfuggire un gemito
deliziato quando Buffy cominciò a togliergli i boxer. Il suo tocco, le mani di
lei che catturavano le sue parti più sensibili, erano magia pura.
Buffy
guardò Spike e sorrise tra sé della sua espressione beata. Peccato che prima
l’avesse fatta arrabbiare… ora doveva pagare.
Spike
aveva gli occhi chiusi, quando sentì qualcosa che lo fece trasalire.
La
bocca di Buffy era scesa sul suo membro tumescente, le morbide labbra ne
avvolgevano la punta, baciandolo con dolcezza, come fosse stato una bocca.
Presto il bacio acquistò passione, e Spike si ritrovò ad ansimare,
completamente soggiogato da quella magica donna. Buffy avvolse completamente la
sua virilità con la bocca, succhiando con vigore, mitigando poi con dolci
leccate, perfettamente consapevole dell’effetto devastante che i suoi gesti
stavano avendo su Spike. L’ex vampiro, infatti, gemeva disperatamente per la
dolce tortura inflittagli. “…Buffy…” mormorò, sospeso tra Paradiso ed
Inferno.
“Buffy, mio angelo maledetto…”
Quando
fu sul punto di perdere il controllo, Spike emise un basso ringhio – un
souvenir del suo precedente status vampiresco – e capovolse con uno scatto le
posizioni.
Buffy
ansimò per la sorpresa di ritrovarsi improvvisamente schiacciata contro il
materasso, il corpo ormai del tutto nudo di Spike premere contro il suo.
Poi,
un sussurro. Una flebile minaccia: “Non avresti dovuto farlo,
Cacciatrice…”
Buffy
non potè fare a meno di sorridere, nel constatare di aver pienamente raggiunto
il suo scopo: Spike era arrivato al limite, ecco il perché di quella reazione
improvvisa.
Ormai
c’era solo un’ultima cosa che entrambi bramavano.
E
quella cosa illuminò come una richiesta gli occhi blu dell’uno, e si riflesse
come una concessione negli occhi verdi dell’altra.
Buffy
divaricò appena le gambe, e Spike affondò in lei, ansimando leggermente per la
voglia di possederla che lo stava dilaniando. Mentre le loro bocche si
incontravano, la loro unione veniva cementata da spinte dapprima lente e
profonde, poi sempre più veloci e convulse. Buffy si morse le labbra per non
gridare, e Spike, intuendo il “problema” – non che, fino ad allora, si
fossero particolarmente preoccupati di Dawn! – la baciò, permettendole di
annegare in altre labbra il suo puro godimento.
L’apice
li colse quasi contemporaneamente, travolgendoli, stremandoli, inondando i loro
corpi e cullandoli in balia dell’alta marea di sensazioni di cui stavano
godendo.
Ancora
in preda alla spossatezza, Spike si abbandonò contro il seno di Buffy, sentendo
i loro respiri affannati – una volta tanto, all’unisono – e provando un’
indescrivibile pace.
“Ti
amo Buffy” sussurrò, lasciandosi cadere al suo fianco, ad occhi chiusi.
Non
ricevette risposta.
Ma,
se solo i suoi occhi avessero incontrato quelli della sua amante, allora avrebbe
capito.
E
sarebbe stato perfetto.
Come
erano loro.
Finalmente,
di nuovo uniti.
Completi.
Lei,
piccola e dai grandi occhi innocenti.
Lui,
dalla figura muscolosa e sottile, gli occhi color oceano.
Insieme…
senza parlare.
Eppure…
Perfetti.
h 09:40 A.M – Il mattino dopo
Ed
era sorto il sole.
L’interminabile
notte era passata, e la vita aveva ripreso il suo solito, lento scorrere.
Come
se nulla fosse cambiato.
Ma
lo era. Oh, se lo era!
Buffy
si rigirò svogliatamente nel letto, stropicciandosi delicatamente gli occhi con
una mano. Si sentiva completamente spossata.
Che
ore erano? Fece per voltarsi verso il comodino, verso la sveglia, ma qualcosa
glielo impedì.
Trasalì
e si tirò a sedere su di un gomito, per guardare meglio.
Poi
sorrise.
Al
suo fianco, Spike giaceva ancora profondamente addormentato, rannicchiato lungo
il bordo del letto. Nudo, fatta eccezione per quel paio di boxer neri che la
decenza gli aveva suggerito di indossare, prima di addormentarsi.
Buffy
sfiorò con lo sguardo quei bicipiti scolpiti, quei pettorali tonici, quegli
addominali levigati, e si morse il labbro inferiore, come faceva sempre quando
era nervosa o eccitata. O tutt’e due le cose.
Si
chinò a posare un lieve bacio sulla spalla candida che le stava accanto,
incapace di resistere alla tentazione di marchiare nuovamente quel corpo
perfetto con le sue labbra. Era suo. Solo e soltanto suo. Voleva gridarlo al
mondo.
Improvvisamente,
Spike si girò verso di lei, ancora ad occhi chiusi, emettendo un miagolio
assonnato. Buffy sorrise, mentre lo vedeva aprire lentamente gli occhi.
“Buongiorno”
sussurrò Spike, battendo più volte le palpebre per assicurarsi di ciò che
vedeva. Era reale! Era Buffy, era lì, ed era reale! Solo due notti prima si era
addormentato tutto solo nel suo triste loft di Los Angeles, e adesso era lì.
Nel letto della sua Cacciatrice. Non riusciva a crederci.
Lei
si sdraiò di nuovo per essere alla sua stessa altezza, e si specchiò in quel
vortice azzurro che erano i suoi occhi. Gli occhi del suo amante. “Buongiorno.
Dormito bene?” chiese sottovoce.
Spike
le sorrise teneramente: “Come un bambino. E tu?”
Buffy
ricambiò il suo sorriso e annuì impercettibilmente. Allungò un braccio verso
di lui, teso ad accarezzargli con dolcezza una guancia. Spike socchiuse gli
occhi: “Buffy…”
Lei
gli si avvicinò, continuando a sfiorare il suo profilo: “Shh… non dire
niente” gli sussurrò, prima di avventarsi sulla sua bocca con rinnovata
passione.
“Oh,
davvero, non hai idea di quanto sia elettrizzata!!! Voglio dire, chi se lo
aspettava?? Non so neppure come sia successo… ma, in fondo, a chi importa?
E’ come… come tornare ai vecchi tempi! Come se fossimo ancora a Sunnydale.
Giuro, sono così contenta! E loro… dovresti vederli… sono così carini! E
insaziabili… Dio, ma non si stancano proprio mai?? Non solo mi hanno tenuta
sveglia tutta la notte con il baccano che hanno fatto, ma adesso si sono chiusi
in bagno per “fare la doccia”, e sono dentro da secoli!!! Sul serio,
ho avuto appena il tempo di salutarlo, che quella ninfomane l’ha
sequestrato!” Dawn si lasciò cadere sul letto, spostandosi il cordless
nell’altra mano: “Cosa??? Amore, ma che dici????” rise, divertita e un
po’ scandalizzata dalla malizia di Giulio. Quei racconti su Buffy e Spike
sembravano averlo… ispirato. “Bè, farai meglio a darti una calmata… non
vorrai che la tua sorellina scopra che razza di depravato sia il suo adorato
fratellone??!” rise ancora, sistemandosi meglio il cuscino sotto la testa.
In
quel momento il suono del campanello la interruppe: “Oh, suonano alla porta.
Sarà Sheila che è venuta a prendermi per fare un giro… devo andare. Ti
chiamo più tardi. Ti amo anch’io… ciao!”
Dawn
riagganciò e si precipitò fuori dalla stanza. Nel farlo, passò davanti la
porta chiusa del bagno e sorrise melliflua, non potendo fare a meno di notare i
gemiti soffocati che provenivano da quella direzione. “Tze… assatanati!”
borbottò divertita, scendendo di corsa le scale.
Arrivata
all’ingresso, spalancò la porta: “Ehi Shei…” ma le parole le morirono
in gola.
Per
la seconda volta in meno di ventiquattr’ore le toccò restare senza fiato
sulla porta di casa.
Sulla
soglia c’era Angel.
h 10:45 A.M. – Il fattore “ex”
Il
vampiro bruno sorrise affettuosamente. Dawn sgranò gli occhi, sconcertata:
“Angel! Che ci fai qui?!”
Angel
sorrise: “Sto bene, Dawn, grazie! Anch’io sono molto contento di rivederti,
dopo tutto questo tempo! E tu come stai?” ironizzò.
Dawn
non riusciva a spiccicare parola. Nello stesso istante in cui aveva visto Angel
sulla porta aveva immaginato quello che sarebbe successo appena Buffy e Spike…
Altro che Apocalisse!
“Oh…
io… certo che sono felice di rivederti!” esclamò abbracciandolo goffamente.
Angel
la strinse con affetto, poi la scostò appena da sé per guardarla meglio.
Quando parlò, i suoi occhi scuri brillavano: “Oh, piccola, come sei
cresciuta… e come sei bella! Sei un’incantevole donna, ormai… proprio come
tua sorella e tua madre” aggiunse con dolcezza.
Dawn
chinò appena il capo, commossa per essere stata paragonata alla mamma. Nessuno
avrebbe potuto farle un complimento più bello. Ma sapeva di non meritarlo:
“Se solo valessi un decimo di quello che valeva lei…” mormorò con un
sorriso triste sul bel volto da donna.
Angel
le sorrise allo stesso modo, con quanta più tenerezza paterna gli fosse
possibile. Del resto, anche se non vedeva spesso Connor, l’istinto paterno era
pur sempre parte di lui.
Ritenendo
più opportuno cambiare argomento, assunse un tono spensierato e ingiunse:
“Allora? Non mi inviti ad entrare?”
Dawn
asciugò in fretta la lacrima dispettosa che le era scivolata lungo la guancia,
nel sentir nominare sua madre, e si riprese: “Certo, vieni” esclamò,
arretrando di qualche passo per permettere al vampiro di entrare.
Angel
oltrepassò la soglia e si guardò intorno, mentre Dawn chiudeva la porta alle
sue spalle. Alla sinistra dell’ingresso c’era un piccolo soggiorno, arredato
in modo semplice e accogliente. A destra, invece, la cucina, piuttosto ariosa,
dal mobilio moderno. Con sorpresa, notò che la disposizione delle stanze era la
stessa della vecchia casa di Revello Drive.
“Sembra
che vi siate sistemate bene” osservò, con l’aria di un possibile acquirente
in perlustrazione “Mi piace questo posto. E’ un quartiere tranquillo, e la
casa è deliziosa” aggiunse sorridendo.
“Scusa, ma se stai pensando di trasferitici, dovrò
darti una delusione!” pensò Dawn, divertita dall’esilarante pensiero di
una convivenza tra Buffy, Angel e Spike. “Un
momento. Non so nemmeno se Spike è qui per restare” si disse subito dopo.
Anche se l’atteggiamento di sua sorella sembrava non lasciare dubbi in
proposito…
“Dawn?”
la chiamò Angel, riscuotendola dai suoi pensieri.
“Cosa?”
“Ti
ho chiesto dov’è Buffy”
Quelle
parole la gettarono nel panico: “Oh… ehm… Buffy, certo! Io… credo che
stia… facendo la doccia, al momento” concluse, pregando qualche misteriosa
entità ultraterrena affinché Angel salutasse e se ne andasse. “Vattene! Lei non ha più bisogno di te! Smettila di incasinarle
l’esistenza ogni volta!” avrebbe voluto gridare.
Purtroppo,
però, Angel non fece una piega: “D’accordo. Vorrà dire che l’aspettero
qui”
Dawn
emise qualche suono strozzato, tentando disperatamente di formulare una scusa
qualunque che tenesse il vampiro bruno lontano da quella casa - e da sua sorella
- almeno finchè c’era Spike. Ma non riuscì ad articolare niente di
comprensibile: “No! Cioè… dovresti… io credo… insomma… lei…
tu…”
Angel
la guardò come se parlasse un’altra lingua – in effetti…: “Dawn,
cos’hai? Cosa stai cercando di dirmi?” chiese, mentre il campanellino
d’allarme nella sua testa (lo stesso che l’aveva spinto a precipitarsi a
casa Summers in pieno giorno, con l’ausilio di una vecchia coperta rattoppata)
iniziava a trillare pericolosamente.
Dawn
prese fiato e si morse il labbro. Non sapeva se toccasse a lei dirglielo… ma,
presto o tardi – anzi, molto presto – Angel avrebbe ugualmente saputo di
Buffy e Spike… quindi, tanto valeva prepararlo alla notizia.
Prepararlo
alla notizia?
Ma
certo! Erano Buffy e Spike quelli da avvertire! Così avrebbero deciso loro cosa
fare, e lei non sarebbe stata più coinvolta in alcun modo.
“Scusa
un attimo, Angel…. vado di sopra a… annunciare a Buffy la tua presenza, così
non ci metterà una vita! Sai, in quel bagno ci passa le ore…” “Soprattutto
quando con lei c’è un suo ex, decisamente sexy, nudo e consenziente!”
aggiunse mentalmente.
Angel
sembrava un po’sorpreso: “Non preoccuparti, non è necessario! E poi, sai,
preferirei farle una sorpresa!”
“Se non li avverto, vedrai che sorpresa!” pensò
Dawn, ignorando deliberatamente le parole del vampiro e dirigendosi verso le
scale.
“Dawn?
Ma… mi hai sentito?” chiese Angel, perplesso.
Dawn
rispose affacciandosi alla ringhiera delle scale: “Certo, ma sai com’è…
Buffy detesta le sorprese! E poi, ad aspettarla, rischi di diventare vecchio!”
aggiunse, senza neanche rendersi conto di quello che aveva detto.
Angel
restò ad aspettarla mentre spariva al piano di sopra, cercando con tutte le
forze di zittire quel dannato campanellino che continuava a suonare, sempre più
forte, nella sua testa. “Smettila! Non
essere ridicolo! Se anche fosse riuscito a raggiungerle, Buffy non gli avrebbe
mai permesso di rimanere! Sicuro! L’avrebbe sbattuto fuori a pedate, quello
stupido ossigenato!” continuava a ripetersi, come un mantra. Peccato che,
ogni volta, diventava sempre meno credibile…
Man
mano che si avvicinava al bagno, Dawn sentiva i gemiti di sua sorella – che
cosa IMBARAZZANTE! – aumentare di volume, e pregò che Angel non avesse un
udito tale da percepirli anche dal piano di sotto. “Ma
tu guarda un po’ che mi tocca fare… e magari adesso se la prenderanno pure
perché li ho interrotti!” pensò stizzita.
Arrivata
davanti la porta, bussò con forza, sperando di riuscire a farsi sentire
nonostante il suono dell’acqua scrosciante (oppure, per meglio dire,
nonostante i due amanti fossero palesemente e rumorosamente impegnati…).
Bussò
di nuovo. Non ottenne risposta. Bè, a meno di non considerare i sospiri di
Buffy come tale. Decise allora di ricorrere alla linea dura: “Rag… ehm…
Buffy, ci sono… visite!” esclamò.
Finalmente
i mugolii si interruppero. Poi: “Chiunque sia, se ne vada al diavolo!”
ringhiò Spike, lasciando intendere di non avere la minima intenzione di
interrompere la sua attività.
Dawn
sbuffò, mentre la voce della sorella gridava: “Chi è?”
“E’ proprio questo il bello!” “Bè,
detto in una sola parola… Angel!”
Tutto
quello che le arrivò all’orecchie fu un grido di Buffy (“Angel???”) e un
ruggito di Spike (“Porca put…” prontamente soffocato dallo “Spike!” di
Buffy). Dopodichè si udirono dei rumori soffocati, intervallati da qualche
imprecazione maschile, e finalmente la porta si aprì.
“Angel
è qui??” chiese Buffy, comparendo sulla soglia. Spike le era accanto,
poggiato contro lo stipite, e, come lei, era vestito solo di un accappatoio
bianco.
Dawn
si sforzò di distogliere l’attenzione dal muscoloso torace di Spike, come
sempre in bella mostra, e annuì freneticamente: “Non solo è qui… è
nell’ingresso” precisò, facendo segno agli altri due di parlare sottovoce.
Spike
però era del tutto incapace di esprimere la sua rabbia in silenzio: “E che
diavolo c’è venuto a fare qui Mister Martirio?” sbottò, velenoso. Non
riusciva a mandare giù che quella piattola fosse venuta a rovinargli tutto…
Le cose con Buffy stavano andando così bene, e di certo non avevano bisogno
delle lamentele di quel rompipalle come sottofondo, mentre facevano…
La
voce di Buffy interruppe il corso dei suoi pensieri: “D’accordo, io…
Spike, immagino che Angel sappia che sei partito, no?”
Spike
sbuffò: “Altrochè! Non che non abbia tentato di impedirmelo, ma per mia
fortuna non c’è riuscito” “Neanche uno schiacciasassi ci sarebbe riuscito!” pensò.
Dawn
decise che ne aveva davvero abbastanza: “Bene ragazzi, visto che adesso non
avete più bisogno di me, io vado a fare un giretto… una corsetta… qualunque
cosa, purchè mi tenga lontana da questa sovraffollata casa per un po’!”
concluse, cominciando a scendere le scale.
“Dawn,
aspetta!”. Si voltò.
“Dì
ad Angel che arrivo subito, e che per favore mi aspetti in soggiorno” disse
Buffy, ignorando la smorfia contrariata sul volto di Spike.
Dawn
assentì e andò di sotto, mentre sua sorella trascinava Spike in camera da
letto.
Una
volta dentro, Buffy chiuse a chiave la porta e si tolse l’accappatoio, di
fronte agli occhi di un deliziato Spike: “Se volevi riprendere da dove avevamo
interrotto, bastava dirlo dolcezza!” esclamò perlustrando il suo corpo con
sguardo mellifluo, avvicinandosi a lei con fare sensuale.
Buffy
lo fulminò con lo sguardo, e indossò in fretta e furia della biancheria intima
che aveva appena estratto da un cassetto: “Non fare il cretino, devo vestirmi.
O preferisci che vada da Angel nuda?” lo provocò, ben sapendo quale sarebbe
stata la reazione a quelle parole.
Spike
contrasse la mascella per la rabbia: “Non avrai sul serio intenzione di parlare
con lui, vero?” la apostrofò, del tutto incapace di contenere la collera.
Buffy
gli lanciò un’occhiata a metà tra l’annoiato e l’esasperato: “Non
essere ridicolo!”
A
quelle parole, Spike emise un sospiro di sollievo, ma ciò che Buffy aggiunse
subito dopo lo freddò: “Certo che ci parlo. E’ venuto a trovarmi, e non
capisco proprio cosa ci sia di male ad usare un minimo di cortesia nei suoi
riguardi.”
“Buffy,
l’ultima volta che sei stata cortese con Angel l’hai baciato!” le fece
notare Spike, sperando che lei non si rendesse conto di quanto la cosa lo
facesse ancora star male.
Per
un attimo, Buffy si sentì terribilmente a disagio. Dopotutto, lui aveva
ragione: “Piantala con questa storia. Era solo un saluto! Un innocente,
banale, innocuo saluto! E in ogni caso, stavolta non accadrà” concluse,
sentendosi in dovere di rassicurarlo, in qualche modo.
Ma
Spike non sembrava affatto tranquillo: “Già, certo, perché sono sicuro che
quando Mister Occhi da Mucca sbatterà la sue folte ciglia nella tua direzione,
tu non cadrai di nuovo ai suoi piedi, come hai sempre fatto!” sbottò,
rendendosi conto un istante più tardi di aver parlato troppo.
Buffy,
infatti, lo fissò con durezza. L’aveva ferita. Ancora una volta. Dio,
possibile che non cambiava proprio mai? “Sai che ti dico, Spike? Non sono
affari tuoi. Non vedo proprio perché dovrei giustificarmi con te, tu…
stupido, arrogante, geloso vampiro!”
“Ex
vampiro” la corresse prontamente lui “Te ne sei già dimenticata? Basta
l’arrivo di Super Animan a mandarti in pappa il cervello!” ringhiò, ferito
dall’insensibilità che lei, ancora una volta, stava dimostrando.
“Oh,
ma sentitelo! Come se tu non fossi del tutto ammattito, l’ultima volta che la
tua folle ex è tornata in città!” si difese Buffy, afferrando con un gesto
rabbioso un top rosa e voltandogli le spalle per vestirsi.
Spike
la agguantò per un braccio costringendola a voltarsi: “Peccato solo che
quando io sono con la mia ex,
impazzisco per te, mentre quando tu sei con Capellone, io
divento meno di zero!” urlò.
Buffy
accusò il colpo in silenzio, turbata. Era questo che Spike pensava? La
conosceva davvero così poco da credere questo? Ma no, in fondo non era colpa
sua. Era stata lei a farglielo credere sempre. A metterlo in secondo piano ogni
volta che si profilava all’orizzonte un suo ex, tutto morale e predicozzi. Era
stato così con Riley, e adesso non poteva permettere che accadesse con Angel.
Non si era forse ripromessa che, se mai ne avesse avuto la possibilità, si
sarebbe comportata in modo molto diverso, con Spike? Bene, era giunto il momento
di passare dalle parole ai fatti. Lo guardò negli occhi, quei fanali blu pieni
di rabbia e amarezza, e prese la sua decisione: “Non è così. E te lo
dimostrerò. Ti voglio al mio fianco, mentre parlo con Angel. Così potrai
sincerarti della mia buona fede, e farti passare una buona volta tutte queste
fisime!” concluse, notando con piacere che lui era rimasto colpito.
Spike
la scrutò con attenzione per assicurarsi che non scherzasse, ma era mortalmente
seria. Incredibile. Naturalmente aveva già deciso che non avrebbe mai lasciato
la sua Buffy sola con quel pervertito del suo Gransire… ma che lei volesse renderlo
partecipe al colloquio, bè, era tutt’altra sotria! Recuperando un minimo
di lucidità, obiettò: “Ne sei sicura? Insomma, sai bene che uno dei due non
sopravviverà all’incontro, vero?”
Buffy
sorrise leggermente: “Bè, lo sai, ho sempre avuto la curiosità di chiudervi
in una stanza e lasciarvi combattere!”
Lui
le restituì il sorriso, uno di quei sorrisi speciali che riservava solo a lei:
“Certo, magari servendoci di qulalche tipo d’olio, dico bene?”
“C’è qualcosa di noi, di me, che non
ricorda?” si
chiese Buffy, toccata.
Solo
allora si rese conto che Spike era ancora in accappatoio, ed Angel li… bè,
“la”… aspettava di sotto. Non c’era tempo da perdere: “Già. In ogni
caso, diamoci una mossa. Mettiti qualcosa addosso e scendiamo” lo incalzò,
infilandosi in fretta una gonnellina di jeans.
“Oh,
scusa, non sia mai detto che si faccia aspettare Vostra Barbosissima Altezza!”
sbuffò lui con ironia.
Rassegnato,
fece per togliersi l’accappatoio, ma un’imbarazzatissisma Buffy lo bloccò
subito: “Che diavolo fai?!”
Con
pazienza esagerata, Spike sospirò e rispose: “Quello che mi hai detto,
tesoro, mi spoglio e mi rimetto qualcosa addosso!”
Buffy
si sentiva una vera idiota, ma non poteva fare a meno di provare disagio
all’idea che lui si cambiasse proprio davanti i suoi occhi: “Bè, era
sottinteso, non qui!”
Spike
inclinò la testa di lato e inarcò il sopracciglio sinistro, come faceva sempre
quando era sorpreso o divertito: “E perché mai?” chiese mellifluo.
Buffy
era ormai paonazza: “Bè, perché… perché qui ci sono io!” esclamò, tesa
come una corda di violino.
Spike
le si avvicinò lentamente, mordendosi un labbro, gli occhi che brillavano di
lussuria: “Tesoro, considerato che fino a poco fa stavamo facendo la doccia
insieme – e questa è la versione per i minorenni… - non ti sembra che il
tuo pudore sia un po’… come dire… fuori luogo?”
le sussurrò all’orecchio, sorridendo beffardo.
Imbarazzata
oltre ogni limite, Buffy lo spinse via e si affrettò a voltargli le spalle,
mentre Spike, ghignando, si liberava dell’accappatoio e si guardava intorno
alla ricerca di qualcosa da mettersi. Non trovando nulla, sbottò: “Si può
sapere dov’è la mia roba?”
Buffy
fece per voltarsi, ma rammentò appena in tempo che lui era ancora nudo. Così,
sempre dandogli le spalle, spiegò: “Se ti riferisci ai tuoi bagagli, sono
rimasti di sotto. Quanto all’altra roba…. bè, è ancora in bagno”
concluse, con una punta di imbarazzo.
Spike
sospirò e afferrò l’unica cosa lontanamente simile ad un indumento maschile
trovato nella stanza: il suo spolverino, adagiato sulla spalliera della
poltrona. Chiudendolo alla meglio per celare le sue nudità come poteva, uscì
dalla stanza, per poi ricomparire un minuto dopo, vestito come al solito di
jeans e t-shirt neri.
“Allora,
possiamo andare?” sbuffò, tanto per ribadire quanto la faccenda lo
disturbasse.
Buffy
incontrò i suoi occhi nello specchio e smise per un attimo di pettinarsi:
“Che c’è?” chiese, incuriosita dal modo strano in cui Spike la stava
guardando.
“Non
credi di essere un po’ troppo vestita? Voglio dire, quella gonna sarà lunga
almeno quattro centimetri… e la scollatura del top nasconde quel piccolo neo
sul seno destro che è tanto carino, e che piacerebbe moltissimo ad Angel! Non
che non lui l’abbia già visto, ovvio!” sbottò, incapace di trattenersi.
Buffy
si voltò di scatto verso di lui, il pettine ancora in mano, l’aria truce:
“Spike, piantala, prima che cambi idea e decida di chiuderti in soffitta!”
“Non
lo faresti mai” mormorò lui, sicuro di non essere udito.
Buffy
posò il pettine e afferrò il braccio di Spike, trascinandolo di peso fuori
dalla stanza: “Vuoi mettermi alla prova?!” esclamò, prima di spingerlo giù
per le scale.
h 11:00 A.M. – Infiammabili
Rumore
di passi. Sempre più vicini.
Angel
sorrise istintivamente, e si alzò dal divano su cui si era accomodato durante
l’attesa.
Stava
per rivedere la sua Buffy… Ripensò al bacio che si erano scambiati in
occasione della sua ultima visita a Sunnydale, e fu scosso da un brivido.
In
quel momento, la porta si aprì e lei comparve.
Bella
come sempre, più radiosa del sole. E sexy. Molto sexy.
Angel
le sorrise, e lei ricambiò il gesto, avanzando nella sua direzione.
…
E
poi il sorriso del vampiro si spense.
Lasciando
il posto ad un espressione di puro orrore.
Sulla
soglia, proprio alle spalle di Buffy, c’era Spike.
“Ecco spiegato quel borsone nero nell’angolo!”
Angel
sgranò gli occhi, inorridito, e si lasciò sfuggire un gemito strozzato.
Sia
Buffy che Spike notarono la reazione; ma, mentre la prima sospirò, cercando il
modo di sbrogliare quella situazione, il secondo si appoggiò allo stipite della
porta con un sorriso beffardo che gli increspava le labbra.
“Ma
tu guarda chi si vede! Cosa ci fai da queste parti, amico?” esordì Spike, con
aria innocente.
“Non
sono tuo amico!” scattò Angel, come fosse un riflesso incondizionato.
Dopodichè il suo sguardo si posò su Buffy, in un misto di rabbia e delusione:
“Si può sapere cosa ci fa lui qui?”
chiese in tono eloquente.
Buffy
sospirò e chinò il capo: “Angel, io…”
Ma
Spike non le diede modo di finire la frase: “Cosa faccio io qui? Bè, io sono
gradito ospite delle sorelle Summers, mentre tu sei solo un intruso che a quest’ora dovrebbe essere nel suo
bell’ufficio di Los Angeles!” sbottò, entrando nella stanza a grandi passi,
e portandosi al fianco di Buffy. “E comunque, com’è che non ti sei
incenerito, venendo qui? Hai forse trovato qualche altro anellino magico?”
“Spike!”
lo ammonì lei, guardandolo con severità. Poi si rivolse al vampiro bruno e
prese coraggio: “Angel, Spike è mio ospite”. A quelle parole, Angel fece
una smorfia, mentre Spike sorrise con l’aria di un gatto che fa le fusa.
Ma
Buffy non aveva ancora finito: “Spike, Angel è mio ospite” aggiunse con
eloquenza, rivolta al biondo, che smise subito la sua espressione tronfia.
“Quindi”
proseguì la ragazza, lasciando vagare lo sguardo dall’uno all’altro “se
volete restare qui entrambi, dovrete cercare di comportarvi bene e di essere
civili, perché il mio soggiorno non è un ring, e io non ho la minima
intenzione di arbitrare una vostra zuffa! Intesi?” concluse, con un tono che
non ammetteva repliche.
I
due ragazzi sospirarono nervosamente, squadrandosi reciprocamente con lo stesso
disprezzo dipinto in viso.
Ancora
una volta, fu Buffy a prendere in mano la situazione: “Allora Angel, come mai
da queste parti?” chiese con un sorriso cordiale, facendo segno al vampiro di
accomodarsi sul divano.
Angel
si sedette e sorrise con aria imbarazzata: “Bè, non c’è un motivo preciso.
Ne avevamo già parlato, ricordi… volevo solo venire a trovarvi… è un po’
che non ci vediamo, ed è passato un secolo dall’ultima volta che ho visto
Dawn”
Buffy
annuì e lo guardò con gratitudine. Angel. Era così contenta di rivederlo,
nonostante tutto. Così contenta che fosse tornato, malgrado la loro ultima
conversazione dal vivo non fosse stata particolarmente felice per nessuno dei
due. Aveva persino creduto di non rivederlo mai più, dopo quello che gli aveva
detto a Sunnydale. Ma allora non era ancora pronta per un addio.
Angel
sorrise con dolcezza: “E poi, avevo nostalgia della mia Cacciatrice
preferita!” esclamò.
A
quelle parole, Spike - che era rimasto a guardare con aria truce l’adorazione
dipingersi sul volto di Buffy - non
potè trattenersi e sbuffò: “Oh, ma per favore!”. Buffy lo incenerì con lo
sguardo, ma niente poteva placare l’indignazione del biondo: “Prima
l’abbandoni nel momento del bisogno, poi torni, la baci, le regali gingilli
assassini e la pianti di nuovo!” esplose “E adesso te ne vieni di nuovo con
quell’aria da cucciolo innamorato e ti aspetti che lei cada ancora ai tuoi
piedi! Bè, scordatelo!” urlò, pronto ad avventarsi sul rivale da un momento
all’altro.
Buffy
si alzò di scatto dalla poltrona su cui era seduta: “SPIKE! Chiudi il
becco!” ringhiò furiosa.
Ma
Spike aveva sopportato abbastanza, e adesso non risuciva più a fermarsi: “Oh,
no, Cacciatrice, ho ancora molte cose da dire! Forse non sai che il signorino
qui presente ha fatto di tutto - di tutto! – per tenermi lontano da te, e vuoi
sapere perché? Perché aveva una fottuta paura di non poter competere! Perché
ancora adesso, dopo tutti questi anni, lui si sente in diritto di decidere
cos’è meglio per te - e naturalmente il meglio per te sarebbe lui! E ha avuto
anche il coraggio di recitare la parte del buon samaritano, all’aeroporto,
quando mi ha fatto il gran favore di lasciarmi partire!” Ormai Spike si era
pericolosamente avvicinato ad Angel, che si era alzato e lo guardava dall’alto
in basso, gli occhi scuri che lanciavano fiamme.
Ma
il monologo non era ancora finito: “La verità, nonnino, è che sei solo un
viscido, borioso, bugiardo, arrogante, sputasentenze depravato!”
I
dieci secondi successivi sembrarono durare un’eternità. Angel indossò la
maschera della caccia e colpì Spike in piena faccia, mandandolo a finire
dall’altra parte della stanza. Senza dargli il tempo di rialzarsi, gli fu
nuovamente addosso; lo sollevò per il collo e lo sbattè contro una parete,
ringhiando: “Pensi di essere meglio di me, razza di miserabile?! Povero,
patetico, illuso Spikey!”
Fece
per colpire di nuovo, ma una voce lo bloccò.
“ANGEL!
Lascialo andare!” urlò Buffy. Era furente.
Angel
si sentì morire. Per un attimo si era completamente dimenticato della presenza
di Buffy. Non avrebbe mai voluto che assistesse ad una scena simile, ma quel
pezzente risuciva a fargli perdere il controllo più di chiunque altro!
Tornato
al suo volto normale, mollò di scatto la presa e arretrò di un passo,
inorridito da se stesso.
“Buffy,
io…” farfugliò, notando con tristezza la furia dipinta sul bel viso della
Cacciatrice.
La
ragazza gli lanciò un’occhiataccia e posò subito lo sguardo su Spike.
Il
biondo si era accasciato contro il muro, pulendosi con il dorso della mano un
rivolo di sangue che gli sgorgava dal naso. I suoi occhi azzurri mandavano
lampi: “Cos’è che ti fa tanta rabbia, amico? Il fatto che io, un *miserabile, patetico, illuso*, sia diventato umano, mentre tu,
*Mister Tormento-e-Senso-di-Colpa, Mi-Danno-Ogni-Giorno-Per-La-Mia-Anima*,
no?” ghignò Spike, raddrizzandosi contro la parete. Non poteva che sentirsi
soddisfatto per l’espressione delusa sul volto di Buffy. Espressione che, una
volta tanto, non era destinata a lui, ma al perfettissimo Signor Primo Amore!
Angel
strinse i pugni, lottando per mantenere la calma. Quel maledetto l’aveva
colpito lì dove faceva più male. Aver rinunciato allo Shanshu era uno dei suoi
più grandi rimorsi. Sapeva di non aver avuto altra scelta, ma avrebbe dato
qualunque cosa pur di non esserci stato costretto.
Decise
di difendersi a parole: “Essere diventato umano non cambia quello che sei in
sostanza. Non sei un uomo, e non lo sarai mai!”
Per
Spike, quelle parole furono come dardi incandescenti nel cuore. Furioso, fece
per scagliarsi contro Angel, dimentico del mondo circostante, ma qualcosa glielo
impedì.
Si
sentì spinto via, allontanato dal vampiro bruno. Gli occorse qualche secondo
per rendersi conto di quello che era successo.
Buffy
si era precipitata a dividere i due, prima che attaccassero nuovamente briga.
“Smettetela!!!” gridò, il suo corpo esile tremava per la rabbia:
“Possibile che, nonostante la vostra età, vi comportiate come due stupidi
ragazzini??!” sbottò, gli occhi verdi brillanti di sdegno.
Entrambi
abbassarono lo sguardo, umiliati. Angel, però, non potè fare a meno di notare
che Buffy, per dividerli, aveva praticamente abbracciato Spike, e ancora non
accennava a staccarsi da lui. Un’ondata di gelosia lo travolse, senza che
potesse impedirlo.
Buffy
e Spike si guardarono. Entrambi erano profondamente irritati, ma a quella
vicinanza i loro corpi reagirono di conseguenza, creando una palpabile tensione.
Dopo
qualche istante, Buffy si allontanò bruscamente (con gran disappunto di Spike)
e si voltò verso Angel, in tempo per notare l’espressione seccata sul suo
pallido viso. “Scusaci un attimo” disse, prendendo il biondo per un braccio
e trascinandolo fuori “Io e Spike dobbiamo parlare a quattr’occhi” mormorò,
chiudendosi la porta del soggiorno alle spalle.
h 11:10 A.M – Parlare a quattr’occhi
“Si
può sapere che problemi hai??! E dire che ti avevo chiesto di fare il bravo!”
inveì Buffy appena furono fuori dalla portata di Angel.
Spike
era furioso: “Io?! Oh, certo, perché è sempre colpa mia, vero?? Il Musone
impazzito cerca di soffocarmi, e sono io ad avere qualcosa che non va??!” reagì,
avvicinandosi a Buffy con fare minaccioso. “La verità è che per te è
inconcepibile ammettere che il Super Perfetto abbia sbagliato, quindi preferisci
prendertela con me! Perché tanto Spike sbaglia sempre, giusto? Spike non ne
combina mai una buona, Spike dà continuamente problemi! E’ sempre la stessa
dannata storia!” ruggì, portandosi così vicino da bloccarla contro il muro.
Buffy
strinse i pugni così forte che le si conficcarono le unghie nella pelle:
“Piantala di fare la vittima, e prenditi le tue responsabilità!” sbottò.
“Se tu non l’avessi provocato, Angel ti avrebbe del tutto ignorato!”
Spike
schiacciò il suo corpo contro quello della ragazza, incurante
dell’eccitazione che stava impossessandosi di lui. I suoi occhi divennero due
fessure: “Già, ignorato! Ecco quello che volevate fare: ignorarmi! Bè, sono
spiacente, tesoro, ma non amo passare inosservato! Pensavi forse che me ne sarei
rimasto buono buono in un angolino, mentre Romeo completava la sua sviolinata?
Com’era?” corrugò la fronte, fingendosi pensieroso: “Ah, si: *la mia
Cacciatrice preferita*! Mi dà il voltastomaco!” ringhiò, il suo corpo ancora
premuto contro quello di Buffy, i loro volti pericolosamente vicini.
Buffy
alzò la testa con aria di sfida. Voleva fargli capire che non si sentiva
affatto intimorita, ma appena aprì la bocca per parlare, lui gliela tappò con
un bacio violento. Buffy mugolò per la sorpresa, mentre la lingua di Spike
affondava in lei. Si ritrovò a ricambiare il bacio senza quasi accorgersene,
gettandogli le braccia al collo e stringendolo a sé con foga.
Spike
ansimò pesantemente e si staccò da lei per guardarla. Negli occhi limpidi di
Buffy lesse lo stesso desiderio che c’era nei suoi. Senza pensarci due volte,
la prese per la vita e la baciò di nuovo, mentre le mani di lei gli
accarezzavano i capelli, scivolando poi verso gli zigomi e il collo.
Senza
interrompere il bacio, Spike la sollevò leggermente da terra e la poggiò
contro il muro, premendo il proprio corpo contro quello di lei, affinché
capisse con quanta forza la desiderasse. Quando sentì Buffy ansimare, si staccò
dalle sue labbra e prese a baciarle il collo, lasciando correre la lingua fino
alle spalle nude.
Buffy
si lasciò sfuggire un gemito, pregando di non essere udita da Angel.
“Spike… no…” sospirò, mentre avvertiva l’erezione di lui spingere tra
le sue cosce.
“Ti
voglio, Buffy” sussurrò Spike, muovendosi sinuosamente fra le gambe di lei.
“No…
No!”
Con
grande forza di volontà, la Cacciatrice lo spinse via, rimettendosi in piedi,
il respiro ancora affannoso.
Spike,
ansante e visibilmente eccitato, la guardò senza capire. Era sicuro che anche
lei lo volesse…
“Angel”
mormorò Buffy.
Spike
sentì una fitta al cuore. Ma certo! Ora che Angel era tornato, lui riceveva il
benservito! Non andava neanche più bene per scopare…
L’espressione
truce che gli si dipinse in volto convinse Buffy a spiegarsi meglio: “E’
nella stanza alle mie spalle, nel caso l’avessi dimenticato! Potrebbe
sentirci” farfugliò, imbarazzata.
Spike
represse un sospiro di sollievo, nel constatare che era solo quello il problema,
e sorrise con malizia: “Bè, forse sentendoci capirebbe come si fa… non è
mai stato un asso in questo genere di cose, dico bene?” la provocò, ridendo
dell’adorabile rossore comparso sulle sue guance.
“D’accordo
tesoro” continuò, avvicinandosi nuovamente a lei. “Facciamo i bravi fin
quando Peaches non se ne va… e poi, quando si sarà tolto dai piedi…”
mormorò con un sorriso innocente, ma uno sguardo alquanto lascivo “…
riprenderemo il discorso!” concluse, accarezzando con sensualità il collo di
Buffy, scendendo fino al decolletè scoperto.
Buffy
gli bloccò la mano, fulminandolo con un’occhiata, ma tutto ciò che ricevette
in risposta fu un efebico sorriso.
“Piantala!”
borbottò, allontanandolo da sé e voltandosi per tornare in soggiorno.
“Ehi
ehi ehi!” Spike la afferrò per
un braccio costringendola a voltarsi. “Dove stai andando?!”
Buffy
si divincolò e sbuffò: “Dove credi stia andando, genio? Torno di là. Da
sola!” aggiunse con eloquenza.
Spike
si accigliò: “Come… perché da sola?”
Buffy
fece una risatina isterica e alzò gli occhi al cielo: “Perché da sola? Perché
da sola!? Hai anche il coraggio di chiedermelo! Dopo il casino che hai…”
“Avete”
la corresse seccamente Spike.
“…avete
combinato! E’ chiaro che, nonostante abbiate vissuto insieme per anni, ancora
non risucite a stare nella stessa stanza senza attaccarvi, quindi, mi dispiace
Spike, ma non puoi restare” concluse Buffy, l’espressione seria e decisa.
Spike
contrasse la mascella e socchiuse gli occhi. Non poteva sopportare di venir
tagliato fuori dalla vita di Buffy per colpa di quella testa calda del suo
Gransire. “Come vuoi!” sbottò. “Salutami Romeo e dagli la mia
benedizione!”
Buffy
chiuse gli occhi sospirando, mentre Spike la superava e saliva le scale a passi
pesanti, furioso.
“Scusami Spike… ma non mi hai lasciato altra
scelta”
h 11:20 A.M – Ancora una volta, con sentimento
Buffy
rientrò in soggiorno, sospirando. Angel era seduto sul divano, in ombra, ben
lontano dalla finestra aperta. Quando vide che era da sola, trasse un sospiro di
sollievo. “E Spike?” chiese, fingendo noncuranza. “Credevo che
volessi…”
Buffy
scosse la testa: “Non era una grande idea”. Improvvisamente il suo sguardo
s’indurì, e incrociando le braccia al petto, sbottò: “E in ogni caso, si
può sapere che diamine ti è preso? Insomma, conosciamo Spike: sappiamo quanto
è irascibile e impulsivo. Ma tu?!” Buffy inarcò le sopracciglia, e con un
certo sarcasmo continuò: “Per quanto ne sappia, tu non sei mai stato così…
infiammabile. Bè…” aggiunse accigliandosi “… per lo meno, non la tua
versione con l’anima!”
Sorrisero
entrambi a quelle parole, e Buffy andò a sedersi sulla poltrona di fronte al
suo ospite. Angel parve per un attimo combattuto, ma poi si decise: “Ad ogni
modo, Buffy, mi dispiace per quello che è successo con Spike. Davvero, non so
cosa mi sia preso.” sospirò, scuotendo tristemente il capo.
“Incredibile quanto siano diversi i miei ex! Uno
risolve i problemi con il sesso, e l’altro si scusa con l’aria da cane
bastonato!” pensò Buffy divertita. Sorrise per rassicurarlo: “Non
preoccuparti. Può succedere. Del resto, Spike farebbe arrabbiare un santo!”
aggiunse sbuffando.
Angel
abbozzò un sorriso: “Oh, non dirlo a me! Ho passato gli ultimi diciotto mesi
a tentare di non ucciderlo, e alla fine mi è venuta l’ulcera!”
Buffy
sorrise, ma nei suoi occhi c’era una punta di malinconia. C’era qualcosa di
cui voleva assolutamente parlare con Angel, ma allo stesso tempo aveva paura di
farlo. Temeva che non le sarebbe piaciuto quello che avrebbe potuto sentire.
“Angel…” cominciò, un po’ incerta. Il vampiro la guardò, in attesa.
Prese coraggio: “Perché non mi hai detto di Spike?”
A
quelle parole, il bruno si irrigidì visibilmente. Buffy continuò: “Perché
non mi hai detto che era tornato? Perché non mi hai parlato del viaggio a Roma?
E perchè hai cercato di impedire che Spike partisse?” concluse, la voce piena
di amarezza. Le faceva male parlare in questo modo con lui, spiattellargli in
faccia le sue bugie. Ma doveva sapere, conoscere le ragioni che l’avevano
spinto a comportarsi in quel modo.
Più
pallido del solito, Angel prese un respiro profondo e iniziò: “Sapevo che me
l’avresti chiesto. E so anche di doverti delle spiegazioni”. Si fermò un
attimo per riordinare le idee, poi, fissando il pavimento, riprese: “ Quando
sono venuto a Sunnydale, l’ultima volta, abbiamo parlato di Spike, e… bè,
ricorderai anche tu com’è andata” aggiunse, con un sorriso vagamente
imbarazzato.
Buffy
assentì e sorrise tra sé, ripensando a quello strano colloquio. Non avrebbe
mai e poi mai pensato di sostenere una conversazione come quella, con Angel.
“
Ok, forse mi sfugge qualcosa ma, voglio dire, questo è una specie di shock per
me! Qui stiamo parlando di Spike! (…) Fantastico. Ora tutti hanno un’anima!
(…) Lo sai, sono stato io ad iniziarla. Tutta la faccenda dell’ *avere
un’anima*. Prima che fosse questa nuova cosa trendy. (…) Sto ricevendo il
benservito per Capitan Ossigenato! Non porta necessariamente via il campione che
c’è in me!”
Mentre
Buffy ricordava con ilarità quella discussione, Angel continuò: “Non avevo
capito. Anzi, non avevo voluto capire”. Sospirò. “Insomma, sapevo che Spike
era passato dalla tua parte e tutto il resto, ma… E poi non sapevo
dell’anima. Immagino che sia stato quello a fare la differenza”
Buffy
aggrottò la fronte: “A che ti riferisci?”
Angel
rispose senza guardarla: “A molte cose. Ai… sentimenti che provavi per lui.
Al fatto che l’aveste accettato nelle vostre vite come se fosse un vostro
amico. Al sacrificio finale che ha compiuto, alla sua rinascita, e allo
Shanshu.”
Ricordando
le parole di Spike, Buffy chiese: “Ma com’è successa… questa storia dello
Shanshu, intendo. Spike non è stato un granchè chiaro. Ha detto solo che si
tratta di una profezia, che rende umani i vampiri che salvano il mondo” disse
in tono vago.
Angel
alzò la testa per incontrare il suo sguardo: “Non vampiri, Buffy. Campioni.
Vampiri con l’anima. Vampiri speciali”.
Sospirò con aria triste a spiegò: “E poi, non basta salvare il mondo.
Bisogna sacrificarsi per farlo, il che è diverso. Come ha fatto
Spike” aggiunse in un mormorio.
Buffy
si morse il labbro. Sapeva che quello era un argomento spiacevole per Angel, ma
aveva bisogno di chiedergli un’ultima cosa al riguardo: “E tu… Perché non
ti è successo lo stesso?”
Angel
chinò di nuovo il capo: “Sono stato io a rinunciarvi. Ho firmato un patto, un
patto di sangue. Indissolubile” mormorò cupamente. “Non sarò mai un uomo,
Buffy” aggiunse in tono malfermo, alzando la testa per incontrare il suo
sguardo.
Buffy
trasalì quando si accorse che gli occhi scuri del vampiro erano lucidi di
pianto. Si sentì terribilmente in colpa per averlo spinto ad affrontare quella
questione così penosa, e solo per soddisfare la sua smania di sapere. “I
miei complimenti, Buffy! Ancora una volta, hai la sensibilità di un
elefante!” si rimproverò. “Angel…” sussurrò, allungandosi per
accarezzargli il viso, ma il bruno si scostò.
“Non
preoccuparti, Buffy. E’ stata una mia scelta. Ed era necessario” sospirò,
strizzando gli occhi per asciugarli. “Comunque, la cosa dello Shanshu… è
successo sei mesi fa”
Buffy
drizzò le orecchie.
Angel
continuò: “Alla fine della battaglia contro i Senior Partners… immagino che
Spike te ne abbia parlato”
“Veramente no” pensò lei “Non
abbiamo parlato molto da quando è arrivato… Ma lasciamo perdere!”
Il
vampiro bruno proseguì: “Ecco, alla fine della battaglia, lui è svenuto.
Nessuno di noi ci aveva fatto molto caso, perché onestamente eravamo tutti un
po’ a pezzi… Ma poi Spike si è ripreso e…”
Buffy
terminò per lui: “… ed era umano?”
Angel
annuì: “Già. E anche molto fastidioso. Ha cominciato subito a lamentarsi
perché il suo cuore faceva troppo rumore!”
Buffy
sorrise, ringraziando mentalmente Angel per lo sforzo che stava compiendo.
Doveva essere davvero doloroso, per lui. Così decise di cambiare argomento:
“Capisco. E dopo? Cos’è successo?”
Angel
esitò un attimo prima di parlare: “Ti riferisci a Spike, o in generale?”
“Entrambe
le cose”
Angel
annuì e spiegò: “Bè, per farla breve, abbiamo messo su un nuovo ufficio,
dall’altra parte della città. Qualcosa del tipo *Angel Investigations*. Siamo
tornati alle sane, vecchie abitudini” sorrise, sapendo bene quanto Buffy
avesse disprezzato il suo coinvolgimento con la W&H. “Però, niente più
demoni o mostri! Solo investigazione privata. Pedinamenti e cose del genere. I
nostri clienti sono per lo più vecchi riccastri paranoici e ossessivi!”
concluse sorridendo.
Buffy
ricambiò il sorriso: “Sono contenta per te. Almeno tu sei riuscito a tagliare
i ponti con le forze del male!”
Angel
alzò le sopracciglia, un’espressione indecifrabile impressa in volto: “Sono
un vampiro, Buffy. Il male è la mia natura!”
Buffy
cercò di alleggerire il discorso: “E io sono una Cacciatrice. Il male è il
mio elemento!” Sospirò: “Una gran bella coppia, non c’è che dire!”
Angel
le concesse un sorriso, ignorando i possibili risvolti di quella frase; sapeva
che non c’era alcun tipo d’allusione, dietro quelle parole.
Tornata
seria, Buffy azzardò: “Mi hai raccontanto molte cose, Angel, ma ancora non
hai risposto alle mie domande”
Quelle
parole gettarono un velo di tensione tra i due. Quando finalmente Angel si
decise a parlare, il suo tono di voce era diventato improvvisamente grave:
“Hai ragione”. Una pausa. “Voglio essere sincero con te, Buffy”.
Buffy
trattenne il fiato, mentre Angel fece un respiro profondo (non che ne avesse
bisogno, ma farlo gli infondeva coraggio): “Ero geloso” confessò.
“Semplicemente geloso. Non avevo mai invidiato nulla a Spike, e poi, tutto ad
un tratto, cosa scopro? Che si è ripreso la sua anima… che tu lo consideri
una specie di eroe… che fa parte della vostra gang, e che…” sbuffò
“è nel tuo cuore!” concluse, in tono vagamente sprezzante. Buffy si
irrigidì, mentre lui continuava: “Era davvero troppo. E poi, come se non
bastasse, me lo ritrovo tra capo e collo a Los Angeles! Dio, avresti dovuto
sentire come si vantava per aver sventato l’Apocalisse!” Il suo tono acido
cominciava ad innervosire Buffy, ma preferì farlo parlare, per poi intervenire
al momento giusto.
Angel,
intanto, era arrivato alla parte più difficile della sua ammenda: “Quando è
tornato corporeo avrebbe voluto dirtelo… Ma io…” si bloccò, cercando un
modo per essere sincero, senza apparire un bastardo completo. “Io… ho
pensato fosse meglio per entrambi… per te e per lui, s’intende… se non
l’avesse fatto. Se non ti avesse detto nulla.”
Buffy
strinse le labbra, intimando a se stessa di non esplodere.
Angel
non osava guardarla in faccia, mentre mestamente continuava: “Insomma, sapevo
che, ovunque tu fossi, stavi faticosamente cercando di crearti una vita
normale… e ho pensato che… semplicemente, non lo volessi tra i piedi. Non
pensavo che potesse farti piacere rivederlo… insomma, stiamo parlando di Spike!”
concluse con eloquenza - lasciando intendere che bisognava essere davvero pazzi
per sentirne la mancanza.
Ma
quelle parole, pronunciate con quel tono sdegnoso, furono la goccia che fece
traboccare il vaso, per Buffy. Non risucì più a controllarsi:
“Esatto
Angel, si tratta di Spike. Si tratta
del vampiro che mi ha amato al punto di voler indietro la sua anima! Al punto di
sacrificarsi per salvare il mondo! Al punto di proteggere mia sorella e lottare
fianco a fianco con i miei amici, anche quando lo odiavano a morte! Stiamo
parlando del vampiro che mi è rimasto accanto nonostante il dolore che gli ho
inferto, che non mi ha mai abbandonata, che ha rinunciato a tutto quello che era
affinché lo amassi! Stiamo parlando del vampiro che ha rinnegato se stesso, la
sua natura, che non si è vendicato quando le persone a cui tenevo hanno
cospirato per farlo fuori! Ma, certo, dopotutto si tratta solo di Spike,
dico bene?! Perché mai avrebbe dovuto farmi piacere saperlo vivo?!” esplose
la Cacciatrice, gli occhi che lanciavano fiamme, il respiro affannato per il
violento sfogo.
Angel
era rimasto impietrito ed immobile a fissarla, sepolto dalla valanga di furia
che gli era stata riversata contro. Deglutì silenziosamente, mentre Buffy, che
era scattata in piedi senza accorgersene, si lasciò cadere senza più forze
sulla poltrona. Si sentiva completamente svuotata. Aveva sputato fuori tutto il
veleno che aveva accumulato, man mano che il patetico discorso di Angel andava
avanti. Avrebbe voluto dirgli che non aveva nessun dannato diritto di decidere
cos’era meglio per lei, proprio come aveva detto Spike.
Già,
Spike. Poverino, l’aveva trattato davvero male. Gli aveva scaricato addosso
tutta la responsabilità per lo scontro con Angel, e gli aveva proibito di
assistere alla loro conversazione, nonostante – lo sapeva bene – lui ci
tenesse davvero tanto. “Perché sono
sempre così… ignobile, con lui?” si chiese, affranta.
Angel
era a dir poco allibito. Mai e poi mai si sarebbe aspettato da lei una reazione
così violenta. E così… piena di passione. Buffy aveva difeso Spike a spada
tratta, animata da qualcosa di molto piò profondo della semplice rabbia.
Qualcosa come…
Rabbrividì.
Buffy
sospirò e si sentì in dovere di riavviare la conversazione: “Scusami,
Angel” mormorò, con una pacatezza del tutto estranea al suo recente sfogo.
“Non era mia intenzione aggredirti. Ho… perso il controllo”
Lui
accennò un timido sorriso: “Si, bè, a quanto pare non capita solo a me”
Buffy
gli restituì il sorriso, altrettanto imbarazzata. Restarono così per un po’,
incapaci di ricucire lo strappo che la scenata di lei aveva provocato.
Fu
Angel ad interrompere il silenzio: “Forse non dovrei neanche chiedertelo,
perché sicuramente mi dirai che non sono affari miei, ma…”
Una
pausa. Angel alzò la testa, e guardando Buffy dritto negli occhi, concluse:
“… tu lo ami?”
La
Cacciatrice deglutì, a disagio. Perché le facevano tutti quella dannata
domanda?! Tara, Dawn, Willow, il sig. Giles, Angel. Per la seconda volta.
Perché
tutti si ostinavano a voler etichettare in qualche modo i suoi sentimenti per
Spike? Non potevano semplicemente farsi gli affari loro??!
Buffy
sospirò, esasperata: “Angel…”
Lui
la interruppe: “No, Buffy, dico sul serio. L’ultima volta che te l’ho
chiesto non mi hai risposto, e… da allora non ho mai smesso di pensarci”.
I suoi occhi scuri la fissarono supplichevoli. “Sei innamorata di
Spike?” ripeté, stavolta in tono più deciso.
Buffy
chinò il capo e scrollò debolmente la testa, lasciando ondeggiare i lunghi
capelli color miele. Come dargli un nome? Come dare un nome a quell’impagabile
sensazione di calore che si impossessava di lei, ogni volta che si specchiava
nei suoi occhi cristallini? Come dare un nome a ciò che provava, stretta tra le
sue braccia forti? Come dare un nome a quello che sentiva, durante le loro
roventi notti d’amore? Come dare un nome a quell’emozione che la travolgeva
al solo suono della sua voce?
“Io
non… non so come…” mormorò, cercando disperatamente di trovare le parole
più adatte. “A volte penso di detestarlo, però…”
Angel
la guardò a lungo, in attesa: “Però…?” la incalzò, chiedendosi se fosse
davvero così ansioso di conoscere il prosieguo della frase.
Buffy
sospirò e si morse il labbro inferiore, nervosa: “… però… mi fa sentire
bene, capisci?” concluse, cercando gli occhi del suo interlocutore.
Angel
la fissò. Dolce, piccola Buffy. Così bella, e solare, e forte. Ma non era più
sua. Non era più la tenera adolescente alla ricerca del Principe Azzurro, che
l’aveva stregato con i suoi occhioni verdi. Ora era una giovane, incantevole
donna, libera e determinata. E, forse, innamorata.
No,
non era più sua.
Sorrise,
un sorriso malinconico, ma sincero. Doveva lasciarla libera. L’aveva compreso.
Non poteva tenerla legata al fantasma del loro amore. Se lui stesso se n’era
liberato, era giusto che lo facesse anche lei. Niente più speranze, stavolta.
Niente più “forse, in futuro…” . Scosse leggermente la testa. Era triste,
ma era la cosa giusta da fare.
E
Spike… di certo non gli piaceva l’idea della sua Buffy (ok… non era più
sua!) con quel folle, ma lui l’amava davvero. A modo suo, certo, ma teneva sul
serio a lei. E, del resto, come biasimarlo?!
Sorrise
alla donna che gli stava di fronte, e con una sola parola, le offrì tutta la
sua comprensione: “Capisco”
Buffy
osservò Angel con attenzione. Il suo sorriso non aveva niente di ambiguo o
cattivo, e il suo tono non sembrava sarcastico. Mentre seguitava ad analizzarlo,
sorpresa da quella disinteressata quanto improvvisa dimostrazione di solidarietà,
lui le tolse ogni dubbio:
“Buffy,
io non sono venuto qui per tornare con te, o per intromettermi nella tua vita.
Contrariamente a quanto pensa il tuo ragazzo, non ho alcuna intenzione di
contestare le tue scelte, o di biasimarti” la rassicurò Angel, sfoderando il
suo sorriso più dolce.
Buffy
lo guardò per un attimo stranita. Non riusciva a credere alle sue orecchie.
Cos’era successo ad Angel?? Tempo prima le aveva fatto assurde scenate di
gelosia…
“Sei
venuto qui solo per fare il Dawson con me ogni volta che ho un ragazzo?!”
…
e adesso chiamava addirittura Spike *il suo ragazzo*??
Non
riusciva a trovare nulla di adatto da dire, così lasciò che fosse lui a
proseguire:
“Certo,
mentirei se dicessi che adoro saperti con Capitan Ossigenato… ma se lui ti
rende felice, che importa quello che penso io?” Angel si alzò in piedi. “Promettimi solo una cosa”
aggiunse, mentre Buffy gli sorrideva, colma di gratitudine.
“Cosa?”
chiese lei alzandosi a sua volta. Tremava leggermente. Non era preparata a
quello che stava accadendo… ma non poteva sperare di meglio! Angel stava dando
a lei e Spike la sua benedizione!
Pazzesco.
Il
vampiro le si avvicinò, portandosi a pochi centimetri da lei: “Se Spike ti fa
del male… se ti fa soffrire per un qualunque motivo… chiamami” mormorò,
accarezzandole dolcemente la guancia. “Così lascerò che la mia infiammabile
parte demoniaca venga allo scoperto, per sottoporlo alle torture più atroci!”
concluse con enfasi.
Buffy
rise, non tanto per la battuta, quanto per la totale beatitudine in cui si
sentiva immersa.
Angel
era stato importante per lei. Lo era ancora. In qualche modo, sentiva che non
sarebbe mai riuscita a lasciarsi andare con Spike, se prima non avesse avuto un
chiarimento con lui. Se prima non avesse tagliato del tutto i ponti con il
passato.
Ora
era successo.
Ora
era pronta.
Un
sorriso radioso le illuminò il volto. Portò la sua mano su quella di Angel,
che era ancora sulla sua guancia, e la strinse. Lui ricambiò la stretta,
comunicandole con uno sguardo molto più che con mille parole.
Entrambi
sapevano…
Stavano
vivendo il loro dolce addio.
Angel
lasciò andare la sua mano e sospirò: “Bè, credo che il mio lavoro qui sia
concluso!”
Buffy
sorrise e aprì la porta, accompagnando Angel all’ingresso.
Quando
furono sulla soglia, il vampiro recuperò la vecchia coperta sdrucita che aveva
lasciato cadere, e se la sistemò con cura sulle spalle, sollevandola per
coprire al meglio la testa.
Buffy
inarcò le sopracciglia, divertita: “Tu sì che sai come passare
inosservato!” scherzò, alzandosi in punta di piedi per aiutarlo ad avvolgersi
meglio nella coltre.
“Oh,
avresti dovuto vedere come mi guardavano i tuoi vicini! Ma insomma, siamo sulla
Bocca dell’Inferno, e nessuno ha mai visto un vampiro girare di giorno?”
protestò Angel, accigliandosi.
Buffy
rise e aprì la porta: “Bè, sai com’è, non tutti sono come te, Angel!”
Lui
le sorrise: “Lo prendo come un complimento”
“Lo
è!” lo rassicurò la Cacciatrice.
Si
abbracciarono.
“Porta
i miei saluti a Dawnie e… al biondino. E abbi cura di te, Summers” si
raccomandò il bruno.
“Lo
farò. Vale lo stesso per te… ehm… qual è il tuo cognome?” chiese Buffy,
perplessa. Incredibile, dopo anni che lo conosceva, c’erano ancora molte cose
che non sapeva di lui.
Angel
le strizzò l’occhio: “Diciamo che è un segreto… ma puoi chiamarmi
Harrison”
“Harrison,
allora” concluse lei.
Improvvisamente,
Angel si rabbuiò: “Immagino che questo sia un addio” mormorò, sperando
segretamente di ricevere una risposta negativa.
Ma
Buffy fece un sorriso triste e concordò: “E’ probabile…”
Angel
sospirò e la strinse a sé, affondando il viso nei suoi capelli. Buffy posò la
testa sul suo petto e chiuse gli occhi. Respirarono avidamente l’uno il
profumo dell’altra, per l’ultima volta.
Quando
si staccarono, le loro labbra si incontrarono in un lieve, candido bacio.
Angel
si scostò delicatamente e posò la sua fronte contro quella di lei. “Lo sai,
Buffy… una parte di me ti amerà sempre” sussurrò, cercando di ignorare
quella fitta di dolore sordo allo stomaco.
Lei
gli sorrise, mentre una piccola lacrima le scivolava lungo la guancia: “Lo
so… è così anche per me” mormorò, tirando debolmente su col naso.
Lui
le sorrise, rincuorato. Adesso si sentiva davvero pronto ad andare.
Si
allontanarono. Angel si sistemò la coperta sul capo e sospirò: “Allora,
addio Buffy”
Lei
annuì, sentendosi serena per la prima volta dopo tanto tempo: “Addio,
Angel”
Un
ultimo sguardo. Solo un ultimo sguardo.
Poi
Angel uscì. Dalla sua casa, e dalla sua vita.
Di
nuovo.
Definitivamente.
Eppure,
non era triste. Si sentiva bene, piena di speranza e voglia di vivere.
E
più decisa.
Adesso
sapeva cosa fare, e con chi.
Pensò
a Spike, che probabilmente era di sopra, in camera da letto, ancora furioso e
imbronciato. Bè, aveva una bella sorpresa per lui!
Restò
in piedi sulla soglia, mentre una figura scura usciva in fretta dal suo
giardino.
Sorrise.
Ancora
non sapeva che, poco distante, non visti, due gelidi occhi azzurri avevano
osservato l’intera scena…
h 11:50 A.M. – Collisione
Spike
era fuori di sé. Non sapeva se fosse maggiore la furia o la disperazione.
Era
successo di nuovo. Ci era ricascata, quella sgualdrina.
Sentiva
il sangue ribollirgli nelle vene. L’immagine di Angel e Buffy avvinghiati
continuava ad apparirgli davanti, impressa indelebilmente nella sua retina. E
poi, il bacio… quel maledettissimo bacio che, solo mezz’ora prima, lei gli
aveva giurato non ci sarebbe stato. Non avrebbe potuto sentirsi più tradito
neanche se li avesse sorpresi a letto insieme.
Appena
il Piagnone se n’era andato – naturalmente non prima di aver intenerito
Buffy con i suoi occhioni lucidi – Spike era tornato in fretta e furia di
sopra. Non voleva che lei lo vedesse appollaiato sulle scale, le orecchie tese e
i sensi all’erta, come il migliore dei voyeurs.
Sospirò
pesantemente, cercando di mandare giù quel blocco di cemento che gli aveva
ostruito la gola, e si lasciò cadere sul letto. Quel letto che, poche ora
prima, aveva diviso con la donna che amava. Deglutì e serrò gli occhi, per
bloccare le lacrime che minacciavano di sgorgare da un momento all’altro. Dio,
era così ingiusto. Proprio adesso… adesso che si era illuso di aver
finalmente trovato la pace, di aver risolto ogni problema, con Buffy. Adesso che
aveva seriamente cominciato a sperare in un futuro insieme. Tutta colpa di quel
maledetto…
Quand’era
stata l’ultima volta che aveva sofferto in quel modo?
“Spike?”
Si
tirò su di scatto, pregando che i suoi occhi lucidi non fossero tanto evidenti.
Buffy
era lì, in piedi, sulla soglia, ed era così bella che si sentì morire.
Dannazione,
non l’aveva sentita arrivare.
Tirò
su con il naso e si alzò in fretta, tentando di evitare gli occhi verdi di lei
mentre parlava: “Bè? Già finito la chiacchierata con Rocky?” chiese,
cercando di apparire il più naturale possibile.
Buffy
annuì e si chiuse la porta alle spalle: “Già. Se n’è andato”
“Se solo avessi un dollaro per tutte le volte che
te l’ho sentito dire!” pensò amaramente Spike, stringendo i pugni senza
accorgersene.
Buffy
sorrise e gli si avvicinò lentamente. I suoi occhi brillavano di una luce
insolita: “E adesso, non credi sia ora di… riprendere quel discorso?”
domandò con malizia, avvicinandosi ulteriormente. Spike si irrigidì, mentre
lei gli accarezzava il petto, lasciando correre le mani lungo tutto il suo
corpo. Quando si protese verso di lui per baciarlo, però, una zaffata
dell’odore di Angel gli arrivò alle narici, e Spike si tirò bruscamente
indietro, allontanandola con violenza.
Buffy
sgranò gli occhi, spiazzata, mentre Spike, ora a qualche metro di distanza da
lei, la fissava con occhi di ghiaccio. “Cosa…?” mormorò, confusa.
Spike
si sentiva sul punto di implodere. Il pensiero che il bel tenebroso l’avesse
eccitata in quel modo lo disgustava. Non voleva il suo corpo, se era stato
acceso da Angel. “Non credi che prima dovresti raccontarmi qualcosa,
tesoro?” chiese in un ringhio sommesso.
Buffy
si sentì gelare, mentre un’orribile sensazione si faceva strada in lei:
“Che vuoi dire? Non… non è successo niente d’importante” replicò,
lottando per controllare il tremito nella voce.
Spike
sorrise, un sorriso amaro e collerico: “Oh, davvero? Niente d’importante,
dici?”
Voleva
darle un’ultima possibilità di confessare. Se non altro, la sua sincerità
l’avrebbe fatto sentire un po’ meno peggio.
Ma
la Cacciatrice non ebbe il buonsenso di dire la verità: “Si! Niente che valga
la pena di raccontare. E comunque, ti ho detto che se n’è andato!”
sottolineò, per dissipare ogni eventuale dubbio sul loro rapporto.
Spike
contrasse per un attimo la mascella, irritato e ferito dalle ostinate menzogne
di lei.
Poi
sorrise. Un sorriso inquietante, che non aveva nulla di umano.
Buffy
fu scossa da un brivido. Se fosse stato ancora un vampiro, lo sapeva, in quel
momento sarebbe emerso William il Sanguinario.
Spike
le si avvicinò lentamente, muovendosi con la solita eleganza felina, gli occhi
ridotti a due torbide fessure: “Te lo chiedo per l’ultima volta,
Cacciatrice. Sei sicura di non voler raccontare niente al tuo Spikey?” mormorò
in tono agghiacciante, portandosi abbastanza vicino da poterla toccare.
Buffy
deglutì. L’aveva vista, ne era sicura. Spike l’aveva vista tra le braccia
di Angel, e aveva frainteso tutto. Si sentì morire. Come fare a spiegargli che
quello era stato solo un bacio d’addio?
Prima
che avesse modo di dire qualunque cosa, la mano di Spike l’afferrò per il
collo, sbattendola contro il muro retrostante.
Buffy
ansimò pesantemente, gli occhi spalancati per lo shock. La stretta di Spike non
era molto forte, ma il gesto in sé l’aveva sconvolta.
E
lui sembrò pensarla allo stesso modo, perché si ravvide subito, inorridito.
Lasciò la presa come se si fosse scottato.
Fu
allora che qualcosa cambiò. Gli iceberg che avevano imprigionato i suoi occhi
si sciolsero, e Spike lottò per impedire a se stesso di piangere. Il fuoco
della rabbia si era spento in lui, lasciando il posto ad un desolante… dolore?
No. Riduttivo. Sentiva il cuore cadere in pezzi, sbriciolarsi in tanti frammenti
sanguinanti. Quando riuscì di nuovo a parlare, la sua voce era flebile e
incrinata:
“Perché,
Buffy?”
Lei
si sentì mancare. Mai come in quel momento, desiderò poter tornare indietro
nel tempo e cancellare i suoi stupidi errori. Baciare Angel era stato solo un
modo per suggellare il loro addio, ma questo Spike non l’avrebbe capito. Non
dopo tutto quello che avevano passato. E ora lui se ne stava lì, e la guardava,
con i suoi magnifici occhi pieni di lacrime, e tutto quello che le chiedeva
era…
“Perché
l’hai fatto? Perché, maledizione??!”
Spike
si voltò in modo da darle le spalle. Non voleva farsi vedere mentre si
asciugava gli occhi.
Era
al limite. Aveva rotto gli argini. Doveva uscire da quella stanza. Se non fosse
scappato immediatamente, non sarebbe più riuscito a controllarsi.
Stava
per imboccare la porta e fuggire, senza neanche aspettare una risposta, quando
una voce lo fece capitolare.
“Spike…
io…”
Si
voltò di scatto e avvertì una fitta allo stomaco. Buffy lo guardava con gli
occhi lucidi e l’espressione sconvolta, il labbro inferiore che tremava
platealmente. “E’… lui se n’è andato, d’accordo? Non lo rivedrò più.
E’ stato solo un…”
Spike
completò la frase al suo posto, amareggiato: “… un saluto? Ho già visto
questa scena, tesoro! Sai che ti dico? Sono stufo di questi dèjà-vu!” sbottò,
e uscì a grandi passi dalla stanza, lasciandosi alle spalle una Buffy
impietrita.
h 11:58 A.M. – Una decisione sofferta
Il
cielo si stava annuvolando. Le strade erano immerse in un deprimente grigiore.
Buffo
il modo in cui la natura partecipava al suo dolore.
Non
sapeva dove stesse andando; ma che importanza poteva avere, a quel punto? Di una
sola cosa era sicuro: non sarebbe tornato indietro così presto.
La
prima cosa che aveva fatto, appena uscito da casa Summers, era stata una
capatina dal tabaccaio. Erano anni che non fumava più, tranne quando era
davvero nervoso. E, a quanto pareva, Buffy aveva il potere di dargli sui nervi
meglio di chiunque altro.
Diede
un avido tiro alla sigaretta. Purtroppo, rimuginava, la Cacciatrice aveva un
potere immane su di lui. Sapeva spingerlo alla follia. Tirava fuori il suo
peggio. Sapeva illuderlo, e poi distruggerlo. Regalargli una speranza, e poi
farla a pezzi.
Lui
creava, lei demoliva.
Imboccò
un vicolo secondario. Non si poteva certo dire che, a quell’ora, e in piena
estate, Cleveland fosse particolarmente affollata. Tutt’altro. Spike aveva
l’inquietante sensazione di camminare in una città fantasma.
Su
uno dei marciapiedi c’erano degli scatoloni abbandonati. Li impilò uno
sull’altro e vi si sedette.
Non
sapeva cosa pensare. Da un lato, il fatto che Angel se ne fosse andato sembrava
confermare le parole di Buffy. E con Peaches fuori dai piedi, c’era una
concreta possibilità per lui.
Ma
dall’altro…
Si
sentiva così tradito. Lei gli aveva assicurato che non sarebbe successo niente
con Angel, non questa volta. Gli aveva persino concesso di presenziare alla
conversazione, affinché capisse di potersi realmente fidare. Ma poi, dopo
averlo sbattuto fuori, aveva ben pensato di dargli il colpo di grazia.
Perchè,
dannazione??! Perché aveva sentito l’impellente bisogno di gettarsi fra le
braccia di quell’idiota?? Se davvero si trattava solo di un saluto, come gli
aveva garantito… perché doveva baciarlo in quel
modo??
“La
maggior parte delle persone non usano le loro lingue per dire *Ciao!*. Oh,
suppongo che lo facciano ma…”
“Non
c’erano lingue!”
Sorrise
tra sé. Che conversazione stupida. Proprio come allora, non gli interessava
sapere che tipo di bacio fosse stato. Voleva solo capire perché, dopo essere
venuta a letto con lui, Buffy si fosse avvinghiata alla Checca. Che diavolo
aveva il Capellone di tanto magico??! Perchè gli bastava schioccare le dita per
rubargli tutto ciò a cui teneva?
Strinse
la sigaretta così forte da piegarla. Aspirò un’ultima boccata, e la gettò
con un gesto rabbioso. Angel era il suo eterno rivale. Avevano combattuto
dozzine di volte, non solo fisicamente, e Spike ne era sempre uscito perdente.
Buffy era la sua sconfitta più bruciante.
L’unica
vittoria che aveva riportato sul suo Gransire era stata quella dello Shanshu.
Ecco perché ne aveva parlato. Era l’unico campo in cui si sentiva il più
forte.
Ma
che gli importava di stare alla luce del sole, se non poteva starci con lei? Che
gli importava di vivere una vita da umano, se lei non ne faceva parte? Che senso
aveva la sua mortale esistenza, se non poteva consacrarla a lei, alla sua dea
della guerra e dell’amore?
Lei,
sempre lei, solo lei. Dio, perché era così bella? Perché era così…
speciale, così diversa? Perché i suoi occhi brillavano in quel modo? Perché
doveva essere così unica? Se solo fosse stata una semplice umana, probabilmente
tutta quella dannata storia non sarebbe mai cominciata. O comunque, sarebbe
finita diversamente.
Estrasse
un’altra sigaretta dall’ involucro e l’accese. Il fumo acre gli entrò nei
polmoni, bruciando.
Non
doveva finire in quel modo. Non doveva finire, non ora che era appena iniziata.
Non ora che si erano appena ritrovati. Non dopo aver sofferto per mesi e mesi la
sua mancanza, e averla finalmente riabbracciata.
Dio,
era così stanco di farsi del male. Così stanco di illudersi, e sperare, e
pensare, e bramare qualcosa che non avrebbe mai avuto. Voleva solo sentirsi di
nuovo libero. Si, libero. Era passato troppo tempo dall’ultima volta che aveva
provato quella spensieratezza… la certezza di non appartenere a niente e a
nessuno. La possibilità di andare ovunque e fare qualunque cosa. La sensazione
di superiorità ed egemonia incontrastata che lo faceva sentire il migliore. Non
riusciva a credere che 130 anni di bagordi lo avessero portato lì, fatto di lui
ciò che era.
Il
cagnolino della Cacciatrice.
Altra
boccata.
Era
passato troppo tempo anche dall’ultima volta che era stato felice, rifletté.
Ma poi, lo era davvero mai stato? La sua vita da umano, da William, era un
completo disastro. I suoi primi cent’anni da vampiro erano stati inebrianti,
ma erano durati si e no un battito di ciglia. E poi, ora che era umano, non
riusciva a pensare ad un secolo trascorso tra stragi e distruzione come un
periodo “felice”.
In
seguito, poi, quando lui e la sua Venere Nera erano arrivati a Sunnydale, la
situazione era precipitata. La Cacciatrice era entrata nella sua vita con la
prepotenza di un uragano, stravolgendola, suo malgrado.
Per
colpa sua si era visto portare via Drusila sotto il naso, da Angelus. Per colpa
sua era finito in sedia a rotelle. Per colpa sua era partito con Dru, e lei lo
aveva lasciato. Sin dal principio, Buffy non aveva fatto altro che causargli
disgrazie e problemi.
E
quando si era innamorato di lei… bè, aveva definitivamente detto addio anche
solo alla parola “felicità”. Era diventata un’utopia, per lui.
Alcuni
dei momenti passati con lei erano… rifulgenti,
ma non duravano mai. Venivano prontamente oppressi, accantonati, dimenticati.
Lei riusciva a portarlo in Paradiso, per poi farlo precipitare all’Inferno,
anche solo con uno sguardo, o una parola. Lei poteva dargli la vita e
strappargliela via. Lei sapeva ucciderlo, lentamente, dolorosamente,
inesorabilmente, giorno dopo giorno, ora dopo ora. Quante volte si era strappato
il cuore dal petto e glielo aveva offerto su un piatto d’argento. Ma non era
mai stato abbastanza, non era mai stato ciò che lei voleva.
Perché
lui non era Angel. Perché lui non era la persona… perché lui non era una
persona.
Quei
pensieri lo stavano dilaniando, ma non poteva farci nulla. Doveva ammetterlo.
Per quanto potesse essere doloroso, doveva riconoscere che Buffy non lo avrebbe
mai amato. Non gli avrebbe mai donato la sua anima, il suo cuore, non avrebbe
mai vissuto per lui, respirato per lui. Non si sarebbe mai svegliata ogni
mattina ringraziando perché lo aveva al suo fianco. Non avrebbe mai guardato il
sole con disprezzo, perché era nulla paragonato alla luce che lui emanava.
…Perché
l’ amore è un altro *sì*
che
non si può pretendere…
La
seconda sigaretta finì ai suoi piedi, mentre, implacabili, le lacrime
iniziavano a scorrergli lungo le guance. Non si curò di fermarle. Non c’era
nessuno con cui dovesse fingere, ora. Ma era così stanco di piangere.
Ripensò
agli ultimi diciotto, interminabili mesi senza lei. Aveva lottato, riso, pianto,
scherzato, sofferto, aveva avuto paura. Ma niente di tutto questo lo aveva fatto
sentire vivo. Solo lei ci riusciva. Solo la sua Raggio di sole. Anche se, ogni
volta che l’avvicinava, ne rimaneva scottato. Anche se ne usciva sempre con
nuove cicatrici.
…
Ti spinge all’angolo di un ring
ma
ti fa vivere…
Era
una schiavitù. Era schiavo di lei, dell’amore che le dava e del dolore che
riceveva in cambio. Incatenato da quelle gemme verdi che erano i suoi occhi.
Legato indissolubilmente a lei da qualcosa di troppo grande ed etereo per essere
definito.
Ma
non poteva andare avanti così. Non era giusto per nessuno dei due.
Lui
non era Angel. Non la lasciava “per il suo bene”, per regalarle “una vita
normale”. No. Forse era solo un egoista, ma se se ne andava era per se stesso.
Per non consumarsi di nuovo come cera, per non lasciarsi morire. Non riusciva a
starle accanto se non poteva averla, e non voleva il suo corpo illusorio se non
poteva avere il suo spirito. La vicinanza poteva solo nuocere. Quindi, tanto
valeva che se ne tornasse ad L.A, dove, lo sapeva, non sarebbe stato felice, ma
almeno non avrebbe subito il tormento di stare con lei senza mai possederla sul
serio.
…
E allora amore mio,
abbraccia
questa vita
nella
sua libertà
con
me ti porterò…
Libertà.
Ecco quello di cui aveva bisogno. Ecco quello che si stava prendendo. Ecco
quello che le stava regalando.
L’avrebbe
portata per sempre con sé, nel suo cuore, impressa a fuoco nella sua anima. Ma
era tempo di lasciarla, di nuovo e per sempre.
********
“Buffy?!”
Trasalì
e alzò la testa di scatto. Sulla soglia, Dawn la stava fissando con aria
sorpresa.
“Dov’è
Spike?”
Buffy
abbassò lo sguardo con aria colpevole: “Non lo so. Se n’è andato”
Dawn
sgranò gli occhi, attonita: “Cosa? Se n’è andato? E perché??”
Buffy
si alzò in piedi, schivando abilmente gli occhi indagatori della sorella, e uscì
dalla stanza: “Mangiamo qualcosa, ti va?”
Entrò
a passo svelto in cucina, tallonata da Dawn: “Buffy, ma che succede?? Tu e
Spike… è colpa di Angel?” chiese, folgorata da un pensiero orribile. “Buffy
ha scaricato Spike, e ora Angel si trasferirà qui!”
Buffy
sospirò e strinse i pugni. Stava disperatamente cercando di non pensare a
quello che era successo. Continuava a ripetersi che si era trattata solo di una
reazione impulsiva, tipica di Spike. Presto sarebbe tornato e le avrebbe dato
modo di spiegarsi. E a quel punto tutto si sarebbe risolto.
Ma
per continuare a crederci non doveva ricordare. Non doveva rammentarsi del suo
sguardo gelido, mentre le serrava una mano intorno al collo. Non doveva
ricordare i suoi occhi delusi e feriti che la scrutavano, una sola domanda
impressa a caratteri cubitali.
PERCHE’?
Prese
fiato e tagliò corto: “Non preoccuparti, d’accordo? E’ una cosa tra me e
Spike. Angel se n’è andato” “Anche
lui” aggiunse mentalmente.
Dawn
si lasciò cadere pesantemente su una sedia e protestò: “Ma perché? Avete
litigato? Non capisco, sembravate così… affiatati!”
“Mi vengono in mente parole
migliori per descrivere il vostro *affiatamento* mentre eravate sotto la
doccia… ma forse non è il momento!” rimuginò.
Buffy
si irrigidì impercettibilmente: “Abbiamo avuto una discussione. Una delle
nostre. Ma non è nulla di cui preoccuparsi, davvero” spiegò, in un tono che
voleva essere rassicurante.
Dawn
era esasperata. Non sopportava di venir tagliata fuori dalla vita di sua sorella
in quel modo. Non era più una bambina, ed era molto più sveglia di quello che
lei credeva: “Oh, andiamo Buffy, piantala! Lo sappiamo tutt’e due che, se è
arrivato al punto di andarsene, dev’essere stato molto più di una semplice
discussione!”
Quelle
parole turbarono Buffy. E se sua sorella avesse avuto ragione? Se Spike fosse
stato così arrabbiato da…
Non
poteva neanche pensarci.
Dawn
intanto continuò: “Smettila di trattarmi come una bambina da tranquillizzare,
ok? Ho quasi diciott’anni! Buffy…” sospirò “… dopo tutto quello che
abbiamo passato insieme… io, tu, gli altri… insomma, vorrei che mi prendessi
maggiormente in considerazione, capisci? Che ti confidassi con me, che mi
aprissi il tuo cuore, ecco”.
Buffy
si rabbuiò. Aprire il suo cuore. Da quanto non lo faceva… Neppure con Angel
era stata sincera fino in fondo. Non avrebbe potuto. Certe verità fanno troppo
male per essere rivelate.
Dawn
sbuffò e guardò la sorella: “Allora, vuoi dirmi una buona volta cos’è
successo con Spike?”
Buffy
aprì il frigo e tirò fuori del succo d’arancia. Poi si sedette accanto a
Dawn e cominciò a raccontare: “Gli avevo permesso di assistere alla mia
conversazione con Angel. Ma ad una condizione” spiegò, versando del succo in
un bicchiere e passandolo a Dawn, che ascoltava con interesse. “Non doveva
darmi problemi, e lasciarmi parlare. Non l’ha fatto” sbuffò, scrollando
mestamente le spalle. “Hanno cominciato a darsi addosso come bambini, e alla
fine ho dovuto dividerli e mandare via Spike”.
Dawn
sorseggiò pensierosa la sua bibita: “Uhm. Ed è per questo che si è
arrabbiato?”.
“Bè…”
Buffy esitò. Non si sentiva pronta a parlare del bacio. Non con la sua saccente
sorellina, almeno. “Non ne sono sicura… sai com’è fatto Spike. Non si sa
mai cosa gli passi per la testa!” .
Quella
risposta, però, parve non soddisfare Dawn: “… E’ successo
qualcos’altro, con Angel?”.
“…
No! No, cosa… No!” protestò energicamente Buffy. “Che altro sarebbe
dovuto succedere?”.
Dawn
si strinse nelle spalle: “Ok, ok, calmati! Stavo solo cercando di capire”.