Title: Trust

Author: **Ardespuffy**

Written: estate 2006/estate 2007

Disclaimer: tanto per cambiare, tutto appartiene a Whedon, alla FOX e alla ME, fatta eccezione per alcuni personaggi di mia invenzione

Feedback: vi adoro sissine! eres.adia@alice.it o eres.adia@yahoo.it

Pairing: … c’è davvero bisogno di dirlo?

Time: quasi due anni dopo “Chosen”. E’ il seguito della mia precedente fanfic, **Fate**, ma si può leggere indipendentemente.

Spoiler: uhm… naah!

Rating: NC17 for adult contents.

Subject: Buffy e Spike vivono sereni la loro Seconda Possibilità. Ma i fantasmi del passato ritornano sempre…

 

 

********

 

 

Cleveland, Ohio – Just An Ordinary Day

 

“Spiegamelo di nuovo, perché proprio non ci arrivo”.

Spike si poggiò contro lo stipite della porta, un’espressione vagamente contrariata sul viso.

Buffy sospirò: “Lo sai che ho bisogno di soldi. Questa casa mi porta via un mucchio di denaro, e poi ci sono tutte le spese, e…”.

Spike alzò gli occhi al cielo, sbuffando: “Hai già il lavoro in palestra, per questo! E poi c’è quello che hai messo da parte quando hai lasciato l’Europa” insisté.

Buffy fece una smorfia: “E tu credi che mi basti?” domandò, scettica. “Il prossimo anno Dawn andrà al college, e allora ci saranno anche le rate semestrali di cui occuparsi. Spike, questi soldi mi servono” concluse, rassegnata.

Gli si avvicinò e lo abbracciò, allacciandogli le braccia intorno al collo: “Credi che a me faccia piacere snervarmi cinque ore al giorno in un buco di negozio, dopo aver appurato che quello di commessa non è proprio il mio mestiere?” sospirò stancamente. “Ma non ho altra scelta” si affrettò ad aggiungere.

Spike la strinse a sé, ma senza smettere di brontolare: “E va bene, Wonder Woman! Fa pure tutto da sola! Tanto, a chi importa se il tuo ragazzo si caverebbe un occhio, per te!” borbottò.

Buffy sorrise e gli accarezzò i capelli: “Tesoro, lo so che posso contare su di te. Ma è una faccenda personale, una sfida, capisci? Devo farcela da sola” sentenziò, negli occhi la luce della determinazione.

Spike ricambiò il sorriso, suo malgrado: “Un’altra di quelle dannate Cose da Cacciatrice, giusto?” chiese, inarcando beffardamente il sopracciglio sinistro.

Buffy ridacchiò: “Già! Che vuoi che ti dica… deformazione professionale!” si giustificò, e poi si protese verso le sue labbra, baciandolo dolcemente.

Spike approfondì il bacio e la strinse a sé, godendosi la sensazione di quel corpo sottile e flessuoso contro il proprio.

Dio, era meravigliosa.

Quasi non riusciva a credere di aver avuto tanta fortuna.

Dopo la resurrezione, non aveva mai perso la speranza di ritrovare la sua Cacciatrice. Ma, quando aveva scoperto la sua relazione con quel demone senza nome, aveva cominciato a temere di doversi rassegnare.

Fin quando, grazie ad una fortunata macchinazione del destino, non era venuto a conoscenza del suo ritorno negli U.S.A. Così, senza pensarci due volte, aveva mollato tutto ed era partito. Per raggiungere la donna della sua vita.

Ed eccoli lì, insieme, nonostante tutto.

“Beccati questa, Capellone!” pensava, ogni volta che ricordava le intrusioni di Angel.

Buffy si scostò gentilmente da lui e si sciolse dall’abbraccio: “Devo scappare, sono già in ritardo. Assicurati che Dawn abbia con sé il pranzo, prima di accompagnarla, ok? Altrimenti finisce come martedì scorso, quando siete dovuti tornare indietro all’ultimo minuto” lo rimproverò, ma con il sorriso sulle labbra.

Non c’erano più ombre sul suo bel viso.

Era tornata alla luce. Era tornata alla vita.

Insieme a lui.

Spike mise su uno dei suoi più tipici bronci: “Devi proprio andare?” domandò, col tono di un bambino abbandonato che vede per la prima volta sua madre uscire senza di lui.

Buffy roteò gli occhi, ostentando esasperazione: “Dobbiamo discuterne ancora?” protestò, dirigendosi verso l’ingresso a passo spedito.

Spike la seguiva con l’entusiasmo di un condannato al patibolo: “Cerca solo di tornare presto, d’accordo?” mugolò, in tono deluso.

Buffy sorrise tra sé e si avvicinò alle scale che portavano al piano superiore: “Dawn??!! Muoviti, farai tardi a scuola!” gridò, impaziente.

Sfrecciò nuovamente verso l’ingresso e si fermò all’appendiabiti. Dopo una breve esitazione, scelse una giacchetta color crema con la zip sul davanti, perfetta per i primi giorni di un tiepido settembre.

Finalmente pronta, si voltò verso Spike: “Io vado. Tira giù Dawn con la forza, se necessario, e cercate di non fare tardi, va bene? E non correre!” lo ammonì, ben consapevole della passione del suo uomo per l’alta velocità.

Spike sospirò ed annuì con aria teatrale: “Come vuoi, capo! Tu, piuttosto, non trattenerti a fare conversazione come l’altra volta, intesi? Ricorda che ti voglio qui subito dopo pranzo!” la redarguì, in un tono che non ammetteva repliche.

Buffy sorrise e lo baciò lievemente su una guancia: “Come vuoi tu, Mister Apatico!” esclamò, rivolgendo poi le proprie attenzioni alla bocca di lui.

Spike la baciò appassionatamente, stringendola con foga, e Buffy dovette lottare contro sé stessa per convincersi a fermarlo.

“Vado!” ribadì, aprendo con slancio la porta d’ingresso. Fece per uscire, ma sembrò ricordarsi improvvisamente di una cosa, e tornò sui suoi passi.

Si fermò dinanzi a Spike e gli scompigliò affettuosamente i capelli: “Ti amo” fu tutto ciò che gli disse, prima d’infilare la porta ed allontanarsi.

Spike restò fermo sulla soglia a guardarla camminare, incantato dal modo in cui la luce dorata del giorno metteva in risalto la naturale bellezza del suo magico angelo.

“Ti amo anch’io, passerotto” sussurrò, mentre un sorriso involontario gli si dipingeva in volto.

C’erano cose a cui non avrebbe mai fatto l’abitudine. Stare alla luce del sole, per esempio. O mangiare cibo normale, senza più quell’asfissiante dipendenza dal sangue. Oppure, ancora, vedere la sua immagine riflessa nello specchio, dopo oltre un secolo di vanità alla cieca.

Ma, sopra ogni altra cosa, ciò cui non si sarebbe mai abituato era l’amore di Buffy.

Perché *fare l’abitudine* diventa spesso sinonimo di *dare per scontato*; e lui non sarebbe mai riuscito a dare per scontato qualcosa che tanto aveva desiderato, e che aveva ottenuto dopo tanto tempo e dolore.

Rimase lì, sul portico, inondato dalla luce del giorno, ad osservare quella piccola ed aggraziata figuretta bianca discendere il vialetto d’accesso, finché questa non scomparve all’orizzonte.

Solo allora si sentì libero di rientrare in casa. E, nel chiudersi la porta alle spalle, realizzò improvvisamente una cosa che gli riempì il cuore di gioia.

Quella mattina, la sua Raggio di Sole non aveva mai smesso di sorridere.

 

 

********

 

Dirty Secrets

 

“Buon giorno a tutti!”.

Buffy sorrise ai suoi nuovi colleghi, sperando che un bel po’ di cordialità riuscisse ad evitarle una ramanzina per il ritardo.

Molly le restituì il sorriso con aria vagamente assente, come se neanche la conoscesse. Derek, invece, parve letteralmente illuminarsi al suo ingresso:

“Buongiorno, Buffy! Più radiosa del solito, vedo!” la accolse, abbozzando un cerimonioso inchino.

Lei si concesse il lusso di sorridergli, civettuola. Non poteva negarlo: era lusingante sentirsi ancora ammirata da qualcuno, soprattutto se si trattava di un bel giovanotto bruno e abbronzato come Derek Hayes.

Era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva flirtato con un uomo, rammentò, non senza una punta di rimpianto. Alla fine della sua storia con l’Immortale, aveva lasciato Roma e i suoi fascinosi abitanti per rintanarsi all’ennesima Bocca dell’Inferno, dove gli unici esemplari maschili mai adocchiati avevano squame e/o zanne.

Fino all’arrivo di Spike.

Buffy non potè fare a meno di sorridere; e non per Derek, stavolta, ma per quello strampalato, sexy biondino platinato che l’aspettava a casa.

Quante altre donne potevano vantare una fortuna del genere??

“Buffy…? Hai sentito cosa ti ho detto?” la richiamò Derek, strappandola alle sue fantasie.

Cadde dalle nuvole: “Oh… scusami, no… ero soprappensiero”.

Derek le sorrise: “Ho detto che il Grande Capo ti aspetta di là, nel suo ufficio. Vuole parlarti” annunciò.

Buffy impallidì di colpo. La sua (scarsa, a dir il vero) esperienza le insegnava che non era mai un buon segno essere convocati dal capo, se non in tempo di paga: “Oh… d’accordo. Bene. Vado” farfugliò, dirigendosi verso il retro della piccola bottega.

Dopo l’atroce avventura da commessa al Magic Box, anni prima, si era ripromessa che mai più, per nessuna ragione al mondo, avrebbe accettato di lavorare in un negozio. Ma le cose erano cambiate, da allora. Come aveva cercato di far capire anche a Spike, uno stipendio supplementare faceva sempre comodo, e in particolare nelle sue – tutt’altro che floride – condizioni economiche.

E poi, il sig. Finnigan, il proprietario del bazar, si era dimostrato una persona davvero squisita: gentile, paziente e generoso, incarnava alla perfezione il modello di Datore di Lavoro Ideale.

Non poteva perdere quel posto. Non dopo una sola settimana. Non aveva neanche ricevuto la sua prima paga!

Rassegnata (e preoccupata), raggiunse la porta dell’ufficio e bussò timidamente. Quando ottenne risposta, ruotò il pomello d’ottone e scomparve oltre la porta color ciliegio.

 

Derek seguì i suoi movimenti con gli occhi e sorrise.

Buffy Summers era davvero un bel bocconcino. Finnigan aveva avuto un puro colpo di genio, assumendola. Era passato un po’ di tempo dall’ultima volta che aveva avuto una collega tanto giovane, bella e compiacente.

Se lo sentiva nelle ossa: quella era una che ci stava, eccome se ci stava! Lo si capiva dal modo in cui sorrideva, con l’aria furbetta di chi la sa lunga.

Derek sogghignò senza accorgersene. La piccola voleva farsi sbattere? Bè, sarebbe stato felice di accontentarla!

Il suo corpo stava giusto iniziando a rispondere a quegli stimolanti pensieri, quando una voce li intercettò bruscamente:

“Non ci provare, Hayes. Non ci pensare nemmeno”.

Molly Sanderson lo incenerì con un’occhiata, gli occhi color nocciola che lampeggiavano sdegnati: “Non te lo permetterò, questa volta. Devo ricordarti com’è andata a finire con quella tedesca?” sbottò, le mani strette a pugno.

Era furiosa. In passato non aveva potuto far altro che restare a guardare, impotente, mentre tutte quelle ragazze, sue coetanee o anche più giovani, subivano le… angherie di Derek.

Ma, se c’era qualcosa che poteva fare, per impedire che quell’incubo si ripetesse ancora, bè, l’avrebbe fatto.

Derek le rivolse lo stesso sguardo disgustato di cui avrebbe degnato un insetto: “Il mondo sarebbe un posto migliore se tu fossi muta, lo sai?”.

Molly sembrò ignorarlo: “E’ americana quanto me, Derek. Il vostro lurido giochetto non può funzionare con lei” ringhiò, gli occhi lucidi per la rabbia.

Derek la fissò in cagnesco: “Chiudi quella fogna!” l’apostrofò. “E piantala di fare la santarellina! Ci sei dentro anche tu, e fino al collo” aggiunse, truce.

Si mosse nella sua direzione, raggiungendola nel suo angolino sicuro, dietro la cassa. Molly rabbrividì, inquieta.

Quando fu abbastanza vicino, Derek si chinò su di lei, un orribile ghigno stampato sul volto: “Rassegnati, tesoro. Siamo sulla stessa barca, e tu sai di che parlo” la redarguì, nel suo tono più minaccioso.

Molly deglutì silenziosamente, gli occhi sbarrati per l’angoscia.

Aveva ragione lui. Per quanto detestasse ammetterlo, aveva ragione. Era stata trascinata in quell’odiosa faccenda contro la sua volontà, e non c’era nulla che potesse fare per venirne fuori.

Nulla.

Derek sorrise malignamente: “Bene. Vedo che siamo tutti d’accordo” commentò, brioso.

Le voltò le spalle e fece per allontanarsi, ma sembrò avere un ripensamento e tornò sui suoi passi. Quando le fu di nuovo davanti, si decise a parlare: “Tanto perché tu lo sappia, comunque, non ho intenzione di praticare il mio… com’è che lo chiami? Lurido giochetto, con Buffy” dichiarò, col tono secco di chi si sente accusato ingiustamente.

Molly trasse un sospiro di sollievo, ringraziando mentalmente ogni divinità conosciuta per aver ascoltato le sue preghiere, quando una gelida risata distrusse ogni sua speranza.

I freddi occhi grigi di Derek brillavano di una luce inquietante, mentre terminava beffardamente la frase:

 

“Sarà lei a giocare con me!”

 

 

********

 

The Houseman

 

Spike si stava annoiando a morte.

Dopo una strenua lotta, era riuscito a trascinare Briciola a scuola; ma avevano dimenticato il pranzo – amorevolmente preparato da Buffy – ed erano stati costretti a tornare indietro.

Risultato? Nonostante avesse guidato il più velocemente possibile, ignorando piccolezze come semafori e cartelli stradali, erano arrivati in ritardo, e si erano beccati (entrambi) una sonora ramanzina dalla professoressa di Dawn, l’Orrida Braithwaite.

Molti “Non si può andare avanti in questo modo!” e “In questa scuola ci sono delle regole da rispettare!” dopo, la vecchia mummia si era decisa a lasciarlo andare, e così Spike era tornato a casa, accompagnato da una meravigliosa emicrania.

Solo che adesso non aveva assolutamente nulla da fare.

Benché passasse quasi tutto il suo tempo libero (che era decisamente tanto) spulciando giornali e navigando in rete, non era ancora riuscito a trovare un lavoro adatto a lui.

Dopotutto non aveva un gran bel curriculum. Per oltre un secolo la sua professione era stata uccidere, ed era l’unica cosa che gli riuscisse davvero bene.

Le cose non erano cambiate neppure alla Wolfram&Hart. Le modalità erano diverse, certo, e veniva regolarmente pagato; ma pur sempre di omicidi si trattava.

Con dei trascorsi tanto rassicuranti alle spalle, quale imprenditore con un minimo d’istinto d’auto-conservazione sarebbe stato lieto di offrirgli un impiego?

Da quel punto di vista, doveva ammetterlo, L.A. gli mancava. Gli mancava il lavoro, i clienti, le loro strane e perverse richieste; gli mancavano i colleghi (di certo non Angel!) e, soprattutto, gli mancava l’azione.

Non era nella sua indole starsene in panciolle tutto il santo giorno. Per lo meno, non da quando era diventato umano. Ogni notte accompagnava Buffy nella ronda, e le dava una mano con l’addestramento di quella Cacciatrice di cui si occupava, Madison.

Ma non era abbastanza.

Aveva viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visto e fatto ogni genere di cose. Diamine, aveva anche sventato un paio d’Apocalissi! Non gli riusciva facile rinunciare a tutto questo, alla sua amata danza, in cambio di una vita così tragicamente normale.

Per carità, era pazzo di Buffy. Avrebbe fatto qualunque cosa, sarebbe andato in capo al mondo se solo gliel’avesse chiesto. E adorava Briciola: gli piaceva accompagnarla a scuola, al mattino, anche se ogni volta finivano con l’arrivare tardi.

Solo che quella non era la vita per lui.

Aveva un bisogno disperato di lavorare. Non voleva starsene tutto il giorno in casa a rigirarsi i pollici e, più di ogni altra cosa, non voleva gravare sulle spalle di Buffy.

Il solo pensiero che fosse stata costretta a fare la commessa – un lavoro al quale era notoriamente allergica – per provvedere anche al suo sostentamento lo atterriva.

Quando si era offerto di sostituirla al negozio o in palestra, Buffy aveva categoricamente rifiutato. Ma lui non aveva alcuna intenzione di arrendersi: se non fosse riuscito a trovarsi un impiego per conto proprio, avrebbe rubato quello della sua donna. Era più che deciso.

Lanciò l’ennesima occhiata truce all’orologio.

Fortunatamente, rimuginò, Buffy sarebbe tornata a casa a momenti.

 

 

********

 

Dating The Boss

 

Driiin.

Spike alzò distrattamente lo sguardo dalla rivista d’annunci che stava sfogliando e fissò il telefono.

Driin.

Accigliato, si alzò di scatto e raggiunse l’apparecchio.

“Casa Summers…”.

“Tesoro?”.

Spike sussultò per la sorpresa: “Buffy? Cos’è successo? Va tutto bene?”.

La ragazza lo interruppe precipitosamente: “Tranquillo, è tutto ok. Ho chiamato solo per avvertire che farò tardi” aggiunse, in tono misterioso.

Spike cercò di ignorare la sensazione di pugno allo stomaco che scaturì da quelle parole: “Come tardi? Perché?” protestò, sospettoso.

Buffy parlava in fretta: “Il mio capo, il sig. Finnigan… mi ha invitata a pranzare con lui. Dice che vuole vedermi a tu per tu” spiegò, abbassando impercettibilmente il tono della voce per non farsi sentire da Derek, che bighellonava nei paraggi.

Spike s’irrigidì d’istinto: “E questo che significa? Perché dovrebbe voler vedere proprio te?” sbottò, stringendo più forte la cornetta tra le dita senza avvedersene.

Buffy roteò gli occhi, esasperata: “Per amor del cielo, Spike! E’ il mio capo! Avrà cinquant’anni anni, forse di più. Vuole solo scambiare due parole con me lontano da occhi indiscreti. Non mi sembra così tragico!” obiettò, divertita dalle vibrazioni di puro odio che poteva sentir filtrare dal telefono.

“Si, ma… ma… non puoi andarci a pranzo! Insomma, questo qui potrebbe essere chiunque! Potrebbe essere un criminale! Un serial killer. Uno squilibrato” insistè il biondo, rasentando la crisi di nervi.

La Cacciatrice (l’unica… per sempre…) sbuffò, seccata: “Si tratta solo di un’oretta, niente di più. E comunque, devo forse ricordarti con chi stai parlando?? Anni ed anni alla Bocca dell’Inferno, e tu credi davvero che non sappia difendermi da un aggressore qualunque?” chiese, a metà tra l’incredulo e l’indignato.

Spike sporse il labbro inferiore in un accenno di broncio: “Non sto dicendo questo… E’ solo che… Mi manchi tanto” mugolò, odiando ferocemente la voce da checca che aveva appena pronunciato quelle parole.

Buffy prese un profondo respiro e si morse il labbro. Dio, come faceva a farla sciogliere anche solo per telefono??

Sentendosi orrendamente in colpa, argomentò: “Lo so… e anche tu mi manchi tanto, ma…”.

S’interruppe. “Farò presto. Te lo prometto”.

Spike sospirò teatralmente: “E va bene. D’accordo. Và pure se vuoi. Ma non aspettarti di trovarmi…”.

Non ebbe neanche il tempo di finire la frase che Buffy lo interruppe di nuovo: “Oh, fantastico! Sapevo che avresti capito! Ci vediamo più tardi, amore… devo scappare. Ti amo” concluse alla velocità della luce, guardando preoccupata l’orologio.

Riagganciò.

“Cos… Buffy?! No!”.

Spike restò di stucco con la cornetta ancora in mano, sentendosi un completo idiota per la millesima volta, quel giorno. “Oh, al diavolo!” imprecò bruscamente, e sferrò un potente calcio al tavolino da caffè…

…che si ribaltò, rovesciando interamente il suo contenuto sul pavimento.

Spike restò a guardare, impotente, l’allargarsi della macchia di cappuccino sulle piastrelle, e sospirò.

Non poteva che considerarlo un cattivo presagio.

 

“Buffy? Allora, sei pronta, cara?”.

Buffy spense il telefono cellulare e sorrise cordiale: “Certo, mi scusi. Possiamo andare” annunciò allegramente.

Il sig. Finnigan le porse il braccio con un caloroso sorriso dipinto in volto: “Dopo di te, tesoro”.

I due si incamminarono insieme fuori il piccolo negozio d’antiquariato, chiacchierando amabilmente.

Ma, se Buffy non fosse stata troppo impegnata nel tentativo di riuscire simpatica al suo capo, avrebbe sicuramente notato un fisso sguardo argenteo che li seguiva passo passo…

 

 

********

 

Conversations With Friendly People

 

“Era semplicemente squisito!”.

Arthur Finnigan sorrise compiaciuto: “Lieto che sia stato tutto di tuo gradimento, cara! E’ sempre un piacere portare a pranzo qualcuno che sappia cosa significhi onorare la tavola, di tanto in tanto” aggiunse, con un velo di bonaria derisione nella voce.

Buffy arrossì all’istante, sentendosi improvvisamente in imbarazzo per il bis di torta alla frutta che aveva ordinato: “Uh… ehm bè, sa com’è… mia madre diceva sempre che è da criminali prendere una sola porzione di dolce, se se ne possono avere tante!” si giustificò debolmente.

Fortunatamente Finnigan la tolse da ogni imbarazzo con una sonora risata: “Saggia donna tua madre!” commentò, in preda all’ilarità.

Per un attimo Buffy temette che quell’affermazione precedesse un lungo terzo grado sulla sua famiglia, cosa assolutamente sconsigliabile data la storia dei Summers.

Ma, per buona sorte, il suo interlocutore si riprese e lasciò cadere l’argomento: “Sai, mi ha fatto davvero piacere parlare un po’ con te a quattr’occhi, Buffy” cominciò, con un sorriso pacato ad increspargli il volto. “Amo instaurare un rapporto quanto più… come dire… intimo, con i miei dipendenti” spiegò, giocherellando distrattamente con il cucchiaino da caffè.

Buffy assentì quasi senza accorgersene, mentre Finnigan proseguiva: “Insomma, voi siete giovani, mentre io vivo i miei anni d’argento chiuso in un negozio d’’anticaglie… di tanto in tanto ho bisogno di sentirmi un po’ meno senile” disse, in un tono di comica malinconia.

Buffy ridacchiò: “Io non credo che lei sia vecchio. Voglio dire, è una parola grossa! Piuttosto, mi ricorda qualcuno…”. La Cacciatrice socchiuse gli occhi: “… un caro amico che… conoscevo”.

Non potè impedirsi di rabbuiarsi in volto, ripensando all’uomo che, per sette anni della sua vita, era stato né più né meno che un padre, per lei.

 

“La Cacciatrice… caccia… e l’Osservatore…”

“Osserva?”

 

Art Finnigan sorrise con calore: “Dev’essere stata una persona importante per te, e questo mi lusinga” commentò pacato, guadagnandosi un sincero sorriso di gratitudine.

L’arrivo del cameriere con il conto – che Buffy non ricordava neppure fosse stato richiesto – li distolse dalla conversazione. Dopo aver pagato, l’uomo la condusse verso la sua lussuosa berlina.

Buffy non potè fare a meno di considerare un po’strano il fatto che un semplice bottegaio potesse permettersi un’auto del genere; ma non disse nulla, e accettò di buon grado un passaggio a casa.

 

Non vedeva l’ora di tornare tra le braccia del suo casalingo preferito.

 

 

********

 

The Endless Waiting

 

Tu-tu. Tu-tu.

Spike sbuffò e riappese il ricevitore.

Il viso infantile di Dawn apparve in cima alle scale: “Ancora niente?”.

Il biondo scosse mestamente la testa: “E’ sempre staccato”.

Dawn si morse il labbro inferiore e lo raggiunse, allungandogli una piccola pacca consolatoria sul braccio: “Coraggio papino. Smettila di fare il fidanzato geloso e torna a poltrire. Buffy sarà qui a momenti”. Gli sorrise con aria furba: “E quando arriverà, potrai finalmente darle la bella notizia!”.

Spike roteò gli occhi, sorvolando su quell’irritante *papino* che la piccola amava tanto: “A dir il vero non sono poi così certo che la considererà una bella notizia. Ho sempre pensato che in fondo le piacesse essere l’unica” confessò, sorridendo tra sé per gli infiniti doppi sensi che quell’affermazione poteva scatenare.

Dawn scosse la testa con una risatina, per poi sparire al piano di sopra, dove il suo adorato Giul…*i compiti* l’attendevano, lasciando il quasi-cognato in piena autocommiserazione.

“Se essere umano significa diventare un’altra Checca, allora tanto valeva restare un vampiro!” pensava di tanto in tanto; ma la possibilità di perdere ancora l’amore per via della sua natura era fuori discussione.

Spike si lasciò cadere sul divano e sospirò. La latitanza di Buffy gli aveva tolto anche la gioia di quella buona notizia che aveva da darle. Ma, ehi, aveva ragione Briciola: inutile continuare a rimuginare. In fondo, era solo andata fuori col suo capo. Non ad un rave party per nudisti.

 

Eppure, il suo istinto non gli suggeriva nulla di buono.

 

 

********

 

Break Out

 

“Ora basta. Io vado a cercarla”.

Spike era fuori di sé. Erano passate due ore, e di Buffy neanche l’ombra. Persino Briciola cominciava ad avere paura.

Per un attimo aveva pensato di rivolgersi alla polizia; ma aveva abbastanza esperienza da sapere che, entro le 24 ore dall’ultimo contatto, una persona non poteva ritenersi scomparsa. O almeno, questa era la scusa delle autorità per lavarsene le mani.

Ma, dannazione, Buffy era scomparsa. Il cellulare era sempre staccato, e il negozio chiuso da un pezzo.  Persino in palestra non si era vista, e Madison era all’oscuro di tutto.

Il suo istinto continuava a mandargli segnali impazziti. Doveva agire, e subito.

Spike afferrò con impeto la giacca dall’appendiabiti e si rivolse a Dawn un’ultima volta: “Tu stai qui, e avvisami subito nel caso telefoni”. La piccola annuì, e Spike aprì la porta.

 

Rivelando Buffy.

 

Era irriconoscibile. Se ne stava in piedi sulla soglia, tremante, il trucco sciolto sulle guance e gli occhi vitrei. A giudicare dal modo in cui si teneva il braccio, sembrava ferita.

Spike sgranò gli occhi, mentre una miriade di piccoli aculei lo trapassava:

“Buffy… mio dio… amore, cos’è success…?”.

Non fece in tempo a sfiorarla. Buffy allontanò di scatto la sua mano, in un atto che poteva definirsi solo… terrorizzato.

Poi, accadde in un attimo. Lo superò rapidamente, corse in casa e si rintanò al piano di sopra, piangendo a dirotto.

“Buffy!”.

Dawn era interdetta. Restò per un attimo a fissare il punto su per le scale in cui la sorella era sparita, poi si voltò verso Spike.

Era ancora immobile sull’uscio, la porta aperta. Negli occhi, la più pura espressione di dolore che avesse mai ritenuto possibile vedere.

Dawn si morse il labbro: “Vado io” mormorò semplicemente, sapendo che lui avrebbe capito. Si voltò e iniziò a salire lentamente le scale, lottando per mascherare l’angoscia che le opprimeva il cuore.

Spike era interrotto. Il suo intero essere aveva subito una battuta d’arresto, nel momento in cui Buffy aveva respinto la sua mano.

Occhi.

I suoi occhi.

Non li aveva mai più visti in quel modo. Non più, dopo la notte che aveva cambiato i loro destini per sempre.

 

“Chiedimi di nuovo perché non potrei mai amarti!”

 

Aveva fatto di tutto. Aveva provato, davvero, a gettarsi quella fetta del suo passato alle spalle. Ma i suoi antichi demoni non l’avevano mai abbandonato pienamente.

Quell’unico sguardo di lei li aveva risvegliati dal loro torpore.

Chiuse gli occhi, nel tentativo di cancellare l’immagine di smeraldo infranto che li popolava.

E fu allora che vide l’inferno.

 

 

Il cotone color crema è fresco al contatto con la sua pelle bollente. Ricorda ancora i primi battibecchi sulla scelta delle lenzuola, quando Spike…

Buffy gemette silenziosamente e si rigirò nel letto. Aveva freddo. Freddo dentro.

Sentiva ancora il sapore del sangue, del ferro, dell’asfalto e della paura.

Odiava avere paura. Tutti odiano aver paura, ma per lei era diverso. La paura era per i deboli, per gli indifesi. E lei non lo era mai stata.

La paura era uno smacco per la sua identità.

Ancora freddo. Ancora l’odore di ruggine.

Signor Finnigan…

Si tirò su a sedere a si abbracciò le ginocchia, nascondendo la testa tra le gambe. Tremava.

Cosa… cosa sta facendo?

Il rumore sommesso della porta che si apriva la fece sussultare.

Signore… mi lasci… che diavolo…?

Sua sorella apparve sulla soglia.

“Buffy…”.

Buffy… che bel nome… così tenero… per una ragazza così calda…

Ebbe un conato di vomito. Vide Dawn avvicinarsi al letto, ma tutto era confuso e indistinto.

Non mi tocchi!

Ora si era seduta, lì, ai suoi piedi. La guardava con aria addolorata, restando in silenzio.

Shh… stà buona, bella bambolina… sarà il nostro piccolo segreto.

Dawn parve prendere coraggio. Lentamente, per non spaventarla, allungò una mano sul materasso, tesa a prendere la sua, stretta intorno alle gambe.

Ti piacerà… vedrai.

“NO!”.

Non si accorse di averlo urlato davvero. Dawn sussultò e si ritrasse, spaventata.

Aveva spaventato sua sorella. Grandioso.

Cercò di parlare, di tranquillizzarla, ma dalla sua gola uscì solo un gemito strozzato.

Dawn aveva gli occhi pieni di lacrime: “Buffy… cosa ti è successo? Che… che cosa ho fatto?” aggiunse titubante.

La Cacciatrice rabbrividì: “Dawn…” gemette, per poi nascondere di nuovo la testa tra le ginocchia. Non poteva. Era troppo. Non riusciva a guardarla negli occhi.

Sua sorella ritentò. Le accarezzò lievemente la testa, e stavolta non fu respinta.

La sua voce le giunse come un’eco lontana:

“Buffy, dimmi la verità. E’ stato lui, non è vero? Il tuo datore di lavoro. Ti ha fatto del male?”.

Stà buona… vuoi farti sentire da tutti?

Buffy mosse convulsamente la testa, in un cenno a metà tra l’assenso e il diniego.

Mi lasci!

In un flash, l’immagine di una ragazza bionda. Un attimo prima, stretta fra le braccia di un vecchio, contro il muro di un vicolo cieco in una zona tranquilla.

Un attimo dopo, in fuga.

Dawn non ebbe bisogno di sapere altro. Strinse le labbra: “Lui ha… ha cercato di…”. Riprese fiato.

“Ti ha violentata, non è così?”.

 

“Te lo farò sentire…”

 

Buffy emise un suono strozzato e si prese la testa tra le mani, dondolando avanti e indietro nel tentativo di scacciare le immagini che le popolavano la mente.

Dawn cercò di bloccarla prendendola per le spalle, ma Buffy la spinse via con foga.

Corri, corri, CORRI!

Sua sorella si tenne il braccio dolorante e socchiuse gli occhi.

“Buffy… dimmelo, ti prego. Prometto che non ti toccherò, ma tu parla. Ti ha  violentata?” chiese in un filo di voce.

Non riusciva ad accettare che la sua forte sorellona, la Cacciatrice, colei che l’aveva difesa con la vita potesse farsi sottomettere da un semplice uomo.

Buffy chinò il capo. Era così umiliante. Non avrebbe mai voluto farsi vedere in quello stato dalla persona che, più di tutte, aveva promesso di proteggere.

“Mi dispiace piccola… ho fallito”.

“Buffy…?”.

Doveva.

Alzò il capo.

“No. Lui non… non c’è  riuscito”.

Dawn rilasciò il respiro trattenuto troppo a lungo. Non sapeva se fosse più grande il dolore per aver avuto ragione, o il sollievo per non averla avuta del tutto.

Gli occhi di Buffy erano ancora lucidi, ma ora riflettevano il coraggio di affrontare i propri fantasmi: “Lui mi ha… si era offerto di riaccompagnarmi a casa, dopo il pranzo, e io ho accettato. Quando siamo saliti in macchina, ha cominciato a fare strani discorsi, e…” . Deglutì a fondo: “Lui ha… ha accostato l’auto. Ci siamo fermati ad un vicolo cieco. Mi ha chiesto di accompagnarlo alla cabina telefonica, e… dio, sono stata così ingenua!”. Scosse debolmente la testa: “A quanto pare tutta la mia esperienza col sovrannaturale mi ha fatto sottovalutare i pericoli terreni” commentò amara, e Dawn si morse il labbro.

“Buffy…”.

“Siamo scesi. Io mi sono diretta alla cabina, ma lui mi ha presa per un braccio. Mi ha… trascinata verso il vicolo, e sbattuta contro un muro. Prima che potessi ribellarmi, ha cominciato a toccarmi…”.

Le mancò la voce. Si coprì la bocca con la mano per soffocare un singhiozzo, e Dawn l’abbracciò. Non le importava di essere respinta, in quel momento… Buffy aveva bisogno di quel contatto.

E infatti non si sottrasse. Si aggrappò alle sue spalle sottili, stringendola con tutta la sua forza da Cacciatrice. Le stava facendo male, ma quel dolore era rassicurante.

Quando si sciolsero, Buffy tirò cu con il naso: “Ora vorrei un po’ riposare. Potresti…”. Indicò la porta con un gesto impacciato.

Dawn annuì e si alzò: “Certo. Chiamami se hai bisogno”.

Raggiunse l’uscio e si voltò per l’ultima volta. Sua sorella era già distesa, nella solita posizione fetale di quand’era più piccola.

 

“Dovevano essere sicuri che la Cacciatrice la proteggesse a costo della vita. Così, le inviarono la Chiave sulla terra… sottoforma di una sorella…”

 

Dawn scosse debolmente la tesa ed uscì.

Non era il momento per i cattivi pensieri.

Ora c’era un più duro compito ad attenderla… proprio al piano di sotto.

 

 

Quando scese, Spike era in salotto. Era letteralmente sprofondato tra i cuscini del divano, la testa tra le mani, lo sguardo fisso al pavimento.

Dawn si schiarì la voce per riscuoterlo. 

I suoi demoni sbiadirono. Spike sollevò la testa di scatto, poi si alzò: “Cos’ha detto? Cos’è successo?” chiese, la voce tremante.

Non voleva sapere.

Ma ne aveva bisogno.

Dawn lo raggiunse. Il suo sguardo restò inchiodato al pavimento: “E’ come pensavo. E’ stato il suo datore di lavoro”.

Spike sentì il sangue ribollirgli nelle vene. Strinse i pugni: “Io lo ammazzo, quel figlio di puttana!”.

Mosse verso l’ingresso, ma poi ebbe un ripensamento. Si diresse verso le scale: “Prima però devo parlare con Buffy”.

“NO!”.

Si voltò, sorpreso. Briciola lo stava guardando con gli occhi pieni d’angoscia.

 

“Quell’uomo ha cercato di violentarla, Spike. In questo momento tu sei l’ultima persona che lei vorrebbe vedere”.

 

 

 

********

 

 

Wisely Young

 

Sentirsi crollare il mondo addosso.

Non aveva mai davvero compreso il significato di quest’espressione.

Fino ad allora.

I suoi demoni presero a ridere, ridere incontrollabilmente. Ridevano di lui, proprio lì, nella sua testa.

 

“Mamma… ti sto supplicando adesso… ti prego, fallo smettere!”

 

Spike cadde senza forze sul divano.

Un guscio vuoto, ecco cosa.

Dawn gli si avvicinò titubante: “So che è dura per te non poterle stare vicino, in questo momento… ma credimi, è meglio così per entrambi. Buffy è fuori di sé, finirebbe col dire o fare qualcosa di cui pentirsi” cercò di confortarlo, ma lo vide scuotere la testa.

“No, no piccola. Tu non hai la minima idea di cosa voglia dire”.

Spike si alzò di  scatto. I suoi occhi erano mari in tempesta: “Dopo tutto questo tempo, posso dire di aver fatto pace con la mia coscienza. Non che vada fiero del mio passato, ma l’ho superato. C’è solo una cosa, una cosa che non sono riuscito a lasciarmi indietro”.

Dawn rabbrividì in attesa, consapevole.

“Quello che ho fatto a Buffy… cercare di prenderla con la forza… violare il suo corpo, forzare il suo cuore… ecco cosa mi uccide”.

Ormai un velo di lacrime era apparso a rendere quei mari più limpidi: “Non c’è notte, Dawn, non c’è notte in cui non lo sogni. Sento i suoi gemiti, le sua urla, e non posso fare a meno di chiedermi…” S’interruppe, richiamando a sè la forza per quelle ultime parole: “Cosa sarebbe successo se lei non mi avesse fermato? Cosa ne sarebbe stato di lei, di noi, se in quel momento non avesse trovato la forza di liberarsi?”.

 

“Spike… sono ferita, ti prego… basta….”

 

Chiuse gli occhi. Due lacrime sgorgarono senza un rumore dalle palpebre abbassate, illuminandogli il viso in un istante.

Quando li riaprì, il mondo era un velo di brina e parole non dette: “Capisci adesso, Briciola? Capisci quello che sono? Capisci… che cosa sono?”.

Dawn assentì, sforzandosi per non cedere all’emozione: “Capisco benissimo cosa sei, Spike. Sei un uomo che ha commesso degli errori, e che ha pagato. Che ha scontato la sua pena attraverso l’inferno, e ne è uscito illeso grazie all’amore di una donna”. Sospirò, scuotendo mestamente la testa: “Lei ti ama. Ti ha sempre amato, molto prima di rendersene conto. Ha saputo perdonarti prima che tu perdonassi te stesso, solo perché voleva farlo. Non eri tu ad aver bisogno, Spike, era lei”. Sorrise tristemente: “E ne ha ancora. Buffy ha bisogno di te, ma… non è questo il momento. Ora è tempo che affrontiate i vostri fantasmi, ma prima devi lasciare che lei affronti da sola i suoi”.

Dawn lo guardò dritto negli occhi, con una decisione tale da spaventarlo: “Sarà lei a cercarti, quando si sentirà pronta. E allora tu dovrai esserci. Per dimostrarle di essere l’uomo che merita” concluse raddolcendosi.

Spike restò in silenzio per un istante. Poi l’angoscia fu tale da non riuscire più a trattenersi: “E se non lo fossi? Buffy merita solo il meglio, ed io… Lei sta male a causa mia, capisci? Come posso essere l’uomo giusto? Dopo questa storia aprirà gli occhi e chi credi vorrà al suo fianco? Il suo primo quasi-stupratore?” chiese con la voce incrinata. Non riusciva a vedere se stesso in modo  diverso, con gli occhi di Buffy.

Dawn lo fissò, più seria di quanto non fosse mai stata: “No. L’uomo che ama” rispose semplicemente.

Spike sbuffò e sorrise allo stesso tempo: “Apprezzo che tu stia cercando di farmi sentire meglio, Briciola, ma…”.

“Nient’affatto” fu la secca risposta. “Io faccio quello che ritengo più adatto per mia sorella. E in questo momento ritengo che la cosa più adatta sia tu”.

La sensazione di déja-vù lo colpì in pieno, alla vista di tanta decisione.

 

“Dormi pure. Ma se fai del male a mia sorella… se solo la tocchi… ti sveglierai tra le fiamme.”

 

Non potè impedirsi di sorridere: “Da quando sei diventata così determinata, Summers?”.

Dawn restituì il sorriso, lieta che, per una volta, lui non le avesse dato appellativi da bambina: “Da quando tu sei diventato tanto insicuro!” rispose briosa.

Spike rise appena. Diavolo, aveva ragione. Stava diventando un fottuto pappamolle!

 

“Se avrò bisogno di qualcuno che si piange addosso ti chiamerò”

 

Un’ombra tornò ad attraversare il suo viso.

Dawn notò subito il cambiamento, e gli accarezzò un braccio con aria solidale: “Stà tranquillo. Presto sarà lei a cercarti” ripetè, sperando di infondergli un po’ del suo ottimismo.

Spike annuì lentamente: “Già” .

Sospirò.

 

“Speriamo solo non ci voglia troppo tempo”.

 

 

********

 

 

Defeated

 

“Ricordi quello che provavi… quando ero dentro di te?”.

Spike…

“Te lo farò sentire!”.

Lo spettro di una risata aleggiò nell’aria.

 

Buffy si tirò su di scatto, ansante, la fronte imperlata di sudore.

Non doveva chiudere gli occhi. Non poteva permettere agli incubi di sopraffarla. Non quando tutto ciò che sognava era…

Spike.

Spike, lì, sulla soglia.

Cosa…?

Istintivamente, arretrò fino a toccare la spalliera del letto, attirando a sé il lenzuolo.

Spike vide.

Strinse i pugni. Dio, Briciola aveva ragione. Buffy aveva paura di lui.

 

“Già, perché tu non menti, né rubi, né imbrogli, né manipoli!”.

“Non ti faccio del male”.

 

Bugiardo. Gliene aveva fatto eccome.

Buffy era la Cacciatrice. Figlia della morte e del dolore.

 

“Hai bisogno del dolore che ti infliggiamo”.

 

Ma lui si era illuso… si era illuso di averle portato un po’ di pace. Di aver illuminato, anche solo fiocamente, una vita buia e difficile.

E invece non aveva fatto altro che spingerla in nuovi abissi.

Amore… che cosa ti hanno fatto? Che cosa ti ho fatto?

 

Buffy non riusciva a guardarlo in faccia. Stringeva convulsamente il lenzuolo, gli occhi irrequieti vagavano per la stanza. Qualsiasi cosa, qualsiasi cosa pur di non perdersi in quei mari azzurri.

Perché sapeva che, nel momento in cui li avesse incontrati…

Avrebbe solo visto il suo stupratore.

Gemette involontariamente e chinò il capo.

 

Spike agì d’istinto. Non c’era verso che potesse sopportare un lamento di Buffy senza accorrere. Anche a costo di spaventarla.

In due passi fu al bordo del letto:

“Buffy….? Va tutto bene?”.

Oh, dio, che domanda stupida! Cosa poteva mai rispondere la vittima di un tentato stupro??

Si maledisse mentalmente e studiò le sue reazioni.

 

La domanda arrivò in ritardo alle orecchie di Buffy. I suoi sensi erano troppo impegnati a captare i movimenti dell’ex vampiro, per focalizzarne le parole.

Non guardarlo. Qualunque cosa accada, non guardarlo. 

 

“Buffy… guardami, ti prego”.

 

Si morse il labbro inferiore fino a sanguinare. Come poteva chiederle una cosa del genere?? Possibile che non capisse?

La risposta arrivò prima di quanto si aspettasse.

No, certo che non capiva. Non poteva capire. Lei rifiutava un qualunque contatto, precludendogli completamente l’accesso ai suoi pensieri.

Se solo potessi…

 

Spike tentò.

Con una lentezza struggente, alzò la mano e l’allungò verso il viso di lei. Non voleva rischiare di spaventarla, così le offriva la possibilità di ritrarsi in qualunque momento.

Anche se, dio, questo l’avrebbe ucciso.

Fremette quando le sue dita sfiorarono la pelle calda di pianto. Sforzandosi di non precipitare la situazione, si spostò dolcemente verso il mento per indurla ad alzare la testa.

Guardami amore… lascia che chieda perdono ai tuoi occhi.

 

E in un attimo, eccoli lì.

Blu oceano e verde smeraldo, persi l’uno nell’altro, annegati nel riflesso del dolore.

Lacrime lontane, ma così simili, a legarli in catene di comprensione.

Perdonami Buffy…

Perdonami William…

Cedette. Per quanto odiasse perdere, accolse la sconfitta chinando il capo.

Spike tremò.

Buffy aveva interrotto il contatto. Segno che non era ancora pronta per lui.

Senza una parola, si alzò dal letto, raggiunse la porta ed uscì.

 

 

Appena fu fuori, si lasciò cadere sul pavimento, le spalle al muro.

Chiuse gli occhi e pianse fino a perdere i sensi.

 

 

 

********

 

 

I’ve Always Been Bad

 

“Non è andata un granchè bene, eh?”.

Alzò la testa a incontrare lo sguardo comprensivo di Dawn.

Spike sospirò e scosse il capo: “Non riesce neanche a sopportare la mia presenza. E non posso biasimarla”.

Dawn fece una smorfia: “Io ti avevo avvertito. Non precipitare le cose, o la farai sentire braccata”.

Esitò per un attimo, chiedendosi se fosse il caso di aggiungere qualcos’altro. Trovandosi senza parole, però, lo superò e fece per andarsene.

“Ehi, piccola”.

Si voltò.

Spike aveva in volto un’espressione truce che non gli vedeva più da molto tempo:

“Se è stato quel Finnigan… se ha anche solo osato metterle le mani addosso… io dovrò farlo a pezzi”.

Contrasse la mascella, poi sbuffò: “Volevo solo che tu lo sapessi”.

Avrebbe dovuto dirgli di no. Avrebbe dovuto fargli la predica e farlo ragionare. Avrebbe dovuto dirgli che con la violenza non si risolvono i problemi, e che non sarebbe stato corretto picchiare un uomo attempato.

Ma lei non era Buffy.

Quell’uomo aveva cercato di stuprare sua sorella. Non riusciva a pensare ad una fine migliore, per quel lurido verme, che cadere tra le mani di William il Sanguinario.

Così, semplicemente, accennò con la testa.

E uscì dal suo campo visivo.

 

 

“Non è andata un granchè bene, eh?”.

Il vecchio alzò la testa di scattò e digrignò i denti: “Che diavolo ci fai tu qui?”.

Derek Hayes ghignò, spudoratamente compiaciuto: “Mi sembra ovvio: godo dei tuoi insuccessi!”.

Si avvicinò al capo con la sua tipica andatura decisa, un sorriso di scherno stampato in faccia: “Ma guardati. Sei solo un vecchio pervertito. Credevi davvero di avere la minima speranza con Buffy Summers?”. La sua espressione si fece più dura: “Avresti dovuto lasciar fare a me. L’avrei scopata fino a toglierle il fiato, e poi l’avrei impaurita come si deve”. Il solito ghigno arrogante tornò sul suo viso: “Sarebbe stato divertente!”.

Arthur Finnigan fece una smorfia: “Personalmente preferisco forme di divertimento che non prevedano pugni allo stomaco!”.

Derek rise di gusto: “Te le ha date di santa ragione? Dio, questo sì che è divertente!”.

Finnigan lo fulminò con lo sguardo: “Piantala, idiota. Ad ogni modo, non avrebbe funzionato con lei. E’ americana. Documenti in regola. Ho controllato personalmente”.

Derek roteò gli occhi: “Parli così solo per guarire il tuo orgoglio ferito. Esistono mille modi per ricattare una persona, non lo sai? Miss Summers ha bisogno di questo lavoro. Non avrebbe rinunciato tanto facilmente”.

S’interruppe per un istante, prima che nei suoi occhi passasse un lampo di malvagia genialità: “Aspetta un momento…”.

Finnigan lo fissò con aria distante, fingendosi del tutto disinteressato.

Derek si leccò le labbra, compiaciuto dalla sua stessa idea: “Forse non è ancora tutto perduto. Scommetto che ho ancora una possibilità di far aprire le gambe a quella puttanella da quattro soldi…”.

“Io non ne sarei così sicuro, amico!”.

I due cospiratori si voltarono simultaneamente.

Sulla soglia del negozio c’era un uomo mai visto prima. I suoi vistosi capelli decolorati spiccavano nella penombra, illuminati dal lampione giù in strada.

Derek si accigliò: “Ehi, chi diavolo…?”.

Ma una mano di ghiaccio stretta attorno al suo collo gli impedì di continuare la frase.

 

 

“Apri bene le orecchie, razza di miserabile, lurido pezzo di merda”.

Lo guardava, l’uomo, e sorrideva. Sembrava persino tranquillo, ma le sue mani erano fuoco solido.

Derek sostenne il suo sguardo. Non era mai stato tipo da farsi intimidire tanto facilmente. Neanche con cinque dita che minacciavano le sue corde vocali.

Il tizio continuò a sorridere, gentilmente: “Forse da quando quella cagna di tua madre ti ha mollato al tuo destino hai cominciato a vedere le donne in modo diverso; o forse, chissà, dev’essere stato il trauma di quella scopata gay a sedici anni; o magari, ancora, forse hai solo seguito gli insegnamenti del tuo degno precettore” cominciò, interrompendosi solo per accennare vagamente a Finnigan con il capo.

“Fatto sta che niente, nemmeno il peggior trauma della tua fottuta, patetica, squallida, insignificante esistenza, può giustificare quello che hai fatto, né tanto meno servirà a salvare il tuo povero culo malato dalle mie grinfie, in questo preciso momento”.

A quelle parole, tenendolo saldamente fermo per il collo, lo allontanò dal muro contro cui l’aveva sbattuto per scagliarlo con forza inaudita sul pavimento. Derek emise un gemito soffocato e guardò l’estraneo con un’espressione che rasentava il disgusto: “Come osi, figlio di…”.

Il biondo alzò una mano per dissuaderlo dall’andare avanti, sempre quell’espressione amichevole sul volto angelico, ma dai lineamenti affilati: “Perché vedi, povero, piccolo, rivoltante rifiuto umano, stavolta hai commesso un errore”. S’interruppe, e quando continuò, non c’era più traccia di benevolenza sul suo viso, ma solo un ghigno amaro che rendeva quelle fattezze diaboliche:

“Stavolta hai toccato qualcosa di mio, amico. E chiedi in giro che fine fanno quelli che toccano qualcosa caro a William il Sanguinario”.

Per un attimo, Derek si accigliò. Avrebbe dovuto conoscere quel nome? Ma non gli ricordava niente. Eppure, riflettè, non era un soprannome rassicurante.

Tuttavia si alzò lentamente in piedi, il solito sorrisetto arrogante a fronteggiare quello del suo avversario: “Guarda, guarda chi abbiamo qui” quasi sputò le parole. “Fammi indovinare, ti prego… Oh, ecco, aspetta, ci sono: devi essere la guardia del corpo di quella specie di sgualdrinella in calore. Miss Buffy-Scopami-Summers” commentò, compi