Title:
Figuring Out
Author:
**Ardespuffy**
Written:
estate/autunno 2006
Disclaimer: tutto appartiene al mitico, meraviglioso, stramaledetto Joss Whedon, alla ME ecc…
Feedback: yeeeeeeeeesssssssssss… non mi stancherò mai di ripeterlo!!! ^_^ ericadia@alice.it
Pairing: date un’occhiata al mio nickname, che poi ne riparliamo… ;-)
Time: 6^stagione di BtVS, tra 6x10 “Wrecked – Fuori controllo” e 6x11 “Gone - Scomparsa”
Spoiler: più o meno tutte le serie Spuffy, fino a questo episodio
Rating: PG13
Subject: per capire il dolore… bisogna provarlo…
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PROLOGO
“Non puoi trattarmi così!”.
Buffy si voltò di scatto, gli occhi fiammeggianti di rabbia: “Si può sapere cosa vuoi ancora da me, eh, Spike? Dopotutto, adesso hai ottenuto ciò che volevi, no? Portarti a letto una Cacciatrice” concluse aspramente.
Spike strinse i pugni finché le nocche non divennero bianche: “Non è questo che voglio, e tu lo sai” mormorò, in tono basso e rabbioso.
Buffy fece un sorrisino sarcastico e alzò gli occhi al cielo: “Oh, certo, dimenticavo! Tu sei innamorato di me! Ma fammi il piacere!” sbottò.
Mosse un passo in avanti, avvicinandosi al vampiro: “La tua è solo un’assurda ossessione, Spike, e prima te ne renderai conto, meglio sarà per entrambi!” esclamò, fissandolo con uno sguardo inceneritore.
Spike sentiva il sangue ribollirgli nelle vene. Non riusciva a credere all’ottusità di quella ragazza: “Se solo avessi voluto scoparti, tesoro, ci sarei già riuscito da anni!” ringhiò, inarcando maliziosamente il sopracciglio sinistro.
Non vide arrivare il colpo.
Un attimo prima era in piedi, di fronte a lei, e un attimo dopo la Cacciatrice lo aveva atterrato con uno dei suoi collaudati pugni.
Maledetta…
Buffy lo guardò con odio. Tremava di rabbia: “Vuoi sapere una cosa, Spike?”. La sua voce divenne più amara:
“Mi disgusti”.
Spike ebbe la sensazione di aver ricevuto un altro cazzotto. Più forte, stavolta. In pieno stomaco.
E questo faceva ancora più male, perché non poteva combatterlo.
Si alzò lentamente in piedi, senza dire una parola. Ricordi ed immagini del suo eclettico passato presero a rimescolarsi nella sua mente. Umiliazioni, e sangue, e morte, e dolore, e solitudine, ed abbandono.
Non era sicuro di riuscire a sopportarlo ancora.
Buffy gli lanciò un’ultima occhiata sprezzante. Poi gli voltò le spalle e s’incamminò verso la direzione opposta.
Presto scomparve all’orizzonte.
Spike si sentiva sul punto di esplodere. Con orrore, si accorse di avere gli occhi pieni di lacrime.
Maledetta, maledettissima, maledetta…
Solo lei riusciva a ridurlo in quel modo. Solo lei sapeva annientare così il suo amor proprio.
Si appoggiò contro il tronco di un albero e socchiuse gli occhi.
Veleno. Se lo sentiva nelle vene. Sarebbe stato capace di fare qualunque cosa, in quel momento, anche ucciderla.
…Va bene, non esageriamo. Ma ci avrebbe provato.
Quasi senz’accorgersene, dischiuse le labbra in una tetra, inquietante minaccia:
“Quanto vorrei che ci fossi tu al mio posto, Cacciatrice. Quanto vorrei che tu soffrissi come soffro io. Così forse capiresti come ci si sente. Per capire il dolore… bisogna provarlo. E io vorrei proprio che tu lo provassi”.
Estrasse un pacchetto di sigarette dalla tasca dello spolverino, e si allontanò a grandi passi, imprecando mentalmente contro quella donna che troppo amava.
Non si accorse che, nascosta nel buio, una figura scura aveva osservato con interesse la scena.
La sagoma si portò alla luce di un lampione, rivelando un volto innaturalmente grinzoso.
Demoniaco.
Quando parlò, la sua voce si rivelò minacciosa come il suo aspetto:
“Desiderio concesso”.
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“Non puoi trattarmi così!”.
Spike si voltò di scatto, gli occhi fiammeggianti di rabbia: “Si può sapere cos’altro vuoi da me, Cacciatrice? In quale lingua devo chiedertelo di LASCIARMI IN PACE?” ruggì, avvicinandosi alla sua interlocutrice con fare minaccioso.
Buffy strinse i pugni: “Non puoi, Spike. Non puoi venire da me quando ti fa comodo, e poi gettarmi via come una scarpa vecchia! La scorsa notte…”.
“La scorsa notte è stato un fottutissimo errore! Certo, non sto dicendo che non mi sia piaciuto…” sorrise Spike, inarcando maliziosamente un sopracciglio. “… ma devi fartene una ragione, tesoro: è stato solo un po’ di sano, piacevole, corroborante sesso! Nient’altro! E prima te ne renderai conto, meglio sarà per entrambi” concluse eloquentemente, l’espressione di nuovo seria.
Buffy lasciò che le unghie le perforassero la carne, così come le parole appena udite le stavano perforando il cuore. Perchè, perché, perché si era innamorata di quel bastardo? Se solo l’avesse ucciso anni prima…
“Smettila di mentire a te stesso, Spike. L’altra notte tu hai provato qualcosa!” sbottò, in tono accusatorio.
Lui sorrise, beffardo. Le si avvicinò e si chinò sul suo viso, sussurrando: “Si chiama *orgasmo*, tesoro!”.
Buffy sentì la rabbia montarle in gola, insieme alle lacrime d’umiliazione che ormai le riempivano gli occhi. Alzò un braccio per colpirlo, ma Spike fu più veloce e le bloccò di scatto la mano, stringendole il polso in una morsa d’acciaio.
I suoi occhi erano due iceberg: “Non ho intenzione di ripetermi, Cacciatrice. Stammi lontana. O sarà peggio per te” mormorò, torvo.
Buffy deglutì. Spike mollò la presa e le lanciò un’ultima occhiata intimidatoria. Poi le voltò le spalle e s’incamminò verso la direzione opposta.
Presto scomparve all’orizzonte.
Buffy si accasciò contro il tronco di un albero. Tremava, non sapeva se per la rabbia, o per quel devastante…
Dolore. Dolore che la attanagliava ogni giorno di più, che la logorava in ogni momento, spegnendo ogni traccia di speranza residua.
Nemmeno per Angel aveva mai provato qualcosa di simile. Non un simile amore, non una simile pena.
Era massacrante. E non era sicura di riuscire a sopportarlo ancora.
Se solo lo avesse ucciso anni prima, quell’ossigenato figlio di puttana…
Rabbrividì e si riscosse. Guardò l’orologio. Era quasi l’alba. Tempo di tornare a casa, di riprendere in mano quella finzione che era la sua vita. Tempo di sorridere e fingere che niente fosse accaduto, che il suo cuore non stesse sanguinando.
Tempo di accantonare Spike e provare a dimenticarlo, ancora una volta, come ogni dannato giorno.
Per quanto ancora quel castello di carte truccate avrebbe retto?
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“Spike?”.
Buffy si chiuse la porta della cripta alle spalle, guardandosi intorno con circospezione. Il piano superiore era completamente al buio, e la TV era stranamente spenta.
Dove diavolo si era cacciato?
Non l’aveva incontrato durante la ronda. Di solito, dopo aver fatto fuori la sua solita dozzina di demoni, si dirigeva verso l’aerea ovest del Restfield, dove sapeva c’erano più probabilità di vederlo.
Ma lui non era lì. E, pur detestandosi per questo, non aveva potuto far a meno di sentirsi delusa.
“Sei un’idiota, Buffy. Una patetica idiota masochista, senza un minimo di autostima e con una propensione per l’autoflagellazione. … Spike, dove diamine sei??”.
Si avvicinò alla botola che portava al livello inferiore. Era chiusa.
Sembrava proprio che qualunque cosa stesse avvenendo in quel posto fosse preclusa agli sguardi altrui.
Bè, di certo non ai suoi.
Si piegò sulle ginocchia e si chinò sulla botola. Sollevò senza sforzo il pesante coperchio di metallo, e diede un’occhiata di sotto.
La luce delle candele suggeriva che il padrone di casa fosse già tornato, nonostante mancasse ancora un bel po’ all’alba.
Strano. Molto strano.
Non aveva un bel presentimento.
“Se lo becco con un’altra, giuro che lo ammazzo. Stavolta gli ficco un paletto nel cuore, e tanti saluti!” promise a se stessa.
Si girò per scendere la scala a pioli all’indietro. Quando toccò terra si voltò, e lo vide.
Spike era a letto, sdraiato su di un fianco.
Solo.
Era a petto nudo (e Buffy non potè che domandarsi se anche altre parti di lui fossero senza veli…), semicoperto dalle lenzuola chiare. Aveva gli occhi chiusi e un’espressione incredibilmente serena dipinta in volto.
Buffy sentì una fitta al cuore. Dio, era così bello. Maledizione, maledizione…
Si mosse senza neanche pensarci. Prima di rendersene conto, si ritrovò accanto al letto, il battito cardiaco accelerato. Lasciò correre lo sguardo lungo la figura dalla pelle diafana che aveva davanti. Lo amava. Lo amava sopra ogni altra cosa, e questo la distruggeva.
Non stette a pensarci. Tanto, ormai lo sapeva, il suo raziocinio diventava polvere ogni volta che lo vedeva. Si tolse silenziosamente gli stivaletti e scivolò senza far rumore sotto le lenzuola, al suo fianco. Aveva bisogno di sentirlo di nuovo vicino, di sentire la sua pelle contro la propria, come la scorsa notte.
Quella notte che non avrebbe mai dimenticato.
Gli sfiorò delicatamente un braccio con le dita. Lo vide rabbrividire, e si fermò per un istante.
Spike si rigirò lentamente sotto le lenzuola, voltandosi verso di lei. Buffy trattenne il fiato, temendo di averlo svegliato; ma vide con sollievo che non accennava ad aprire gli occhi.
Si chinò su di lui, posandogli un lievissimo bacio sulla spalla. Lo sentì mormorare qualcosa, e si bloccò, all’erta.
Per poco non svenne quando riconobbe la parola così flebilmente pronunciata.
“Buffy…”.
Il cuore le balzò in gola, battendo come un tamburo impazzito.
“Lui… lui sta sognando di me?”.
Non perse l’occasione. Lasciò correre le labbra lungo il braccio muscoloso che le era accanto, fino ad insinuarsi dolcemente nell’incavo del collo. Buffy chiuse gli occhi e ne aspirò avidamente il profumo. Profumo di pelle, di uomo, profumo fresco e muschiato, di cuoio e tabacco, profumo di quel demone che amava con tutta se stessa.
Istintivamente dischiuse le labbra, lasciando che la sua lingua gli accarezzasse lentamente il collo bianco e liscio. Fu scossa da un fremito.
E si accorse di non essere l’unica.
Spike tremò visibilmente, sotto le lenzuola. E poi, di nuovo…
Quella parola.
“Buffy…”.
Lei si sentì volare. Ormai non c’erano più dubbi. Poteva anche trattarla come spazzatura, quando la vedeva… ma quando era solo, sognava di lei. Era ciò che aveva sempre sospettato, ed ora ne aveva la conferma.
Era inebriante.
Perse il controllo. Quella situazione così ambigua, tenera e selvaggia allo stesso tempo, l’aveva esaltata. Cercò febbrilmente le sue labbra, disegnandone i contorni con la lingua. Non le importava più di svegliarlo, tutt’altro. Aveva bisogno di lui.
Lo strinse a sé, gioendo del contatto tra i loro corpi. Temeva che non avrebbe più avuto l’opportunità di sentirlo così vicino, dopo quanto era successo. E il pensiero di averlo posseduto per una notte, per poi perderlo per sempre, l’aveva lacerata.
Ma ora erano lì, entrambi, insieme. Ed era un’occasione da cogliere al volo.
Aspettava impaziente il momento in cui lui si sarebbe svegliato, e avrebbe scoperto che la protagonista dei suoi sogni era proprio lì accanto.
Non vedeva l’ora di vedere la sua faccia.
Si portò ad un soffio dalle sue labbra e mormorò: “Tesoro? Coraggio, dormiglione…”.
Spike emise un basso mugolio. Poi sul suo volto si dipinse un piccolo sorriso:
“Cacciatrice…”.
Buffy sorrise, raggiante. Di lì a poco si sarebbe specchiata in quei due stupendi occhi azzurri, e fremeva al solo pensiero.
Non dovette aspettare a lungo.
Spike aprì lentamente gli occhi.
Per un attimo non accadde nulla.
Poi un urlo disumano squarciò il silenzio:
“CACCIATRICE!!?!”.
Buffy trasalì, mentre Spike balzava giù dal letto con una rapidità sorprendente, per uno che si era appena svegliato. Si fermò accanto ala spalliera, vestito solo dei boxer, a fissarla con gli occhi sgranati e l’espressione esterrefatta.
“Che diavolo ci fai tu qui??!!??” esclamò, al colmo dello shock.
Buffy si tirò su a sedere: “Io… ero venuta a cercarti, e, e tu dormivi, e così…”.
“… e così hai ben pensato di infilarti nel mio letto!!!” concluse lui, attonito, guardandola come se potesse ucciderla da un momento all’altro.
Buffy esitò per un attimo. Poi sorrise: “Non sembra che la cosa ti dia tanto fastidio, però…” commentò, melliflua.
Spike corrugò la fronte: “Di che diavolo stai parlando, tu…”.
Ma si bloccò di scatto.
Buffy stava fissando ostentatamente una certa parte di lui, l’unica coperta.
E quella certa parte di lui presentava un prorompente rigonfiamento…
Spike seguì la traiettoria del suo sguardo e si sentì morire.
“Oh, merda…” mormorò, senza riuscire a staccare gli occhi da quell’umiliante prova di desiderio virile. “Dannato affare! Perché non riesci a startene al tuo posto, quando non mi servi??!” imprecò mentalmente.
Buffy soffocò a stento una risatina, mentre Spike afferrava rapidamente il lenzuolo per coprirsi.
“E’ un po’ tardi, non ti pare?” osservò, divertita da quell’intempestiva pudicizia.
Spike ringraziò silenziosamente la sua condizione di non-morto, che lo preservava da due imbarazzanti gote rosse, e la fulminò con un’occhiata: “E piantala di fissarmi in quel modo!” sbottò.
Buffy sorrise candidamente: “Quale modo?”.
Spike fece una smorfia: “Mi stai spogliando con gli occhi!” protestò, avvolgendosi alla bell’e meglio il lenzuolo intorno alla vita.
Lei sgusciò via dal letto, avvicinandoglisi con un sorriso malizioso sul volto: “Non mi pare ci sia molto da spogliare…” commentò, bloccandolo contro una parete e accarezzandogli lentamente il torace. Spike cercò di appiattirsi il più possibile contro il muro, rabbrividendo tuttavia al suo tocco.
Buffy lo fissò intensamente negli occhi, mentre con la mano era risalita fino al suo viso: “Spike, basta fingere. Lo so che mi vuoi. Che mi desideri come io desidero te”.
Lui deglutì: “Buffy, no…” biascicò, cercando di scostarsi da lei.
Ma Buffy si protese verso di lui, rubando alle sue labbra un bacio appassionato. Le loro lingue s’incontrarono in una lotta selvaggia, senza vincitori né vinti.
Quando si staccarono, lei gli accarezzò dolcemente il viso, sfiorandogli la bocca con le dita:
“Fà l’amore con me, Spike”.
Lui la fissò intensamente: “Non è amore, lo sai” mormorò, duramente.
Buffy sentì una stretta al cuore, ma non lo diede a vedere. Gli sfiorò nuovamente le labbra con le sue: “Dammi l’illusione che lo sia” pregò, in un sussurro a malapena percettibile.
Spike restò per un attimo immobile. Poi decise.
Lasciò scivolare per terra il lenzuolo che gli avvolgeva i fianchi, guardandola allusivamente.
Buffy sorrise.
E non ci fu più spazio per le parole.
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E si erano amati.
Si erano amati selvaggiamente, con desiderio, con passione sempre crescente; si erano amati come se dipendessero l’uno dall’altro, come avessero bisogno l’uno dell’altro; si erano amati poi teneramente, con languida dolcezza, spossati dalle fatiche di una notte troppo intensa.
E si erano addormentati.
Bè, lui si era addormentato.
Per lei iniziava un nuovo giorno, ma non se ne curava. Lì, tra le braccia della persona che più amava al mondo, nient’altro aveva importanza.
Buffy accarezzò il capo coperto di riccioli biondi posato sul cuscino lì affianco. Era stata una notte incredibile, lo sapeva. Lo aveva sentito suo, completamente suo: in ogni gemito, in ogni sospiro… ogni volta che sussurrava lievemente il suo nome… lui le apparteneva. Era questa la verità. Per quanto cercasse di negarlo, per quanto si sforzasse di ignorarlo, lui era suo.
Sorrise. Quella notte, ne era certa, aveva cambiato le cose. Doveva averle cambiate. Era sicura che anche Spike se ne fosse reso conto.
Non era stato solo sesso, tra loro. Era stata magia.
Sospirando, lanciò un’occhiata rassegnata al quadrante dell’orologio. Era tardissimo, accidenti. Dawn si sarebbe svegliata da un momento all’altro per andare a scuola, e di certo si aspettava di trovarla in casa.
Buffy si voltò a guardare Spike, ricavandone la solita fitta al cuore.
Era perfetto.
Sospirò di nuovo, chiedendosi quanto fosse stata stupida, su una scala da 1 a 3000, a perdere in quel modo la testa per un altro vampiro. Scrollò debolmente le spalle. Tanto, ora che importanza poteva avere?
Scivolò silenziosamente fuori dal letto e recuperò i suoi vestiti, infilandoli alla velocità della luce. Doveva far in fretta.
Quando fu pronta, lanciò un’occhiata al letto sfatto.
Spike era ancora tranquillamente addormentato, proprio come l’aveva trovato qualche ora prima. Sorrise. Chissà se era consapevole che lei era rimasta a vegliarlo, deliziata.
Prese la giacca e raggiunse la scala a pioli, salendovi senza difficoltà. Quando fu al piano di sopra, estrasse dalla tasca dei jeans notes e penna; li portava sempre con sé, soprattutto da quando la mamma non c’era più: ogni volta che temeva di dimenticare qualcosa, preferiva appuntarselo.
Buffy si servì del sarcofago come appoggio, e iniziò a scrivere:
Buongiorno, pelandrone!
Spero tu abbia dormito bene.
Sono tornata a casa per fare colazione con
Dawn,
prima che vada a scuola.
Se vuoi te la saluto!
…E’ stata una notte meravigliosa.
Con amore,
Buffy
P.S: quasi dimenticavo… che ci faceva
il terribile Big Bad a letto,
in piena notte?
Torturava lenzuola innocenti??
Buffy sorrise tra sé e rimise il cappuccio alla penna. Prese il foglietto e si guardò intorno alla ricerca di un buon posto dove lasciarlo. Il vecchio 17 pollici in bianco e nero catturò subito la sua attenzione. Sapeva che, presto o tardi, Spike si sarebbe stravaccato davanti alla TV (probabilmente a guardare qualche vecchia telenovela spagnola), quindi si decise a lasciarlo lì.
Prese le sue cose e si diresse verso la porta. Prima di andare si voltò.
Sorrise.
Era la prima volta che lo facevano lì, ma era sicura che non sarebbe stata l’ultima.
********
…E’ stata una notte meravigliosa.
Spike accartocciò con violenza il foglietto e lo gettò via bruscamente, imprecando. Si passò una mano fra i capelli e chiuse gli occhi.
Maledetta ragazzina.
Prese un respiro profondo. Lo aveva sconvolto. Quello stupido biglietto, e… e quello che era accaduto durante la notte. No, non il sesso in sé. Difficile che quello lo sconvolgesse tanto. Ma… c’era stato qualcosa… qualcosa di diverso.
Rabbrividì. No, non poteva permetterselo. Stava cedendo alle emozioni. Cedendo all’attrazione che provava per lei, dimenticando una cosa fondamentale.
Buffy era la Cacciatrice.
E questo escludeva in partenza ogni possibilità di… averci una storia.
Ma poi, che diavolo voleva da lui?! Non l’era bastata la faccenda di Angel? Cos’era, recidiva? Voleva trasformare anche lui in una patetica mammoletta senza spina dorsale?
Bè, che se lo levasse dalla testa!
Spike afferrò la fiaschetta di whisky che era lì accanto e ne prese una lunga sorsata. Aveva bisogno di schiarirsi le idee.
Ormai non mancava molto al tramonto, lo sentiva. Tra un po’ sarebbe stato libero.
Solo che non sapeva dove andare. Non era facile presentarsi da Willy’s, o agli altri locali per demoni giù in città, e far finta di nulla. Con che faccia poteva starsene lì, insieme alle vittime della donna con cui era andato a letto? E se avessero cominciato a parlare della Cacciatrice – cosa per niente improbabile?
Non era sicuro delle reazioni che avrebbe avuto, a quel punto, e non poteva correre il rischio di farsi scoprire.
Il solo pensiero che tutta quella storia venisse a galla lo terrorizzava. Non bastava la beffa del chip, che minacciava di far crollare la sua reputazione da un momento all’altro; ci mancava solo un’accusa di Alto Tradimento per essersi fatto la Cacciatrice!
Per non parlare poi di tutti i debiti contratti al KittenPoker: il numero di creditori che volevano fargli la pelle era allucinante.
Se continuava in quel modo, non avrebbe più potuto mettere il naso fuori di casa.
Certo, però, che questa… cosa con la Cacciatrice poteva essergli utile. Si, insomma, avrebbe potuto indicarle i nomi di quei bastardi con cui era in debito, e lei li avrebbe fatti fuori. Puff! Senza alcun problema.
“Alla fine, è sempre questione di scegliere da che parte stare…” rimuginò.
Il suo orologio biologico avvertì che era ormai giunto il tramonto, e Spike si alzò in piedi. Prese la giacca e si avviò verso la porta.
Lanciò un’ultima occhiata alla pallina di carta abbandonata sul pavimento. Per un attimo pensò che valesse la pena sbarazzarsene del tutto, nel caso qualcuno fosse venuto a trovarlo.
Poi scrollò le spalle:
“Tanto, chiunque troverà quel foglietto non resterà vivo abbastanza da dirlo in giro…”.
Infilò la porta e s’incamminò, immerso nella luce ormai violetta del sole.
Ma, passo dopo passo, nella sua mente diventavano sempre più forti gli echi di una frase che non avrebbe dimenticato.
…E’ stata una notte meravigliosa.
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Buffy si strinse nella sua giacca chiara e rabbrividì. Era una serata incredibilmente fredda, forse la più fredda da quando si era concluso l’inverno.
Non era proprio dell’umore adatto per fare la ronda. Non era stata una gran bella giornata. La sua ricerca di un posto di lavoro non aveva dato, fino a quel momento, risultati apprezzabili, e i suoi amici non facevano altro che ronzarle intorno, promemoria di cose che avrebbe voluto dimenticare. La sua morte, tanto per dirne una.
E Spike… . Sospirò. Altra nota dolente.
Non lo vedeva da tre giorni; ovvero, dall’ultima volta che erano stati insieme.
L’aveva cercato anche nella sua cripta, senza mai trovarlo. E alcuni dei suoi affetti personali, come lo spolverino, mancavano.
Ma qualcosa l’aveva lasciato.
Il suo biglietto. Il biglietto che gli aveva scritto lei stessa quella mattina.
Le aveva fatto male vederlo lì, appallottolato in un angolino, coperto di polvere. Come qualcosa di vecchio e inutile, senza importanza.
Ma, d’altra parte, lui non l’aveva buttato. Non l’aveva diligentemente conservato, d’accordo, ma in fondo cosa poteva aspettarsi da uno come Spike?
Buffy era ormai convinta che avesse lasciato la città.
Non aveva la minima idea di come fare per rintracciarlo, o di dove fosse andato. Non sapeva neppure quando sarebbe tornato.
Se sarebbe tornato.
Rabbrividì ancora, incrociando le braccia al petto per riscaldarsi.
No, non poteva essere. Non poteva essersene andato così, senza dirle niente. Non poteva semplicemente tagliare la corda come un ladro.
Non poteva…
Di colpo, un feroce ringhio attirò la sua attenzione. Si guardò rapidamente intorno e, individuata la direzione da prendere, iniziò a correre.
Rumori di lotta. Riusciva a sentirli.
Buffy irruppe in uno spiazzo e si bloccò di scatto, impietrita.
Non riusciva a credere ai suoi occhi.
I due vampiri, uno biondo e uno moro, stavano combattendo l’uno contro l’altro, ringhiando. Ben presto fu chiara la netta superiorità del biondo, che in breve atterrò l’avversario e lo salutò con un paletto nel cuore.
Buffy lasciò cadere la sua arma per terra e si mosse verso il vampiro:
“Spike!”.
Spike smise di pulirsi lo spolverino dai residui di cenere e alzò la testa.
Per un attimo restò interdetto. Ma si riprese immediatamente quando vide che Buffy gli si stava avvicinando.
Ostentando nonchalance, tirò fuori accendino e sigaretta, armeggiando con la fiammella.
La guardò di sottecchi.
La Cacciatrice si era fermata a pochi passi da lui, come paralizzata. Nei suoi occhi c’era la meraviglia più assoluta. Sapeva che, da un momento all’altro, gli avrebbe chiesto…
“… Dove sei stato?”.
Appunto.
Spike si portò la sigaretta alle labbra e soffiò fuori il fumo: “Un po’ in giro” ribattè, vago.
Buffy lo fissò a lungo. Metà di lei era così felice che l’avrebbe ricoperto di baci; ma l’altra metà era vicina all’omicidio.
Gli si avvicinò, probabilmente incerta fra le due azioni: “E questo che diavolo vuol dire?” ringhiò, stringendo i pugni. Forse, dopotutto, non era poi così indecisa…
Spike la fissò con arroganza: “Vuol dire quello che ho detto, dolcezza” rispose, sbuffandole il fumo della sigaretta dritto in faccia.
Buffy si sforzò di non tossire e, in un impeto di rabbia, lo afferrò per il collo, sbattendolo contro il muro retrostante. Spike sussultò, colto di sorpresa.
La Cacciatrice lo fissò attraverso le ciglia delle palpebre semi abbassate: “Non fare il furbo con me, Spike” gli intimò, avvicinandosi maggiormente al suo viso. Restò per un attimo immobile, specchiandosi negli occhi azzurri che sostenevano impudenti il suo sguardo. Non poteva fare a meno di considerarli splendidi, nonostante l’irriverenza che trasmettevano.
Ci rinunciò. Tanto era inutile sforzarsi di giocare alla Cacciatrice Cattiva, con lui. Non le riusciva più un granché bene.
Gettò la maschera: “Sono stata in pensiero” mormorò, lasciando la presa ed arretrando di un passo.
Spike inghiottì a fatica e si accarezzò il collo, portando un po’ di sollievo alla zona martoriata.
Buffy strinse le labbra e insisté: “Dove sei stato?”.
Lui la fissò con occhi gelidi e restò in silenzio. Meglio che non lo provocasse troppo, quella stronzetta. Poteva farle molto male.
Buffy distolse per un attimo lo sguardo. Si sentiva così patetica, ma non poteva farne a meno. Si era sentita davvero malissimo, mentre lui non c’era. Erano stati i tre giorni e le tre notti (soprattutto le tre notti…) più lunghe della sua vita. Le era mancato, semplicemente. E non poteva far finta che non fosse così.
“Puoi almeno dirmi perché te ne sei andato?”.
Spike gettò per terra la sigaretta quasi intera e la spense con un colpo secco. Poi alzò lo sguardo su di lei: “Volevo un po’ di tempo per pensare” rispose, laconico.
Buffy si sforzò di mantenere un tono di voce normale: “Pensare a cosa?” domandò, pregando tra sé e sé per un’improbabile risposta.
Spike cominciava a sentirsi braccato: “Ehi, cos’è, un terzo grado?” sbottò, sulla difensiva. La fissò, torvo, cercando d’ignorare quella dannata vocina interiore che gli suggeriva quanto fosse bella.
Perché lo era. Lì, di fronte a lui, così vicina da poterla toccare, con quelle gote arrossate e l’aria infreddolita… era irresistibile. E lui la desiderava. Tantissimo.
Ma naturalmente non poteva. Era inammissibile anche solo pensarla, una cosa del genere.
Si riscosse: “Ad ogni modo, non dovresti riprendere lo sterminio notturno, Cacciatrice?” chiese, enfatizzando volontariamente l’ultima parola. Non doveva dimenticare chi aveva davanti.
Buffy prese il coraggio a due mani: “Pensavo che prima avremmo potuto parlare, visto che sei tornato” azzardò, guardandolo di sbieco.
Spike sentì distintamente il suo campanello d’allarme iniziare a trillare come impazzito: “Parlare? E di cosa?” chiese, fingendo un tono casuale.
Se Buffy si sentì delusa, non lo diede a vedere: “Di noi” mormorò, fissandolo con il suo sguardo più intenso.
Il suo personale campanello d’allarme divenne assordante: “Allora non c’è niente di cui parlare” comunicò a bruciapelo.
Lei rimase assolutamente immobile, gli occhi sgranati in un’espressione ferita.
Spike contrasse la mascella, innervosito: “E smettila di fare quel faccino patetico!” sbottò. “Non c’è un *noi*. Non c’è mai stato, e mai ci sarà un *noi*!” sibilò tra i denti, mantenendosi a debita distanza dalla sua interlocutrice. Era già difficile così. Se poi si fosse avvicinato troppo, non ce l’avrebbe fatta, lo sapeva.
Perchè quel faccino patetico lo aveva incantato, e quegli occhioni lucidi di pianto gli erano arrivati dritti al cuore.
Quel cuore che non credeva più di possedere e, soprattutto, di saper ancora usare. Non dopo la storia di Dru. Lei, l’unica che avesse mai amato davvero, aveva spazzato via ogni granello di speranza, in lui.
Da quel momento in poi, non si era più avvicinato ad un’altra donna, né aveva permesso che un’altra donna si avvicinasse a lui.
Certo, c’era stata la parentesi con Harmony… ma quella non faceva testo. Non erano stati vicini. Erano stati a letto insieme. E c’era una gran differenza.
E adesso… adesso quella maledetta Cacciatrice premeva per scalfire il suo guscio. Quel guscio autoimposto che doveva preservarlo da altre delusioni, e che minacciava di sgretolarsi da un momento all’altro.
Non poteva permetterlo. Non a lei.
La fissò, cercando di imprimere quanta più freddezza possibile nello sguardo: “E ora che abbiamo parlato, che ne diresti di levarti di torno?” propose in tono brusco.
Buffy sentì un rumore assordante, e capì. Era quello del suo cuore che si spezzava.
Deglutì: “Come puoi dirmi una cosa del genere?” mormorò, odiandosi per il tremito impresso nella voce. “Dopo… dopo quello che abbiamo condiviso” sussurrò, sforzandosi per ricacciare indietro le lacrime.
Spike alzò gli occhi al cielo, ostentando esasperazione: “E cos’avremmo mai condiviso, Cacciatrice? Un po’ di sesso, d’accordo, ma questo è tutto. Non c’è altro” ribadì, portandosi le mani ai fianchi con aria spazientita.
Buffy sentì il labbro inferiore che iniziava a tremarle, come accadeva sempre quando piangeva: “Ti sbagli, Spike. Non è vero, e tu lo sai” gemette, mentre una lacrima silenziosa le scivolava lungo la guancia. “La scorsa notte è cambiato qualcosa, tra noi. E’ stato diverso, e lo sai anche tu. Ecco perché te ne sei andato. Perché sei scappato. Perché hai paura” ringhiò, muovendo un passo nella sua direzione.
Spike indietreggiò di riflesso.
Buffy continuò la sua avanzata, gli occhi animati da una nuova luce: “Ammettilo, Spike. Sei fuggito come un coniglio, perché eri terrorizzato da quello che ti stava accadendo. L’altra notte non è stato solo sesso. Lo so io, e lo sai tu. E la cosa ti ha sconvolto, perché non te lo aspettavi. Credevi di riuscire a controllare le tue emozioni, ma la verità è che non puoi, mio caro”.
Buffy si fermò a due passi da lui e proseguì, più pacata: “Nessuno di noi due può. Credi che io non abbia paura? Che non tema di soffrire ancora, che non pensi sempre ai miei errori con Angel?”.
Al suono dell’odiato nome, Spike sbuffò, irritato. Possibile che, di qualunque cosa si parlasse, con chiunque avesse a che fare, prima o poi il Capellone dovesse sempre saltar fuori?
Buffy non notò la sua reazione, o forse non se ne curò: “Ma non per questo ho chiuso il mio cuore. La paura di soffrire non deve impedirti d’amare, Spike. Io mi sono innamorata di te senza volerlo, e quando l’ho capito era già troppo tardi” mormorò, guardandolo più teneramente.
Gli sorrise: “So che sei spaventato, e, sai una cosa? Lo sono anch’io. Ma lo affronteremo. Insieme” concluse, ormai ad un soffio dalle sue labbra.
E forse l’avrebbe baciato, se quella bocca non l’avesse freddata all’istante:
“…Che stronzate”.
Buffy lo guardò senza capire, e Spike la allontanò con uno spintone che la lasciò interdetta.
Sul suo pallido volto era dipinto il più beffardo dei ghigni: “Ma fammi il piacere, Cacciatrice! Che cosa mi tocca sentire?! Tutte quelle ore passate a struggerti con la Checca devono averti annacquato il cervello!” commentò, scuotendo la testa con disapprovazione.
“Ascolta: punto uno, al contrario dei tuoi valorosi ed intrepidi ex, io non ho paura di nulla, dolcezza, e faresti meglio a tenerlo a mente per il futuro” cominciò, in tono minaccioso. “Punto due, se il mio cuore sia aperto, chiuso, o sprangato, sono affari che riguardano me, e me soltanto” aggiunse con eloquenza. “E, in ultimo, ma non meno importante: piantala con questi insulsi deliri sui tuoi sentimenti! Puah!” esclamò, al colmo dello sdegno.
Buffy inghiottì rumorosamente. Si sentiva come se l’avesse appena travolta una valanga di veleno, e stava annegando senza poter far nulla per ribellarsi.
Intanto Spike stava completando il suo show: “E adesso tesoro, se vuoi scusarmi, ho delle cose da fare… cose che è meglio una Cacciatrice non veda…” spiegò, in tono altezzoso.
Le lanciò l’ennesima occhiata sprezzante, e scagliò la sua ultima freccia: “Lo vuoi un consiglio, bellezza?”. Non stette ad aspettare la risposta: “Fattela passare. Qualunque cosa sia, questa… cosa che credi di provare non ti fa bene. Fattela passare”.
E, sulla scia di queste parole, Spike girò sui tacchi e si dileguò, annullandosi nella notte.
********
“Io non valgo niente.
Lui non mi vuole, quindi io non valgo
niente.”
Buffy estrasse l’ennesimo Kleenex dalla tasca della giacca e si soffiò rumorosamente il naso.
Quella che cammina questa notte tra le lapidi, è una donna distrutta. Non la Cacciatrice. Quella è rimasta chissà dove, a fare chissà cosa. Probabilmente a lottare contro orribili demoni pelosi dall’altra parte dell’emisfero.
Questa donna non ha niente per cui valga la pena combattere. Non ha niente da perdere. Niente che le stia a cuore davvero, non più, ormai.
Niente.
Ha solo il suo compagno, il suo amico, la sua presenza abituale. Tanto grosso, tanto ingombrante, da infonderle quasi sicurezza.
Il suo dolore.
Non avrebbe mai creduto che sarebbe stata così per un uomo.
Se solo sua madre fosse stata lì con lei! Buffy sapeva che non le sarebbe piaciuto affatto vederla in quel modo. Ma, almeno, avrebbe avuto qualcuno con cui sfogarsi, qualcuno che la facesse sentire un po’ meno sola. Qualcuno che le dicesse che non era stata un’idiota totale, ad innamorarsi di un altro vampiro.
Solo che la mamma non c’era. E non aveva nessun altro con cui parlare.
Il sig. Giles, da sempre la sua guida, il suo punto di riferimento, l’aveva lasciata affinché superasse da sola i *disagi* dell’essere Cacciatrice.
I suoi amici, in preda ai sensi di colpa per averla strappata dal Paradiso, la sommergevano di attenzioni fino a soffocarla, facendole venir voglia di urlare. E poi, si sentivano già abbastanza male per conto loro, senza che lei li affliggesse con i suoi problemi.
Problemi che non avrebbe avuto, se solo non l’avessero tirata fuori da quella tomba.
Dawn restava sempre la sua piccola sorellina un po’ infantile. Le voleva un gran bene, certo, e le era grata perché era l’unica a non starle sempre addosso; ma non sarebbe mai riuscita a confidarsi proprio con lei.
In definitiva, era sola.
Circondata da persone che l’amavano, era sola.
Perché l’unica persona che avrebbe voluto accanto non c’era.
Perché l’unico di cui avrebbe voluto l’amore non poteva darglielo.
Buffy si chiese quando la sua vita avesse iniziato a far acqua da tutte le parti, senza riuscire a darsi una risposta.
Presa com’era dai suoi pensieri, non si accorse di un movimento furtivo alle sue spalle.
Solo quando udì un ringhio, si riscosse.
E voltandosi comprese di essere nei guai.
********
“La detesto.
Giuro che la detesto”
Era nervoso. Stringeva fra le dita l’ennesima sigaretta di quella notte, mentre si aggirava inquieto tra i cipressi.
Sentiva il sangue ribollirgli nelle vene. E non gli piaceva affatto.
Perché lo faceva sentire.
Era lei. Lei, sempre lei, l’immagine nella sua testa. Lei, maledetta, che gli aveva fatto sentire…
Per la prima volta, dopo tutto quel tempo… dopo Dru…
Lui aveva sentito.
Non vi era più abituato.
Ed emozionarsi era un’abitudine che non voleva riprendere.
E’ stato diverso, e lo sai anche tu.
Ecco perché te ne sei andato. Perché sei scappato. Perchè hai paura.
Quelle parole gli avevano fatto venire la pelle d’oca, per quanto spaventosamente veritiere fossero. Non l’avrebbe ammesso neppure sotto tortura, ma lei aveva ragione.
Spike aveva paura.
Paura perché un cuore mal oliato cigola sempre, prima di schiudersi.
La paura di soffrire non deve impedirti
d’amare.
Ma lo fa.
Perché la paura di soffrire è tanta, come tanta è la disillusione per un passato che l’ha tradito.
Spike prese una lunga boccata di fumo e sospirò.
C’era una cosa che non poteva fare a meno di domandarsi.
Cosa sarebbe successo… se solo Buffy non fosse stata la Cacciatrice?
Bah. Con il gioco dei *se solo…* si poteva andare avanti una vita, senza cavarne mai nulla.
Se solo non fossi stato vampirizzato…
Se solo non avessi conosciuto Angelus…
Se solo Dru non mi avesse lasciato…
Se solo non avessi mai incontrato la
Cacciatrice…
Scrollò il capo. Doveva togliersi quei pensieri dalla testa. Dopotutto, se n’era andato proprio per smettere di pensare, no?
No.
Te ne sei andato perché te la stavi
facendo addosso, amico. Perché lei ti ha messo sottosopra, e ti rifiuti di
ammetterlo. Lei ti sta arrivando al cuore, e tu scappi come un coniglio.
Ha ragione lei, ragazzo. Sei un vigliacco.
Spike scagliò bruscamente al suolo la sigaretta ormai consumata. Era stufo di tutto quel rimuginare.
Cos’aveva poi quella ragazza di tanto speciale? Cos’aveva per far sì che del semplice sesso lo sconvolgesse tanto?
Seppe la risposta quasi prima di formulare la domanda.
Lei era la Cacciatrice.
Non c’era una come lei in tutto il mondo.
Proprio in quel momento i suoi sensi si misero all’erta. Spike si fermò e volse lo sguardo.
Vampiri.
Gettò al suolo la cicca e cominciò a correre a perdifiato verso il gruppetto. Erano quattro, forse cinque, e piuttosto grossi. Tutti uomini. Probabilmente se la stavano prendendo con qualche stupida ragazzina ribelle che, per fuggire di casa, diretta verso chissà quale party, si era ritrovata a passare per il cimitero…
C’era solo una cosa che non capiva.
Dove diavolo era Buffy?
Appena fu abbastanza vicino, estrasse il paletto dalla tasca della giacca e lo conficcò senza troppi preamboli nella schiena del più grosso, centrando alla perfezione il cuore.
Mentre la cenere si depositava sull’erba – e sul suo spolverino – Spike indossò il volto della caccia e sorrise, scoprendo i lunghi canini affilati:
“Vi va di giocare?”.
Senza aspettare la risposta – non era mai stato un tipo paziente – si avventò contemporaneamente sui due più mingherlini. Un calcio in piena faccia, un diretto nello stomaco, una rapida giravolta, et voilà! Il paletto è servito.
L’altro non fu più fortunato. Benché assisitito dai suoi degni compari (che avevano lasciato perdere la cena appena le cose si erano fatte pesanti), con una gomitata dietro la nuca e un gancio sotto il mento divenne preda facile per Mr. Scheggia – il più veloce di tutti i paletti, come a Spike piaceva pensare.
Dei due superstiti, solo uno riuscì a scappare. L’altro non ebbe la prontezza di riflessi adeguata, e ben presto, senza quasi accorgersi del rumore del suo collo che si spezzava, fu polvere.
“From the dust, to
the dust!”
commentò Spike, poi ghignò. “E’ sempre divertente!”.
Tornato alle sue sembianze normali, si preparò alla parte meno emozionante del *mestiere*: controllare le condizioni della vittima. Non gli piaceva fare il buon samaritano in quel modo. Lo faceva sentire tanto… bè, tanto Angel.
Brrr.
Spike si voltò sbuffando, pronto a pronunciare una delle solite frasi di circostanza previste dal caso.
Ma quando i suoi occhi si posarono sulla sagoma abbandonata al suolo, sentì il sangue gelargli nelle vene.
********
“Oh, merda… Buffy!”.
Spike si lasciò cadere in ginocchio sull’erba ed osservò il corpo esanime della Cacciatrice.
Supina, gli occhi chiusi, il viso lievemente impallidito, sembrava placidamente addormentata.
Ma l’orrenda ferita alla gola pareva raccontare un’altra verità.
Spike boccheggiò, attonito, incapace di distogliere lo sguardo dallo scempio che quel morso sanguinoso aveva provocato sul collo bianco ed immacolato della sua splendida, giovane amante.
“Dio, Buffy… no. Ti prego, no” sussurrò, deglutendo a fatica.
Non osava toccarla. Il timore di trovarla fredda, priva del suo soffio vitale, era tale da impedirgli qualunque movimento.
Tremava. Sentiva gli occhi iniziare a pungere, e non capiva perché.
Solo quando una timida goccia d’acqua scivolò su quel prato di morte, realizzò che stava piangendo.
Lui, che credeva di aver esaurito ogni lacrima molti anni addietro.
Sconvolto com’era per quell’improvvisa sensibilità, non notò subito che la causa scatenante stava muovendosi.
Solo quando le sue orecchie captarono un flebile gemito, si riscosse.
E tirò un sospiro di sollievo.
Buffy si sollevò lentamente sui gomiti, mugolando per il dolore della ferita. Si sentiva ancora spossata, ma lentamente i flashback degli ultimi istanti iniziarono a rischiarare la sua mente.
Spike scattò in piedi e le voltò le spalle, per asciugarsi le guance di nascosto. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era farsi vedere da qualcuno con le lacrime agli occhi: la sua reputazione di Big Bad stava già andando a farsi fottere.
Quando sentì di aver ripreso il controllo, si girò.
E fu invaso da una rabbia cieca.
“Si può sapere che diavolo ti succede, Cacciatrice?? Cos’è, stai cercando di farti ammazzare? …Di nuovo?” abbaiò, stringendo i pugni fino a farsi schioccare le dita.
Buffy si rimise in piedi a fatica e ricambiò il suo sguardo, torva: “E se anche fosse?” mormorò.
Spike non la sentì nemmeno, furioso com’era: “Quei quattro erano dei dannati pivelli! Grossi e ciccioni, certo, ma pur sempre pivelli! Non avrebbero avuto una possibilità su un milione contro di te! Che diamine ti è preso??” ruggì, imbestialito.
Era fuori di sé. Non riusciva a perdonarle di avergli fatto prendere un simile colpo, e soprattutto…
… soprattutto di averlo fatto piangere.
Era inammissibile. Inaccettabile. William il Sanguinario ridotto ad una mammoletta piagnucolosa?? Mai! Va bene essere schiavo dell’amore, ma sempre con dignità!
Era così sconvolto che non si accorse delle condizioni di Buffy. La ragazza si teneva in piedi a stento, e, colta da una vertigine, fu costretta ad appoggiarsi ad una lapide per non cadere.
Si sentiva stanchissima. Quel vampiro doveva aver banchettato parecchio, perché l’aveva davvero indebolita. E non era facile ridurre in quel modo una Cacciatrice.
Già. Una Cacciatrice.
“Ma quale Cacciatrice farebbe quello che ho fatto io?” si chiese, sentendosi improvvisamente in colpa.
Verso il sig. Giles, che tanto l’aveva addestrata, affinché fosse sempre pronta alla lotta.
Verso i suoi amici, che avevano combattuto al suo fianco per anni, rischiando per primi la loro vita.
Verso la sua sorellina, che aveva bisogno di lei, perché era tutta la sua famiglia.
Verso i suoi genitori, che le avevano dato quel magico dono che stava per gettar via.
La sua vita.
Lo ricordava, adesso. L’attimo in cui senti che stai cedendo. Che non ce la farai, che non puoi farcela. La lotta, quella lotta in cui non credi. E il momento in cui sei a terra, e pensi che, dio, sta finendo. Pensi che finirà, e niente avrà più un senso. Niente di quello che ti fa ridere. Niente di quello che ti fa piangere. Niente.
E poi, lui è su di te, e di colpo, capisci che non vuoi combatterlo. Forse potresti, forse dovresti, ma non ne hai voglia. Negligente, pensi solo che vuoi abbandonarti.
L’attimo in cui la morte è su di te, dentro di te, i suoi denti nel tuo collo, e sai che sta succedendo. Il cuore batte più forte, un’ultima volta, prima di spegnersi per sempre.
Sta accadendo.
Ti abbandoni, e poi è il nulla.
Solo che il suo nulla aveva avuto una fine.
Un risveglio.
E la cosa più buffa, più strana, il più beffardo segno di un destino perverso, era stato riaprire gli occhi dopo aver creduto di non poterlo più fare, e vedere lui.
Spike.
Quello Spike che non capiva – no, non capiva – e se ne stava lì a giudicarla. Ad inveire contro di lei, senza chiedersi il perché. Perché ha fatto ciò che ha fatto. Perché ha permesso che succedesse.
Buffy pensò a tutto questo, mentre si accasciava su quella tomba. Pensò che forse avrebbe dovuto spiegargli, dirgli la verità, ma un attimo dopo si ricredette.
Non ne valeva la pena.
Tanto, non avrebbe capito. Nessuno avrebbe capito.
Quasi a strapparla dalle sue riflessioni, Spike smise di colpo di passeggiare nervosamente avanti e indietro, e sbottò: “Bè, non dici niente? Il vampiro ti ha morso la lingua, oltre alla gola?”.
Adesso stava davvero cominciando ad innervosirsi. Lei se ne stava lì, seduta su quella tomba, in silenzio, incurante del fatto che il suo scherzetto gli aveva fatto perdere vent’anni d’immortalità.
Voleva una spiegazione. Anzi, no, la pretendeva.
Buffy lo fissò come se non lo vedesse davvero, lo sguardo assente: “Lasciami in pace, Spike”.
Lasciarla in pace?? Lasciarla in pace??? Anche volendo, gli sarebbe stato impossibile, in quel momento: “Oh, te lo scordi, dolcezza! Non ti mollo finché non mi dici che problemi hai, per farti mettere sotto da uno scimmione principiante!”.
Non ottenendo risposta, Spike sbuffò: “Pensavo che avessimo un accordo, noi due. Insomma, io muoio solo se ucciso da te, e tu muori solo se uccisa da me!” protestò.
Buffy si alzò lentamente in piedi e gli lanciò un’occhiata truce: “Infatti io non sono morta”.
“Ma ci sei andata maledettamente vicina!” replicò Spike, contraendo la mascella per la collera.
Lo aveva steso. Il pensiero di averla persa lo aveva distrutto.
E lui voleva capire perché. Perché gli importava tanto di quella ragazzina, stupida al punto da…
Buffy provò un moto di stizza. Chi diavolo credeva di essere, quel borioso d’un vampiro, per fare la voce grossa con lei? “Questi non sono affari tuoi. E poi, credevo non t’interessasse” ribattè, in tono cupo.
Quelle parole furono una folgorazione per Spike.
“Non è stata sconfitta dal pappamolle. Si è fatta battere apposta!” gridò la voce della ragione, dentro di lui.
…
Ma non aveva senso!
Insomma, Buffy Summers era la Cacciatrice! Era forte, giovane, bella (oh, altrochè se lo era…), con una splendida cricca di amichetti sfigati e un’adorabile sorellina petulante.
D’accordo, aveva perso la madre da un anno… ma, a parte quello…
Cos’altro c’era che non andava nella sua perfettissima vita??
…
Poi capì.
E si sentì accapponare la pelle.
Quando riuscì a parlare, la sua voce era poco più d’un sussurro:
“M’interessa, invece. M’interessa tantissimo”.
Buffy parve restare impassibile, anche se quella frase le aveva bucato il cuore: “Non mi sembrava che la pensassi in questo modo, prima” commentò, algida. “Quando mi hai detto di piantarla con i miei… com’era la parola? Deliri?”.
Spike sussultò come se lo avessero schiaffeggiato.
Non sapeva che fare. E la cosa peggiore era l’odioso senso di colpa che stava impadronendosi di lui.
…Doveva forse chiederle scusa?
Oh… dio, no! Andiamo! William il Sanguinario non dice mai *mi dispiace*! Non piega mai il suo orgoglio! Non fa gli occhi dolci alle donne, e non si prostra ai loro piedi!
…
“Mi dispiace, Buffy”.
…
Cosa??
Furono in due a non credere alle proprie orecchie. Spike sembrava sul punto di rimangiarsi tutto, e Buffy lo guardò come se un marziano avesse appena preso le sue sembianze.
Lui si sentì presto in dovere di continuare il discorso: “L’hai fatta davvero grossa stanotte. Stavi per farti ammazzare! Se non fossi arrivato in tempo…”.
Non continuò la frase, e abbassò lo sguardo.
Buffy mosse timidamente un passo nella sua direzione: “Cosa… continua” lo incalzò. “Se non fossi arrivato in tempo…”.
“… saresti morta. E io sarei impazzito” mormorò Spike, fissando ostinatamente il prato.
Perché, perché gliel’aveva detto?? Quel genere di considerazioni andava segregato nelle più inaccessibili profondità di sé stesso, non spiattellato ai quattro venti! E come pretendeva di aver ancora una reputazione da difendere, se non faceva che gettarvi su fango?
Buffy sentì il suo cuore levarsi in volo. Aveva capito bene?? Possibile che le sue orecchie l’avessero ingannata in quel modo?
Decise di verificare: “Cosa significa?” azzardò, avvicinandoglisi lentamente.
Spike prese un profondo respiro e alzò la testa: “Quello che ho detto” borbottò, evitando lo scrutinio di quei verdi occhi indagatori.
Buffy continuò a camminare verso di lui, il cuore che le batteva furiosamente nel petto.
Nella mente, un solo pensiero.
Se le parlava così, significava che, a suo modo, lui teneva a lei.
Ma aveva bisogno di sentirlo dalla sua voce.
“Spike?”.
Sentendosi chiamato, alzò istintivamente lo sguardo, per poi riabbassarlo immediatamente.
Si sentiva a disagio come poche volte nel corso della sua intera esistenza. Gli veniva chiesta una spiegazione per qualcosa che neanche lui stesso riusciva a capire, una cosa orrendamente imbarazzante, nonché disdicevole e assurda.
“Che diavolo mi succede?” avrebbe voluto gridare, confidando in una risposta dai Piani Alti. O da quelli Bassi, a seconda dei punti di vista.
Una risposta che comunque, lo sapeva, non sarebbe arrivata.
Ormai era ad un passo da lui. Buffy alzò una mano a sfiorargli la guancia, con dolce fermezza. Una carezza come una domanda, un punto interrogativo alla fine della stessa, solita frase…
“… Mi ami, William?”
Spike la guardò negli occhi. Luminosi, profondi, bellissimi, com’era lei.
E la sua bocca. Quella bocca per cui un uomo poteva fare qualunque follia, quella bocca su cui valeva la pena morire.
Cos’aveva quella ragazzina di tanto speciale?
Era Buffy.
L’afferrò per i fianchi e l’attirò a sé, prendendo possesso delle sue labbra con foga. Sentiva il fuoco ardergli dentro e, al contempo, una meravigliosa, catartica sensazione di pace invaderlo, mentre esplorava con passione quella bocca calda e innocente. Così viva, così… umana.
Buffy gli gettò le braccia al collo e lo strinse a sé, intensificando il bacio con tutta l’urgenza del suo desiderio. Prima ancora di rendersene conto, si ritrovò sbattuta contro un muro, il corpo di Spike premuto contro il suo, le loro labbra ancora unite.
Lui prese a strofinarsi contro di lei, spingendo allusivamente tra le sue gambe, strappandole un gemito dopo l’altro. Presto la sua mano fredda corse alla zip dei jeans e si tuffò all’interno, in un’esplorazione dolce e selvaggia al tempo stesso.
Buffy si allontanò dalla sua bocca per prendere fiato, e dischiuse la propria in un prolungato sospiro di godimento, mentre le agili dita di lui la penetravano con frettolosa delicatezza.
Poi tutto cambiò.
Spike lasciò scivolare la lingua lungo il suo collo, ma si bloccò di scatto quando riconobbe un sapore ben noto.
Si ritrasse di botto, le labbra sporche di sangue. Guardò per un attimo Buffy, che lo fissava senza capire, gli occhi sfavillanti e la bocca arrossata per il tenero assalto.
I suoi occhi si posarono nuovamente sullo squarcio di pelle insanguinata e, per la prima volta da quando era diventato un vampiro, la vista del fluido vermiglio provocò in lui una sensazione remota e dimenticata.
Repulsione.
Spike deglutì, e il sapore del liquido rosso gli riempì la gola, disgustandolo.
Si strofinò freneticamente le labbra con il dorso della mano, nel vano tentativo di cancellare il gusto dolce e metallico che le permeava.
Improvvisamente, parve realizzare ciò che stava facendo, e si fermò.
Era veramente troppo. Prima le lacrime, poi l’orrore per il sangue… cosa gli stava accadendo??
Quella dannata ragazzina stava stravolgendo il suo mondo. E la cosa peggiore non era l’impossibilità di fermarla.
Era il non volerlo fare.
Lei lo stava trasformando in qualcosa… qualcosa di…
… schifosamente umano.
Spike arretrò d’un passo, incredulo ed ansimante.
Tremava.
Buffy era allibita. Il volto che le stava davanti era una maschera di terrore, e non riusciva a comprenderne la ragione.
“Spike…”
“No, non chiamarmi! Tu, sirena della
tentazione…”
Non riusciva a pensare. Sentiva le tempie pulsargli, il sapore del sangue ancora sulle labbra, e lei.
Lei, lì, di fronte a lui, frastornata e confusa, ma sempre bellissima, come la più candida delle opere d’arte.
“Che cosa mi hai fatto, piccola
strega?”
Doveva andare via, scappare da lei, prima che ogni fibra di sé stesso fosse annientata.
Soggiogata dalla luce.
Più rapido d’un battito d’ali, Spike si voltò ed iniziò a correre, annegando nell’opprimente oscurità della notte.
Tutto ciò che gli occhi di Buffy videro fu il lampo di un guizzo inatteso, e ciò che le sue orecchie sentirono, il timido frusciare di una lunga giacca di pelle.
********
La porta della cripta si chiuse con un pesante tonfo alle sue spalle, levando un turbine di polvere grigia.
Spike si strappò bruscamente lo spolverino di dosso e lo scagliò sul nudo pavimento di pietra; poi prese una bottiglia di bourbon semivuota posata sul televisore, e si accasciò fra i braccioli della vecchia poltrona.
Svitò il tappo e lo gettò via, in un gesto più stanco che rabbioso. La furia era stata sbollita lungo la strada; ora era rimasta solo un’angosciante paura.
Paura di quello che gli era successo. Paura di ciò che stava diventando, o – peggio ancora – era già diventato.
Paura di lei.
Di quella donna che aveva devastato la sua vita con l’irruenza di un tornado, sconvolgendo la sua tranquilla, monotona routine. Di quella donna che parlava d’amore e prometteva passione. Di quella donna che assicurava la fine di ogni dolore, la salvezza del suo cuore ferito.
Lei, che diceva di amarlo, senza rendersi conto che ogni suo sguardo poteva segnarlo per sempre. Lei, che era entrata nel suo cuore con la prepotenza di un veleno, e la dolcezza di un elisir.
Lei, che riusciva a farlo sentire.
Spike prese un lungo sorso direttamente dalla bottiglia, nel tentativo di cancellare quel retrogusto metallico che ancora regnava nella sua bocca.
Il sangue della Cacciatrice.
Sapeva bene quale effetto poteva procurare quel sangue. Quale effetto avrebbe dovuto procurargli. Doveva inebriare i suoi sensi, penetrare nelle sue vene come il più potente degli afrodisiaci.
Ma non era accaduto. E lui sapeva perché.
Non era il sangue della Cacciatrice, quello che aveva assaggiato.
Era quello di Buffy.
Sospirò, scrollando mestamente il capo. Un tempo, rimuginò, le cose erano diverse. Solo qualche anno prima l’avrebbe uccisa senza pietà, per poi brindare con la sua Dru al loro giorno speciale.
Ma ora sapeva che quel giorno non sarebbe mai arrivato.
Portò nuovamente le labbra al collo della bottiglia. Gli tornò in mente la dolcezza con cui Buffy aveva sfiorato la sua bocca con le dita, e rabbrividì.
Era speciale in ogni suo piccolo gesto. Era rifulgente con ogni singolo sguardo. E la tenera malizia nel suo modo di amare, bè, era irresistibile.
Deglutì. Quei pensieri non potevano portare a nulla di buono, lo sapeva. Doveva dimenticare il sapore di quella pelle dorata, di quella bocca carnosa. Dimenticarlo, non riviverlo.
Prese la sua decisione. Non poteva continuare a restare chiuso lì dentro. Sarebbe impazzito.
Mise da parte il liquore e si alzò. Quello di cui aveva bisogno, rifletté, era passare un po’ di tempo con i suoi simili. Creature della notte. Demoni. Come lui.
Recuperò lo spolverino e si avviò verso la porta, pregando qualche entità in cui nemmeno credeva di non incontrare nessuno, lungo il cammino.
Ma, appena la porta si richiuse alle sue spalle, abbandonandolo tra le calde braccia della notte buia, Spike fu colto da un pensiero inquietante.
Il sangue di Buffy era stato il primo che aveva assaggiato, dopo una settimana ed oltre di astinenza.
********
“Ehilà, Spike!”.
Un grosso demone provvisto di squame, dalla pelle di un interessante color indaco, sembrò materializzarsi dal nulla al suo fianco e lo salutò con una pacca – non esattamente amichevole – dritta fra le scapole.
Spike lo guardò in cagnesco; ma, dal momento che il demone in questione era uno dei suoi innumerevoli creditori al KittenPoker, represse l’istinto di ricambiare il saluto con un cordiale cazzotto: “Salve, Roth. E’ sempre un piacere vederti!” bofonchiò, con un velo d’ironia nella voce.
Roth sorrise con l’aria tollerante di chi aspetta il saldo di un debito: “Reciproco, amico. Ma non ti si vede più tanto spesso, da queste parti. Cos’è, troppo impegnato ad ammazzare i tuoi simili?” lo apostrofò, mentre iniziava a sospingerlo con una certa foga verso il bancone del bar.
Spike si sforzò di mantenere la calma (e di non liberarsi con uno strattone della presa dell’energumeno): “Bè, che vuoi che ti dica… ognuno ha i suoi hobbies!” replicò, il più diplomaticamente possibile.
Roth si produsse in una sonora risata. Prima di ribattere, lo invitò a mettersi seduto, e Spike si trovò accasciato su uno sgabello prima ancora di rendersene conto: “Ben detto, ben detto!” tuonò Roth, con l’aria di un gatto che si lecca i baffi. “E tu vuoi sapere qual è il mio hobby, Spike?”.
Il gigante viola fece una pausa ad effetto, prima di riprendere, con tono più cupo: “Giocare a carte. E, in particolar modo, vincere a carte. Solo che, quando vinco…” Roth si sporse verso il suo interlocutore con un gesto confidenziale. “… mi piace essere pagato!” concluse, serio in volto.
Spike decise di scoprire le carte: “Avrai la tua vincita. E’ la mia ultima parola” dichiarò, nel suo miglior tono solenne.
Roth strinse gli occhi finché divennero due fessure: “Me ne frego della tua parola, amico. Voglio i gattini che mi devi. E non aspetterò ancora a lungo” minacciò, alzandosi con un brusco scatto dallo sgabello. “Ricorda, vampiro… la mia pazienza ha un limite” concluse, per poi allontanarsi e sparire tra la folla.
Spike imprecò sottovoce. Le cose non si mettevano affatto bene. Doveva assolutamente trovare quei dannati gatti, prima che fosse troppo tardi.
Con un sospiro, si rivolse a Willy – che aveva ascoltato con grande interesse e, soprattutto, gran discrezione la conversazione appena tenutasi al banco: “Dammi una cosa forte, Will. Ne ho un maledetto bisogno”.
Willy non perse l’occasione per fare un po’ di sano pettegolezzo: “Sei proprio nei casini, eh, amico? L’ultima volta che mi hai parlato in questo modo eri a pezzi perché la tua tipa ti aveva scaricato… com’è che si chiamava? Lucilla?” chiese, in tono partecipe.
Spike lo freddò con un’occhiata più che eloquente: “Drucilla” ringhiò.
Willy non parve turbato: “Drucilla, certo. Una vera bellezza, non c’è che dire. E adesso? Il gran seduttore è rimasto solo soletto? Che fine ha fatto quella biondina ritardata che ti portavi sempre dietro?” indagò, con la consueta delicatezza.
Spike digrignò i denti: “Arriva o no questo drink?”.
Willy fece un rapido cenno ad un collega: “Un doppio whisky per il mio amico, qui”.
Per niente scoraggiato, riprese subito il terzo grado: “Dammi retta, Spike, dovresti trovarti una ragazza”.
All’occhiata inceneritrice del suo interlocutore, Willy si affrettò a spiegare: “Così non avresti tanto tempo per giocare e finire nei guai con il poker!”.
Spike non sembrò sorpreso nell’apprendere che il barman aveva ascoltato la sua chiacchierata con Roth: “Sono nella merda fino al collo” confessò, accettando con sollievo il drink che gli veniva porto. “Se non pago, prima o poi finisce male” sbuffò, prendendo un lungo sorso dal bicchiere.
Willy cominciava davvero ad interessarsi alla faccenda: “Perché non chiedi aiuto alla tua amichetta? Ci saranno pure dei vantaggi, nel farsela con la Cacciatrice…”.
Spike sbattè con violenza il bicchiere sul bancone, facendo schizzare via alcune gocce del liquido ambrato.
Willy trasalì. Non era mai stato un genio, ma sapeva riconoscere quando aveva passato il segno: “Uh… volevo dire… insomma, non che tu te la faccia con lei nel senso letterale del termine… per carità, sarebbe disgustoso!”.
Spike si rabbuiò e strinse più forte il boccale tra le dita.
Disgustoso. Ovviamente.
“Figurarsi, tu che ti fai la Cacciatrice! Non riesco ad immaginare niente di più divertente!” Willy rise nervosamente, chiedendosi perché fosse l’unico in preda a quell’ilarità.
Il rumore di un vetro che si frantumava attirò la sua attenzione.
Spike fissò inespressivo i frammenti di bicchiere che gli scivolavano tra le dita, mentre l’ottimo Ardberg del ’74 si riversava sul bancone sudicio.
Willy deglutì, ma si riscosse alla svelta: “Oh… ti sei fatto male?” si affrettò a domandare. Non che gliene importasse qualcosa, ma negli esercizi commerciali (anche in quelli per demoni) era necessaria una certa predisposizione alle pubbliche relazioni.
Spike guardò la lunga linea di sangue sul palmo della sua mano sinistra: “No. Tutto bene” borbottò. Si alzò in piedi e, un po’ impacciato a causa del graffio bruciante, estrasse un fascio di banconote dalla tasca dello spolverino.
Willy vide la ferita sanguinante e scosse la testa: “Lascia stare… offre la casa”.
Spike era sorpreso, ma non se lo lasciò ripetere due volte. Annuì brevemente e, con un rapido cenno di saluto, si fece largo tra la calca ed uscì.
Non vide che due piccoli occhi scuri avevano seguito ogni suo movimento con grande interesse.
Al capo opposto del bancone, immerso nell’ombra, un volto grinzoso s’illuminò in un sorriso.
Tutto inutile. C’era una lezione che gli abitanti di Sunnyhell, demoni o umani che fossero, non avrebbero mai imparato.
Attenzione a ciò che si desidera…
********
Lo stava aspettando.
Seduta sulla sua solita poltrona, tra i braccioli intrisi del suo profumo, Buffy stava aspettando.
E intanto pensava.
Spike era un illuso. Credeva davvero che bastassero un’espressione shockata e una fuga strategica, per liberarsi di lei?
Non che non fosse sorpresa dal suo comportamento, certo. Non riusciva proprio a capire il perché di quell’improvvisa ritirata e, in particolar modo, non sapeva spiegarsi il disgusto che sembrava aver provato nel venir a contatto con il suo sangue.
Adesso pretendeva una spiegazione.
Aveva come la sensazione che Spike stesse cambiando. D’accordo, la maggior parte del tempo continuava a trattarla come una sottospecie d’insetto… ma c’erano momenti in cui era diverso. Momenti in cui sembrava tenerci, a lei.
Come quella notte.
Buffy lanciò l’ennesima occhiata truce all’orologio. Le due del mattino.
Dove diavolo si era cacciato, quello stupido ossigenato??
Il pensiero che fosse scappato via da lei in quel modo per correre a spassarsela con i suoi amici (e amiche) le faceva ribollire il sangue nelle vene.
“Se ha messo su tutta quella montatura
solo per liberarsi della mia presenza, giuro che lo ammazzo. Davvero! Si, lo so
che è quello che dico sempre, ma…”
Le sue considerazioni furono interrotte dal rumore soffocato della porta che si apriva. Un fascio di debole luce bianca (proveniente dai lumi del cimitero) rischiarò per un istante la cripta, permettendole di scorgere la sagoma in piedi sulla soglia.
E alla sagoma di scorgere lei.
“Buf… Cacciatrice? Che cosa ci fai qui?” esclamò Spike, accigliato. “Ok. Questo è un fottutissimo scherzo del destino!” pensò.
Buffy si alzò in piedi e assunse quella che sperava fosse un’aria combattiva: “Dobbiamo parlare. Non puoi semplicemente… che ti è successo alla mano??!”.
Spike seguì la traiettoria del suo sguardo e fissò la propria mano insanguinata posata sulla maniglia della porta: “Oh… nulla. Un piccolo… incidente” bofonchiò, chiudendosi il battente alle spalle.
Buffy sentì tutta la sua aggressività sciogliersi come neve al sole: “Ti hanno attaccato?” sussurrò, guardando come ipnotizzata la scia di sangue rappreso.
Spike scosse la testa: “No. Solo una lite con un bicchiere di scotch” spiegò, abbozzando un sorriso.
Buffy s’irrigidì: “Capisco. Quindi, sei stato in un bar, fino ad ora?” domandò, sperando che il suo tono di voce risultasse sufficientemente naturale.
Spike sembrò avvertire il pericolo: “Ho fatto un salto da Willy’s. Avevo bisogno di schiarirmi le idee” farfugliò, indeciso se avvicinarsi o restare bloccato sull’uscio.
Buffy scelse per entrambi: cominciò a muoversi a tentoni nella sua direzione, insicura su come orientarsi nella semi-oscurità della cripta: “Fantastico. E ha funzionato?” chiese, meno bruscamente di quanto avrebbe voluto.
Spike si mordicchiò lievemente il labbro inferiore: “Non lo so. Ma…”. Una breve pausa. “… credo di sì” mormorò.
Alzò timidamente lo sguardo, fino ad incontrare quello di Buffy.
Non aveva fatto altro che pensare a lei, mentre lasciava il locale, fumante di rabbia.
Le chiacchiere di quell’idiota di Willy gli avevano fatto male. E l’avevano spinto a riflettere.
Perché no? Perché era tanto assurda… tanto sbagliata, una storia con la Cacciatrice?
Loro… gli altri non la conoscevano. In lei vedevano solo la fiera guerriera che li avrebbe sterminati tutti, se solo fossero stati tanto stupidi da uscire allo scoperto.
Ma loro non l’avevano mai vista piangere. Non erano lì con lei, quando era distrutta per la malattia di sua madre. Non erano lì con lei, mentre si sacrificava per la salvezza del resto del mondo. Non erano lì con lei, mentre, spaesata ed intimorita, confessava di essere stata strappata dal Paradiso.
Lui c’era.
Lui aveva visto la donna celata dietro la maschera dell’Ammzza-Vampiri. Aveva visto Buffy, con tutte le sue paure e le sue debolezze, e…
… Ed era pazzo di lei.
Che senso poteva più avere negare?
“E… il risultato delle tue riflessioni?” lo incalzò la Cacciatrice, il tono vagamente ansioso.
Spike le si avvicinò lentamente, guardandola negli occhi con un’intensità da far tremare le gambe. Quando arrivò a pochi centimetri dal suo volto, si chinò su di lei.
E la baciò.
Buffy gemette, deliziata, mentre la lingua di Spike intraprendeva una sensuale danza con la sua, cercandola e schivandola a tratti.
Proprio mentre un delizioso calore iniziava ad impadronirsi del suo basso ventre, Spike si staccò da lei, lasciandola sfacciatamente delusa.
Restarono per qualche istante in silenzio, vicini, il respiro leggermente affannoso, finché Buffy non si sentì in dovere di dire qualcosa: “Uhm… mi piacciono le tue riflessioni!” commentò.
Spike sorrise, ma tornò subito serio. C’era qualcosa che doveva dire, lo sapeva. Lei aveva diritto ad una spiegazione, la meritava. Dopo tutto ciò che aveva sofferto per colpa sua…
Si scostò gentilmente e sospirò: “Buffy, io… ci ho pensato a lungo. Dico sul serio. Ho pensato a quello che mi hai detto e, diamine, ho capito che avevi ragione”.
Esitò per un attimo, prima di un’ammissione che avrebbe distrutto per sempre la sua dannata reputazione: “Ho avuto paura. Ho avuto paura di quello che stava accadendo, ho avuto paura… di lasciarmi andare, e di soffrire. Ho avuto paura di te, e di me stesso. Paura di ciò che provavo… e che provo” mormorò, scrutando ansiosamente quei grandi occhi verdi, in attesa di una reazione.
Buffy sentiva il cuore andare a mille. Per quanto parte di lei continuasse a ripeterle di non farsi illusioni, di restare coi piedi ben piantati per terra, l’altra parte… bè, l’altra parte stava già volando, estasiata.
Spike proseguì il suo monologo, consapevole che, se si fosse fermato adesso, non avrebbe continuato mai più: “E, prima che tu me lo chieda: no, non so ancora che cosa provo, esattamente, ma…”.
Occhi negli occhi. Lo stesso desiderio, lo stesso timore.
“… ho bisogno di te, Buffy. Ho bisogno di quello che mi fai sentire. Ho bisogno di quella speranza che mi dai, ho bisogno di sapere che… che posso ancora amare, nonostante tutto”.
Ecco, l’ha detto. Ora non si torna più indietro.
Buffy non disse nulla. Avrebbe voluto travolgerlo con milioni di parole, ma sarebbe stato inutile.
Non c’erano parole. C’erano solo loro, adesso.
E il loro bacio.
Stretti l’uno all’altra, le labbra unite in uno spasmodico desiderio, non c’era bisogno di altro.
Presto i baci arsero d’urgenza, le carezze d’audacia, ed entrambi seppero che non avrebbero resistito.
Mentre Spike la prendeva fra le braccia, per poi adagiarla sul morbido letto dalle lenzuola chiare, Buffy scoprì qualcosa che pochi anni prima non avrebbe mai sospettato.
Anche un demone può diventare l’angelo del tuo cuore.
********
Non dormiva, stavolta.
E come avrebbe potuto?
Gli ultimi momenti erano stati tra i più intensi della sua intera esistenza. Era così emozionato che credeva non avrebbe mai più chiuso occhio.
Dopo anni tornava a riaprire il suo cuore a qualcuno. Era un’esperienza che lasciava il segno.
Spike accarezzò con lo sguardo la candida figura di donna sdraiata al suo fianco, e sorrise. Era splendida, ed era sua.
Contemplò con la più totale dedizione quella belle pelle dorata, quel corpo piccolo e sinuoso, quei soffici capelli color del sole, e sospirò.
Sapeva che non sarebbe stato facile. Dopotutto, lei restava sempre la Cacciatrice, e lui restava sempre un vampiro. E, dio, poteva solo immaginare i commenti degli avventori del bar di Willy, quando la notizia si sarebbe diffusa.
Ma non era più sicuro che gliene importasse qualcosa.
Buffy si rigirò lentamente sotto le lenzuola, voltandosi verso di lui, ed emise un miagolio assonnato.
Spike sorrise.
No. Tutto ciò che contava adesso era lì, al suo fianco.
Buffy aprì timidamente gli occhi.
Aveva paura di ciò che avrebbe visto. Il pensiero di ritrovarsi da sola, in quel letto (o nel suo, segno che tutto era stato solo un bel sogno), la atterriva.
Ma i suoi timori svanirono come d’incanto quando riconobbe la sagoma distesa lì accanto.
Non potè fare a meno di sorridere, rincuorata: “Buongiorno” sussurrò, rannicchiandosi contro il petto muscoloso del suo amante.
Spike la strinse a sé e ricambiò il suo sorriso: “Buongiorno anche a te, passerotto”.
Buffy s’illuminò in volto. Lui non l’aveva mai chiamata in quel modo, se non nei suoi sogni, ed era meraviglioso sentire la dolcezza di quel nomignolo.
Era così contenta che dimenticò il timore di venir respinta, e si protese verso di lui, rubandogli un tenero bacio.
Che non fu rifiutato.
Quando si staccarono, Spike sorrise mestamente: “Immagino che tu debba andartene, ora. Il sole è già sorto”.
Buffy mascherò la propria delusione e annuì: “Già” rispose, ma senza accennare a scostarsi dall’accogliente torace di Spike.
Lui le accarezzò lievemente i capelli, la mano ormai ripulita dal sangue.
Rammentò l’infinita tenerezza con cui Buffy gli aveva baciato il palmo, disinfettando il taglio con il più potente degli unguenti.
Il suo amore.
Sorrise.
La notte appena trascorsa era stata incredibile. Aveva cancellato ogni dubbio, ogni reticenza, e gli aveva definitivamente aperto gli occhi.
Quella notte aveva compreso la differenza tra il sesso e l’amore.
“Buffy… c’è una cosa che devo dirti”.
Lei si tirò su per guardarlo negli occhi. Il tono serio di lui l’aveva sorpresa.
Spike la fissò intensamente: “Questa notte non sono stato del tutto sincero con te” confessò.
Buffy trattenne il respiro. Ne era sicura, maledizione. Era tutto troppo bello per essere vero.
Cosa le aveva nascosto? Su cosa le aveva mentito?
Istintivamente pensò alla storia dell’incidente alla mano. Effettivamente c’era qualcosa di strano, nella spiegazione che le aveva dato. Una lite con un bicchiere di scotch? Che diavolo voleva dire??
Spike non prolungò la sua agonia ancora a lungo: “Ti ho detto che non sapevo cosa provo per te, ma non era vero”.
Buffy deglutì silenziosamente. Era arrivata la resa dei conti. Il momento in cui tutte le carte sarebbero state scoperte, e non ci sarebbe più stato tempo per i bluff.
La sua voce tremò, mentre sussurrava: “E… che cosa provi, Spike?”.
Lui non rispose subito. Rimase per qualche istante ad osservare il soffitto di pietra, ripercorrendo mentalmente le ultime settimane.
Quei giorni avevano segnato la sua non-vita per sempre.
E lo doveva solo a lei.
I suoi occhi s’illuminarono come non mai, e Spike sorrise come non pensava più di saper fare:
“Io credo di amarti”.
********
EPILOGO
Buffy aprì lentamente gli occhi.
Tutto ciò che vide fu una sfocata nuvola bianca. Le occorse qualche secondo per mettere a fuoco una coltre di candide lenzuola chiare.
Hmm… era nel suo letto?
Si sentiva completamente intontita. Avvertiva un vago cerchio alla testa, come se stesse soffrendo dei postumi di una sbornia… oppure…
Come se fosse da poco finito un incantesimo.
Sbattè più volte le palpebre, incredula.
Si… conosceva quella sensazione. L’aveva già provata in passato, anche recentemente… come alla fine di quell’incantesimo mnemonico di Willow. Oppure al termine di quel sortilegio matrimoniale tra lei e…
Buffy spalancò gli occhi, mentre la consapevolezza degli ultimi avvenimenti le piombava addosso con l’intensità di un macigno.
Deglutì piano, nel tentativo di riprendere il filo dei suoi ricordi.
Gli ultimi giorni erano trascorsi come in un sogno… come in un’incredibile favola su cui non aveva il controllo. Si era sentita come una marionetta i cui fili venivano manovrati da un burattinaio sconosciuto.
Eppure…
Parte di lei non aveva mai smesso di ragionare, di rendersi conto di ciò che le accadeva. Parte di lei non aveva mai perso la percezione di ciò che la circondava.
Parte di lei aveva sentito.
E ciò che aveva sentito l’aveva sconvolta.
Spike. Per giorni interi lui era stato il suo unico pensiero, la sua anima, la sua luce.
Per giorni interi lei l’aveva amato.
Non era facile scrollarsi di dosso quella sensazione… di calore, di desiderio, di bisogno… d’affetto e dedizione più totali.
Aveva percepito l’amore per Spike riempirle il cuore, riscaldarla nel profondo. E, più affilato della lama di un coltello, aveva avvertito il dolore graffiarle l’anima.
Ora capiva.
Era sicura che non avrebbe mai più dimenticato quel gelo, quella stretta alla bocca dello stomaco che l’aveva attanagliata ad ogni *no* ricevuto. Quella desolante solitudine, quella malinconica rassegnazione che lei stessa, in passato, aveva inflitto senza rendersene conto.
Persino i suoi amici e sua sorella erano sembrati così distanti, indefiniti, come fossero solo marginali figure sullo sfondo.
Contava solo lui. Solo Spike.
Buffy si mosse lentamente sotto le lenzuola, godendosi la sensazione della seta liscia e fresca contro la pelle.
Ehi. Aspetta un momento.
Seta?
Non aveva mai avuto delle lenzuola di seta!
Accigliata, si rigirò nuovamente nel letto. E i suoi occhi incontrarono la figura che aveva dominato la sua mente durante l’oblio di quell’incantesimo.
Spike se ne stava semi-sdraiato al suo fianco, poggiato sui gomiti, e la guardava.
Lui sapeva.
Non gli c’era voluto molto per capire cos’era successo, quando si era risvegliato nel suo letto, insieme a Buffy, con quella particolare sensazione di stordimento post-incantesimo.
Era successo qualcosa, ne era sicuro. Forse si trattava dell’ennesimo, disastroso esperimento magico della Rossa, anche se proprio non riusciva ad immaginare perché gli amici della Cacciatrice avessero fatto un sortilegio del genere.
Gli ultimi giorni erano stati incredibili. Si era sentito un’altra persona. Una persona completamente diversa… distante… crudele.
Più crudele, cioè.
Non avrebbe mai dimenticato il gelo che aveva avvertito nel cuore. Per la prima volta da… bè, da quando era innamorato di Buffy, si era sentito morto dentro.
Come se avesse chiuso il suo cuore ad ogni forma di sentimento.
Perlomeno, era stato così all’inizio.
Pian piano aveva avvertito il ghiaccio che lo avvolgeva sciogliersi, arrendersi ad una verità più forte dello spazio e del tempo, più di qualunque magia.
Lui amava Buffy. Era così, e sarebbe stato così sempre, qualsiasi cosa fosse accaduta.
Questa era una sacrosanta certezza, per Spike. Ciò che davvero l’aveva sconvolto… era proprio lei.
Lei che diceva di amarlo, lei che piangeva a causa sua, lei che lo guardava speranzosa, lei che pendeva dalle sue labbra.
Era pazzesco.
Eppure…
Aveva sempre creduto che avrebbe fatto i salti di gioia, nell’avere una Cacciatrice così arrendevole e compiacente. Ma si era sbagliato.
Ne aveva già avuto una prova, in passato, quando si era divertito a farsi venerare dal BuffyBot… salvo poi rendersi conto di quanto effimera e artificiale fosse quella felicità.
Non voleva una stupida servetta robotica, o una fragile ragazzina accecata dall’amore e con tendenze suicide.
Lui voleva solo la sua Cacciatrice.
Ed era disposto a qualunque cosa per lei.
“Buongiorno”.
Buffy aggrottò la fronte, perplessa. Buongiorno?? Possibile che fosse l’unica cosa che gli venisse in mente di dire??
Si tirò su a sedere, in quello che ormai aveva appurato essere il letto di Spike.
E realizzò tutto ad un tratto d’essere nuda.
Si affrettò a coprirsi con le lenzuola color crema, mentre sul volto pallido del vampiro si dipingeva un ghigno sornione:
“E un po’ tardi, non ti pare?” la punzecchiò, citando la frase che lei stessa gli aveva rivolto, quando…
Buffy arrossì furiosamente: “Che diavolo è successo, Spike?” domandò, mentre il lampo di un sospetto si faceva strada nella sua mente.
Doveva essere opera sua. E di chi altro? Dopotutto, Spike aveva sempre desiderato farsi adorare da lei… e poi, la sua morbosa ossessione…
No. Non era giusto.
Buffy si morse il labbro inferiore. Quell’incantesimo l’aveva aiutata a comprendere molte cose. Aveva capito meglio i sentimenti di Spike… il suo amore che, per quanto irrazionale e contraddittorio, era puramente autentico.
E aveva compreso il suo dolore, quello che lei gli causava tanto spesso, e tanto gratuitamente.
Si era sentita malissimo. E aveva deciso che il minimo che potesse fare, adesso, era rispettare di più le emozioni di quel folle vampiro innamorato.
Prese un respiro profondo, mentre convinceva se stessa a concedergli il beneficio del dubbio: “Voglio dire… come siamo finiti qui?”.
Spike lanciò una rapida occhiata al letto sfatto e alla schiena nuda della sua Cacciatrice, prima di inarcare maliziosamente il sopracciglio sinistro: “Bè, direi che non spetta a me spiegartelo, dolcezza… la mamma non ti ha mai parlato degli uccelli e delle api?” la canzonò, con un sorriso beffardo.
Buffy lo colpì scherzosamente sul braccio, sbuffando: “E piantala di fare lo scemo, dai! Sto solo cercando di capire cos’è successo. Insomma…”. Esitò per un istante.
E se si fosse immaginata tutto? Se fosse stata solo una sua impressione, tutta questa storia della magia? Magari stava davvero smaltendo una sbornia… cosa che avrebbe plausibilmente spiegato la sua presenza nel letto di Spike (nuda, per di più…).
Poi fece una smorfia. Impossibile. I suoi ricordi erano troppo nitidi, troppo reali, perché potesse essersi trattato solo di un sogno.
Sospirò: “Insomma… mi pare evidente che qui qualcuno ci… o forse, mi… ha fatto un incantesimo”.
Spike trasse un intimo sospiro di sollievo. Aveva temuto che Buffy non ricordasse più nulla dell’ultima settimana… e, in quel caso, di certo non gli avrebbe creduto, qualora gliene avesse parlato.
“Si, bè… a quanto pare i tuoi amichetti non hanno perso il vizio di giocare con la magia” commentò, più aspramente di quanto avrebbe voluto. Non aveva ancora perdonato quegli stupidi bambocci per averlo tenuto all’oscuro della resurrezione di Buffy.
Lei tacque per qualche istante. Effettivamente, rimuginò, Willow aveva dimostrato di avere qualche problemuccio con sortilegi e affini… ed era affetta da una chiara dipendenza.
Rammentò il modo in cui aveva messo in pericolo Dawn, e sentì un brivido freddo serpeggiarle lungo il corpo.
Dopotutto, non era così improbabile che Spike avesse ragione.
“Si, ma… perché? Perché i miei amici avrebbero dovuto… fare una cosa del genere?” obiettò, confidando in una spiegazione ragionevole.
Spike fece spallucce: “Non saprei… forse stanno cercando di metterci insieme!” suggerì, con un sorriso che andava da un orecchio all’altro.
Buffy alzò gli occhi al cielo. Avrebbe dovuto aspettarselo. Spike era sicuramente la persona meno indicata, per delle *spiegazioni ragionevoli*: “Oh, certo! Dimenticavo che i miei amici ti adorano. E poi, credi davvero che basti uno stupido incantesimo, per…”.
S’interruppe.
L’espressione sul volto di Spike era cambiata. Era mortalmente serio, adesso: “… per farti innamorare di me, vuoi dire?”. Si rabbuiò. “No. Certo che no” mormorò, torvo, schivando il suo sguardo.
Buffy deglutì piano. Perché le parole di lui le avevano provocato un brivido dalla testa ai piedi?
“…Innamorare di me…”
Quella frase le aveva fatto sentire… qualcosa che non avrebbe dovuto sentire.
Lasciò correre brevemente lo sguardo lungo il corpo di Spike (indugiando involontariamente sull’ampio torace scoperto…), e rabbrividì.
Per un attimo…
Per un attimo aveva rivisto l’uomo che aveva amato più di se stessa, durante quella dannata settimana. L’uomo che poteva farla volare con uno sguardo. L’uomo per cui avrebbe fatto qualsiasi cosa. L’uomo che desiderava tanto da averne paura.
Semplicemente Spike.
Spike che ora la guardava di sottecchi, deluso e intimorito, rassegnato ad una risposta che avrebbe distrutto, ancora una volta, tutte le sue speranze.
Buffy sentì qualcosa spezzarsi, dentro di sé. Quell’espressione… quel dolore… riusciva a sentirlo sulla sua stessa pelle.
Le parole le scivolarono dalle labbra senza che potesse far nulla per fermarle: “Spike… io… mi dispiace. Mi dispiace tanto”.
Spike sgranò gli occhi, basito. Si sarebbe aspettato qualunque cosa, da lei, ma non…
Non questo!
Buffy fuggì il suo sguardo e concentrò la sua attenzione sul bordo delle lenzuola: “Io non… credevo che tu…”.
Alzò timidamente il capo, e le mancò la voce.
Spike restò senza fiato quando vide quei grandi occhi verdi riempirsi di lacrime.
“No… ti prego no… non piangere per
me… non di nuovo… non lo sopporto”.
Si sporse verso di lei e le prese delicatamente il viso tra le mani: “Buffy, amore… ehi… tesoro, che cos’hai?”.
Sentirlo parlare con tanta dolcezza, dopo il maledetto incantesimo appena concluso, era sublime. Buffy si rifugiò tra le sue braccia e pianse in silenzio, cullata dalla sensazione delle mani di lui che le accarezzavano languidamente i capelli.
Spike era spiazzato. Non riusciva a spiegarsi il perché di quell’improvviso sfogo emotivo… ma non aveva importanza. Qualunque cosa fosse successa, sarebbe rimasto al suo fianco, per confortarla e proteggerla.
Fino alla fine del mondo…
La strinse più forte a sé, godendo della splendida sensazione di averla tanto vicina, senza barriere né riserve.
Ma proprio in quel momento Buffy si ritrasse, asciugandosi gli occhi con un gesto impacciato.
Cosa l’era venuto in mente?? Non poteva lasciarsi andare in quel modo… perché, se avesse cominciato, non sarebbe più riuscita a smettere.
Ciò nonostante, non potè fare a meno di ammettere a se stessa quanto fosse stato confortante l’abbraccio di Spike.
Aveva creduto di perderlo. Anzi, l’aveva perso.
Ed era stato orrendamente… destabilizzante.
Spike era una delle poche cose certe che ancora le erano rimaste. Dopo la morte di sua madre, il suo sacrificio, la resurrezione, tutto aveva preso a ruotarle vorticosamente intorno, lasciandola ogni giorno sempre più stordita.
Niente era rimasto com’era.
Solo lui.
Solo i suoi occhi, e il modo in cui la guardavano… con una devozione che sapeva di non meritare.
“Perché mi ami così tanto…?”
“Scusami, io…” Buffy prese un respiro profondo. “Volevo solo dirti… che mi dispiace”.
Spike inclinò leggermente la testa di lato e la guardò senza capire: “Per cosa?”.
La Cacciatrice distolse lo sguardo. Non sarebbe riuscita a parlare, con quegli occhi azzurri puntati insistentemente su di lei.
“Per tutto” mormorò flebilmente. “Perché ti ho ferito. Non lo meritavi”.
Se il suo cuore avesse battuto, pensò Spike, probabilmente si sarebbe fermato in quel preciso istante.
Buffy scosse mestamente il capo, mentre un sorriso amaro le illuminava il volto: “Da quando sono tornata… tutto è così difficile. Tutti si aspettano qualcosa da me. Pretendono che io sia quella di sempre, o… che mi sfoghi, che mi apra con loro. Ma non posso farlo”.
Tirò silenziosamente su con il naso: “Loro non vogliono vedere. Avevi ragione tu, non saprebbero affrontarlo. E io non posso fargliene una colpa. I miei amici… mia sorella… non sanno che cosa significa. Non sanno cosa si prova. Non posso parlarne con loro…”.
Buffy s’interruppe e, spinta da un improvviso coraggio, alzò il capo, incontrando lo sguardo accorato di Spike.
Abbozzò un piccolo, triste sorriso: “Posso parlarne solo con te”.
Spike tremò visibilmente, mentre l’immensità di quella parole lo investiva con l’intensità di un tornado.
Buffy strinse le labbra. Il suo discorso si faceva più difficile: “Tu sei l’unico con cui sento di poter essere me stessa, senza fingere che tutto vada bene. E…”.
Una pausa. Spike pendeva letteralmente dalle sue labbra.
“… mi sei mancato”.
Il suono di quella confessione riempì la cripta, espandendosi in mille, dolcissimi echi.
Spike sembrava aver perso l’uso della parola. Quello che stava accadendo… lei, così tenera, vulnerabile, in quel momento… così sincera.
Era un miracolo.
Buffy spiò timidamente le reazioni alle sue parole. Il sorriso incredulo dipinto sul volto del vampiro la incoraggiò a continuare: “Durante quest’incantesimo, tu eri… così distante. Ed io non sono abituata a… io non volevo… perderti” concluse in un soffio.
Spike si protese di scatto verso di lei, accarezzandole i capelli con la consueta, disarmante tenerezza: “Non mi hai perso, amore. Non mi perderai mai” sussurrò, posando la fronte contro quella di lei. “Dio, Buffy, ti amo così tanto” sospirò, sfiorandole le labbra con le proprie.
Quelle parole le diedero un brivido. Non pensava che sarebbe mai arrivato il giorno in cui sarebbe stata lieta di sentirle.
“Dimmelo ancora” pregò, il respiro affannoso nella ricerca della bocca di lui.
Spike la baciò con tutta l’appassionata devozione di cui era capace: “Ti amo, passerotto, ti amo”.
Buffy sentì che stava per perdersi. Precipitò nella fame di lui: “Ancora” gemette, stringendo a sé quel corpo che ancora sapeva di loro.
Spike lasciò correre le mani lungo la schiena nuda della sua Cacciatrice, sospirando sulle sue labbra: “Ti amo, Buffy”.
Lei scostò con impazienza la seta chiara che li divideva, per poi lasciarsi andare contro quel muscoloso torace, i loro corpi nudi finalmente a contatto. Lo spinse a sdraiarsi e scivolò su di lui, catturando la sua bocca nel più ardente dei baci.
Mentre riscopriva l’emozione di sentirsi ancora amata e protetta, perdendosi in quella dolce danza di sensi, Buffy si trovò a capitolare con se stessa.
Qualcosa di tanto perfetto non poteva essere il frutto di un’ossessione.
Ciò che di più splendente in quella cripta scaturiva dall’unione dei loro corpi, poteva dipendere solo da una cosa.
Una piccola, pazza cosa chiamata amore.
Buffy chiuse gli occhi e sospirò.
Era stato meraviglioso, proprio come le ultime notti. Ma ora c’era qualcosa di diverso, che rendeva magica la loro unione.
Spike rotolò pigramente su di un fianco e le si avvicinò, cingendole possessivamente la vita con un braccio.
Buffy accarezzò la fredda mano insinuata con sensualità sotto le lenzuola ancora calde di passione. Solo ora che rientrava in pieno possesso dei suoi ricordi si rendeva conto di quanto le fosse mancata quella tenerezza, nei loro ultimi incontri. Durante i giorni di quell’incantesimo l’aveva cercata, bramata, desiderata, inutilmente. Voleva amore, e aveva ottenuto solo sesso.
Perlomeno, all’inizio.
Sorrise istintivamente, ripensando alla gioia selvaggia provata a quell’incerto “Io credo d’amarti”. E adesso, dopo esserne stata privata, le premure di Spike le sembravano più preziose.
Sentì le labbra di lui scendere a sfiorarle l’orecchio: “Sei stata stupenda” sussurrò, scivolando lungo l’incavo del suo collo per posarvi un lieve bacio.
Buffy rabbrividì di piacere e si voltò per guardarlo in faccia: “Che ore sono?” domandò, la voce fioca per la spossatezza.
Ancora piacevolmente sprofondato nel suo collo, Spike mugolò: “Uhmm… è ancora presto!”.
Buffy sorrise tra sé e si scostò da lui, invitandolo ad alzare la testa: “Presto… quanto?” sbuffò, fintamente seccata.
Spike arricciò le labbra, contrariato: “Saranno le sette, più o meno” borbottò, giocherellando con una ciocca di lunghi capelli biondi abbandonata sul guanciale.
Buffy sgranò gli occhi: “Le sette??”.
Si tirò su di scatto, strappando al suo amante un gemito di frustrazione: “E’ tardissimo, Dawn sarà già in piedi!” esclamò, sgusciando via in fretta dal letto.
Spike sbuffò sonoramente e si lasciò andare contro il cuscino, intrecciando le mani dietro la nuca. “Dio, Briciola, in questo momento potrei farti molto, molto male!” non potè fare a meno di pensare.
Buffy si infilò rapidamente la biancheria, pettinandosi i capelli con le dita nel vano tentativo di cancellare i segni della nottata. Trovò i suoi vestiti e l’indossò alla svelta, ignorando i borbottii di protesta di Spike.
Quando fu pronta, si bloccò alla base delle scale che portavano al piano di sopra, indecisa sul da farsi.
Dirgli “Arrivederci e grazie!” dopo la splendida notte di comunione condivisa, suonava decisamente squallido. E non se la sentiva di congedarsi con un pugno, come l’ultima… bè, come la prima volta.
Quindi, cosa?
Esitò per qualche momento.
Spike la scrutò con attenzione. Era pronta ad andare… ma per qualche ragione non lo faceva. Sembrava in attesa di qualcosa. Forse si aspettava che fosse lui a salutarla?
“Credevo che avessi molta fretta” osservò, nel tono più neutro possibile.
Buffy si mordicchiò leggermente il labbro inferiore: “Già… è solo che… Volevo ringraziarti” mormorò, imbarazzata.
Spike contrasse la mascella, irritato.
Lo stava ringraziando per la bella scopata? Bè, non gli andava di essere il suo stallone!
“Figurati, tesoro. E’ stato un piacere!” sbottò, senza curarsi di nascondere l’indignazione.
Buffy s’insultò mentalmente per la scarsa sensibilità dimostrata. Decise di rimediare: “E volevo dirti…”.
Una breve pausa. Occhi negli occhi.
“… che sono stata bene, con te” sussurrò, pregando che la sua frase non venisse fraintesa.
Non voleva che fosse interpretata come un omaggio alle sue (indubbie) capacità amatorie… quanto piuttosto come una dimostrazione di gratitudine per la comprensione che le aveva riservato nell’ascoltare il suo sfogo.
Spike parve capire. Sorrise, un sorriso sincero, stavolta: “Ne sono contento. Anch’io sono stato bene”.
Bene? Bene?
Quella notte aveva conosciuto il paradiso.
Inclinò lievemente il capo di lato: “Vieni quando vuoi. Io ti aspetto” disse, e non c’era malizia nelle sue parole.
Buffy sorrise, rincuorata.
In qualche modo, lo sapeva. L’aveva sempre saputo. Lui era la sua certezza.
Si avvicinò al letto, e un’ondata del suo profumo investì Spike, inebriandone i sensi.
“Dio, amore, sei così bella…”
Quando fu abbastanza vicina da poterlo toccare, Buffy si chinò sul viso del vampiro e gli accarezzò timidamente una guancia.
Spike socchiuse gli occhi, perdendosi nell’immensa sensazione della mano calda della Cacciatrice sul suo volto. Portò istintivamente la propria mano su quella di lei, per prolungare il più a lungo possibile quel delicato contatto, e sospirò lievemente.
Buffy sorrise di quell’estatica espressione, pensando che mai nessuno aveva reagito in quel modo ad una sua carezza.
O ad un suo bacio.
Le sue labbra incontrarono quelle di Spike, dapprima con struggente dolcezza, poi con sempre maggior trasporto, mentre, inspiegabilmente, il suo cuore prendeva a battere più forte.
Spike osò passare una mano fra le soffici ciocche bionde della sua Cacciatrice, attirandola delicatamente a sé. Le sue labbra, così tenere e morbide, erano ormai tutto ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere.
Buffy si ritrasse lentamente, il respiro irregolare. Sapeva che Spike poteva sentire il battito frenetico del suo cuore, e la cosa la metteva un po’ a disagio.
Ma lo sguardo che lui le rivolse la rasserenò. I suoi occhi azzurri brillavano, come si fossero appena posati su qualcosa di magico e splendido.
Gli sorrise: “Ci vediamo, Spike” mormorò, tirandosi su con un gesto aggraziato.
Lui ricambiò il sorriso, rapito: “Ci vediamo, dolcezza”.
Buffy gli voltò le spalle e s’incamminò verso la scala.
Un’ultima occhiata, come a voler imprimere nella mente l’immagine di quel vampiro assurdamente innamorato. Un piccolo sorriso, tutto per lui, ad incresparle ancora le labbra.
E poi se ne andò.
Spike restò a guardare finché la figura sottile ed elegante non scomparve oltre la botola, inghiottita dall’oscurità del livello superiore.
Si lasciò andare contro il cuscino, sfiorando le lenzuola ancora pregne del suo odore. Odore forte e dolce, di donna e di bambina, di Cacciatrice e di Buffy.
Sorrise senza accorgersene.
Qualcosa d’incantevole era accaduto, e sapeva di non essere l’unico ad averlo notato.
Avrebbe serbato per sempre il ricordo di quei sorrisi, di quelle lacrime, di quei baci e quelle carezze, ma niente, niente sarebbe mai stato più vivo, nella sua memoria, di quell’ultimo sguardo.
Lei non l’aveva mai guardato in quel modo. Nessuno l’aveva mai guardato in quel modo.
Non poteva fare a meno di pensare che quell’incantesimo, dopotutto, avesse davvero cambiato le cose.
E, ancora una volta, si chiese a chi spettasse il merito di quella magica settimana.
I suoi piccoli occhi scuri seguirono i movimenti fluidi della bionda Cacciatrice.
Stava allontanandosi a passo svelto dal piccolo edificio di pietra dove aveva trascorso la notte, in dolce compagnia del suo nemico naturale.
Sorrise, scrollando debolmente il capo.
Qualcosa non era andato come previsto. Il sortilegio era stato spezzato senza apparente ragione, in modo inconcepibile.
In tanti secoli d’onorata carriera non era mai successo che un incantesimo venisse annullato senza il suo diretto consenso.
Se non altro, considerò, lasciava la professione dopo aver esaudito il più improbabile dei desideri.
L’esile figura incappucciata sorrise un’ultima volta, prima di voltarsi e gettarsi alle spalle la piccola cripta e il suo abitante. S’incamminò senza fretta verso il tiepido sole mattutino, che pareva splendere più brillante del solito sulla mistica Sunnydale.
Una città dove il più piccolo desiderio può cambiare la tua vita.
Fine.